La Comunicazione Non Violenta e il Counseling

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La Comunicazione Non Violenta e il Counseling

Il contenuto di questo articolo è parte integrante del terzo capitolo del “Manuale per la formazione in counseling”, progetto editoriale pubblicato in corso d’opera in questo stesso blog.

Per averne il quadro completo, clicca qui.

Quella della Comunicazione Non Violenta (d’ora in avanti, chiamata CNV), per noi counselor, è una competenza personale-professionale fondamentale.

L’ispirazione di base della CNV  è quella di comunicare assumendosi la responsabilità di agire forme di comunicazione che scongiurino il più possibile ogni correlato di sofferenza.

Certo, la sofferenza non sempre è completamente scongiurabile, ma non possiamo noi, sempre, farci carico di contenerla il più possibile?

Contenerla nella doppia accezione, sia di diminuirla, sia di renderla il più possibile accettabile, accogliendone e lenendone forme e contenuti.

È questa la volontà del comunicatore non violento: diminuire il più possibile (fino ad escluderla) la sofferenza tra i parlanti; ovvero accoglierla, dandogli contenimento, affinché possa essere valorizzata e gestita.

L’attenzione al contenimento della sofferenza è, per un comunicatore non violento, non solo un fatto etico-valoriale, è assolutamente un principio metodologico, la cui importanza si collega alla necessità di stabilire il miglior clima emotivo-relazionale possibile, così da poter incontrare l’altro, stabilire con lui un buon contatto e facilitarne l’intesa.

Comunichiamo in modo Non Violento perché, prima di diventare una prassi interiorizzata della nostra personalità, la CNV è un modo di comunicare che più di altri rende efficace il comunicare, sia perché favorisce il contatto e l’intesa tra i parlanti, sia perché aumenta di gran lunga le possibilità di ottenere quello che si vuole, l’uno dall’altro.

La CNV, quindi, in particolare, è una competenza relazionale di straordinaria importanza per la gestione di ogni situazione di conflitto interpersonale.

La CNV è una competenza relazionale che necessita di buoni stati di consapevolezza personale per essere agita.

Parliamo qui di “consapevolezza personale” nell’accezione, in questo testo più volte presentata, di <<stato di adeguato contatto con quanto stiamo pensando (giudizi, immaginazioni, riflessioni, analisi, ragionamenti), quanto stiamo sentendo (emozioni, sentimenti, sensazioni), quanto stiamo facendo (atteggiamenti comportamentali, automatismi nevrotici, comportamenti ed azioni). Un contatto la cui funzione è quella di permetterci di RICONOSCERE le interazioni tra quanto sentiamo, pensiamo e facciamo, spingendoci a meglio gestirle, muovendoci verso pensieri, comportamenti e sentimenti funzionalmente in grado di portarci a meglio soddisfare i nostri bisogni, facendoci stare meglio ed in sano equilibrio con l’altro, alias con l’intero nostro ambiente>>.

Ma la CNV, oltre a necessitare di buoni stati di consapevolezza personale per essere agita, è, altresì, una modalità di comunicare che attiva e sviluppa migliori stati di consapevolezza personale, sia in chi comunica in modo non violento, sia in chi tale comunicazione riceve.

Ripensando alla definizione di Counseling, su cui insistiamo, in e con questo manuale, come non riconoscere la coincidenza di spirito, di intenzione, di modalità operative, tra quelle di un Counselor che fa Counseling e quelle di un Comunicatore Non Violento cha fa CNV?!

Ricordiamo che la definizione di Counseling, che più ci sta a cuore e che più “permea” le pagine di questo manuale, è quella che dice:

<<Il Counseling è una relazione d’aiuto professionale praticata, principalmente, in forza di uno specifico e particolare modo di stare con se stessi, in relazione con gli altri, gestendone opportunamente le dinamiche relazionali, in particolare quelle di comunicazione; il tutto finalizzato a produrre, nell’altro, sviluppi di consapevolezza tali da migliorare significativamente le sue capacità/possibilità di affrontare le situazioni problematiche che sta vivendo>>.

La consapevolezza, quindi, e tutto ciò che facciamo per sostenerla, è alla base sia del fare Counseling, sia del Comunicare in modo Non Violento.

Apprendere la CNV è una via che sostiene le nostre possibilità di fare Counseling.

Imparare a fare Counseling è una via che sostiene la capacità di Comunicare in modo Non Violento.

La CNV, come la relazione di Counseling, è un processo che si sviluppa sulla continua riproposizione circolare di una procedura articolata in specifiche fasi, che per la CNV (così come ha proposto M. B. Rosenberg) sono le seguenti 4:

1) Osservare e descrivere i fatti senza giudicare.

Sviluppiamo la capacità di osservare e di descrivere in modo chiaro e neutro gli elementi inerenti lo specifico relazionale in essere.

2) Identificare ed esprimere emozioni e sentimenti.

Quali sono? Come riconoscerli e gestirli?

3) Riconoscere necessità, bisogni, valori, e considerarli nella comunicazione.

Ogni volta che un bisogno, un valore importante non è soddisfatto, stiamo male.

Le sensazioni, i pensieri, le emozioni sono segnali che rivelano i nostri veri bisogni e ci aiutano a capire cosa ci serve, cosa è importante per noi, che direzione dare alla nostra crescita.

4) Esprimere richieste chiare e negoziabili.

A partire dalla consapevolezza dei nostri bisogni, impariamo a formulare delle richieste concrete, in modo efficace, empatico, rispettoso di noi stessi e degli altri; impariamo a chiedere evitando di dare ordini, manipolare o cercare di obbligare l’altro a fare quanto vogliamo; impariamo ad esprimere una richiesta negoziabile e a cercare insieme all’altra persona una soluzione benefica per entrambi.

La CNV si poggia su COMPETENZE quali:

  •  La capacità di osservare e di descrivere in modo chiaro e neutro i fatti concreti che producono i nostri malessere.
  • La propensione all’ascolto attivo: mi fermo, ascolto, divento consapevole del sistema nel quale sono immerso, rifletto, agisco.
  • L’empatia
  • La capacità di individuare motivazioni ed obiettivi delle parti in gioco
  • L’abilità di formulare richieste in modo più efficace.

Non sono queste le stesse competenze su cui si poggia la capacità di fare Counseling?!

La risposta non può che essere affermativa, ma, a chi fa counseling, non può, altresì, che essere chiaro quanto, nel Counseling, prima del primo “passo” della CNV (“Osservare e descrivere i fatti senza giudicare”), venga la valorizzazione del sentire: in moltissimi casi, se non partiamo dalla valorizzazione delle emozioni e dei sentimenti in campo, difficilmente riusciamo ad osservare senza giudicare.

Per chi fa counseling, viene prima il sentire, ed è al sentire che un counselor dà priorità, anche quando agisce da comunicatore non violento.

Vediamo adesso un caso, pratico, di conflitto interpersonale, gestito e risolto per il tramite del ricorso alla CNV (seguendone le “tappe”, così come proposte da Rosenberg).

Il caso è quello di una donna che, ogni volta che ha bisogno di usare l’auto di famiglia, si scontra col marito, che fa di tutto per distoglierla dal farlo.

Il caso viene portato come oggetto di lavoro in un laboratorio di formazione partecipata, sulla CNV, gestito alla scuola IN Counseling Lo Specchio Magico Torino.

Questo il modo in cui è stato “lavorato”:

  1. Partecipanti al laboratorio una decina di allievi della scuola ed il trainer/conduttore del laboratorio stesso, seduti in cerchio; Maria (nome di fantasia della donna in oggetto) racconta ai partecipanti il suo caso, più o meno nei seguenti termini:

ho 50 anni e sono sposata da circa trenta; in famiglia abbiamo un’auto che usa praticamente sempre mio marito; ogni qualvolta voglio usarla io, autonomamente, devo sorbirmi lo stress di mio marito che fa di tutto per convincermi a non usarla, lamentandosi del fatto che, secondo lui, non sono sufficientemente capace di guidare da sola (sì, perché con lui a fianco, il problema, sostanzialmente, non si pone) e quindi farò sicuramente qualche danno. Così il più delle volte succede che lascio perdere, non prendo la macchina e mi aggiusto in altro modo, ma questa cosa non mi va giù per niente.

  1. Abbiamo già introdotto la CNV come un processo che si sviluppa, circolarmente, in contatto parallelo con una procedura articolata in 4 fasi; la prima è quella dell’ “osservare i fatti senza giudicarli”; ai partecipanti viene chiesto di individuare i fatti che ricorrono nel caso in esame; quali sono questi fatti?

I primi che vengono individuati sono i seguenti:

in famiglia c’è un auto sola, che è sostanzialmente di uso/gestione del marito

– quando a Maria capita d’aver voglia/bisogno di utilizzarla in proprio, autonomamente, lo chiede a suo marito,

– che si adopera per distoglierla da questa intenzione,

– col risultato che Maria desiste, rammaricandosene, dall’usarla.

Sono tutti qui i “fatti” o c’è dell’altro?

  1. Il trainer ed il gruppo confrontano Maria sugli altri fatti che potrebbero individuare il caso; emergono, così, questi altri:

– l’uso dell’auto è un “dominio” del marito, riconosciuto dalla stessa Maria;

– il marito supervisiona e governa l’utilizzo dell’auto da parte di Maria, che, pur con malcontento, accetta la cosa;

– il mese scorso, uscendo in auto dal garage, Maria ha urtato contro un muretto, arrecando danno all’auto stessa;

– Maria è disoccupata e dipende economicamente (e un po’, psicologicamente) dal marito.

  1. L’individuazione e la descrizione dei fatti è la fase che M.B. Rosenberg pone (nel suo libro “Le parole sono finestre, oppure muri”) come prima tappa del processo di CNV.

Per noi counselor, però, viene prima il sentire.

La prima cosa che facciamo è quella di metterci in ascolto, prestando attenzione a cosa sentiamo, propriocettivamente, a livello di emozioni, sentimenti, sensazioni, per riconoscere se, quanto e come, ciò che sentiamo stia influenzando quanto stiamo analizzando, come inventario dei fatti che caratterizzano il caso su cui vogliamo lavorare.

Il nostro metterci in ascolto è condizione indispensabile per riuscire ad osservare i fatti e a descriverli senza giudizio.

Ed è, altresì, quanto serve per accedere alla seconda fase del processo di CNV:  “Identificare ed esprimere emozioni e sentimenti”.

  1. Le emozioni e i sentimenti in causa sono quelli provati da Maria e da suo marito, relativamente alla richiesta di Maria di usare, in proprio ed autonomamente, l’auto di famiglia.

Trainer e gruppo di partecipanti confrontano Maria sulle emozioni ed i sentimenti in ballo; ma prima, ciascun partecipante offre a Maria un proprio feedback sulle emozioni ed i sentimenti che, mettendosi in ascolto, ha potuto sentire e, quindi, ha potuto riconoscere come emozioni/sentimenti potenzialmente/possibilmente provati, nelle circostanze del caso in esame, dalla stessa Maria e da suo marito.

Il valore di questi feedback è quello di inventariare le possibili emozioni ed i possibili sentimenti in gioco, per potersi, poi, su questi confrontare ed individuare quelli ai quali Maria potrà riferirsi nel mettere in atto la sua CNV, con suo marito, con l’obiettivo di riuscire a gestire, soddisfacentemente, il proprio bisogno di utilizzare, autonomamente, l’auto di famiglia.

  1. Già! Perché alla base di un ricorso alla CNV (come a quella del ricorso ad un counselor) c’è un qualche bisogno da soddisfare, e questo deve essere chiaro alla coscienza del comunicatore non violento, pena l’inefficacia della proprio comunicare.

Abbiamo concluso il precedente punto 5) con un’affermazione che vogliamo riprendere e meglio argomentare.

Il bisogno di Maria di utilizzare l’auto è la punta di un iceberg di bisogni sottostanti, molto probabilmente ancora più importanti.

Così come il comportamento del marito, volto a farla desistere, è una risposta che è mossa da precisi bisogni, sostenuti da specifiche necessità, stringenti emozioni, fagocitanti sentimenti, importanti valori morali/culturali.

Insomma, ci stiamo interessando all’intero universo di elementi costituenti le fasi  2) e 3) del modello di CNV, che stiamo qui trattando [fase 2): Identificare ed esprimere emozioni e sentimenti; fase 3): Riconoscere necessità, bisogni, valori]; questo nostro interessamento è volto ad inventariare, quindi, emozioni, sentimenti, necessità, bisogni, valori, sia di Maria, sia di suo marito.

  1. Identificare emozioni e sentimenti servirà a Maria per poterli esprimere, facendoli così “pesare” nella propria comunicazione; riconoscerli servirà a tutti noi per aiutarci a comprendere e valorizzare le necessità, emotivo-sentimentali e valoriali-culturali, in gioco, ci servirà a confrontarci con Maria su di queste, aiutandola ad inquadrarle nella comunicazione non violenta che gestirà con suo marito, al fine di ottenere, rispetto a ciò che vuole, il meglio di quanto può ottenere!
  2. Il lavoro di gruppo effettuato ha prodotto l’identificazione delle seguenti emozioni/sentimenti:

– per Maria: dispetto, rabbia, paura e insicurezza (di non riuscire effettivamente a farcela a guidare da sola senza fare qualche danno, ma, soprattutto, rispetto alla sua condizione di donna, dipendente dal marito, per la propria condizione di disoccupazione),

– per suo marito: preoccupazione (per eventuali esborsi economici, difficili da sostenere, vista la disoccupazione di Maria), insicurezza, stress, affetto/amore (legame sentimentale con Maria, in forza del quale desidera che alla stessa non capiti nulla di male)

  1. A quali bisogni, a quali norme e valori si collegano le emozioni di Maria e di suo marito?

Aver esplicitato le emozioni in gioco, ne facilita il riconoscimento, da parte di tutto il gruppo e di Maria stessa.

– Maria: bisogno di autonomia, indipendenza, affermazione personale; bisogno di riconoscimento del proprio valore di persona e, forse anche, di donna; necessità pratica di utilizzare un mezzo più comodo per il disbrigo di ordinarie faccende; identificazione culturale-valoriale ad un modello sociale di donna autonoma, indipendente, emancipata da ogni rapporto di dipendenza.

– Marito: bisogno di sicurezza (che non succeda nulla alla macchina e alla moglie) e tranquillità (emotiva e pratica, non doversi caricare delle incombenze conseguenti un eventuale incidente ); bisogno (magari nevrotico?) di controllo (Maria può guidare l’auto, quando c’è lui a fianco); identificazione culturale-valoriale con un modello para-patriarcale, di uomo che sovrintende alle attività delle donne della famiglia.

  1. Dopo aver osservato e descritto i fatti, identificato emozioni e sentimenti, riconosciuto bisogni, necessità e valori, passiamo alla fase 4: “Esprimere richieste chiare e negoziabili”.

Segmentare un processo nelle fasi che lo compongono ci aiuta a comprendere il rapporto/differenza tra procedura (la successione programmatica, in questo caso, di 4 specifiche fasi) e processo (la successione degli accadimenti, magari auspicati, ma sostanzialmente imprevedibili, anche se fra loro assolutamente collegati e interdipendenti  – risposte emotive e comportamentali e loro effetti pratici – che scaturiscono dalla procedura messa in atto ).

La CNV si fonda su due presupposti “filosofici” fondamentali:

  1. per ottenere qualcosa, da qualcuno, bisogna saperlo chiedere
  2. lavorare alla costituzione delle condizioni più favorevoli all’accoglimento delle nostre richieste è la caratteristica principale di questo “saperlo chiedere”.

Certo, su questo piano, la CNV ha riscoperto l’acqua calda, ma ci piace rilevare che ogni volta che si riscopre qualcosa di utile e bello, qualcosa di valore si aggiunga alla nostra esistenza, rendendola più gratificante e piacevole.

Quindi, osservare e descrivere i fatti, identificare ed esprimere emozioni e sentimenti, riconoscere bisogni, necessità e valori, è quanto serve per creare le migliori condizioni relazionali affinché le nostre richieste possano essere accettate!

E già, perché la qualità migliore di una richiesta è quella di  “poter essere accettata”.

Comune denominatore di ogni modello di comunicazione efficace (e quello della CNV lo è!) è quello di saper ruotare intorno e puntare alla formulazione di richieste che possano essere accettate, lavorando strategicamente alla creazione delle migliori condizioni in grado di sostenere l’accettazione, anche, di quelle più ardite.

Insomma, l’unica richiesta che val la pena d’essere fatta è quella che può essere accettata.

Tutte le altre sono tempo perso e frustrazione.

Nel caso qui trattato, quale è la richiesta che Maria potrà formulare per portare a compimento il proprio piano di CNV?

Abbiamo già detto che osservare e descrivere i fatti, identificare ed esprimere emozioni e sentimenti, riconoscere bisogni, necessità e valori, è il piano procedurale sul quale la CNV si poggia per dispiegare il suo processo.

Gli accadimenti che auspichiamo accadano, in forza della CNV che Maria porrà in atto, sono innanzitutto i seguenti:

Il marito,

– vedendo riconosciuti i propri bisogni/necessita e sentimenti

– avendo avuto rassicurazioni su di una buona gestione degli stessi

– si aprirà ad una comprensione dei bisogni/necessità/sentimenti di Maria

– e, a partire da una buona richiesta,

insieme a Maria si adopererà alla ricerca di una buona risposta, per se stesso e per Maria, circa la volontà/bisogno di Maria di utilizzare, all’occorrenza, l’auto di famiglia, in autonomia e indipendenza.

Prima di addentrarci verso la conclusione di questa storia, abbiamo bisogno di spendere ancora alcune parole sulle caratteristiche di una buona richiesta.

Per arrivare a formulare una buona richiesta, abbiamo innanzitutto bisogno di sapere, chiaramente, cosa vogliamo.

Stare nel processo della CNV, seguendone la procedura, aiuta Maria a chiarirsi le idee sulla propria volontà.

Sì perché il piano procedurale del “osservare e descrivere i fatti, identificare ed esprimere emozioni e sentimenti, riconoscere bisogni, necessità e valori”, nel nostro modello di CNV vale innanzitutto a partire dalla soggettività del comunicatore non violento.

Maria esplora, innanzitutto, fatti, emozioni, sentimenti, bisogni, necessità e valori propri, o che comunque la riguardano.

In sostanza si mette in ascolto (nell’accezione trattata in questo manuale) e, stando in ascolto, si rivolge all’esplorazione dell’identico piano riguardante suo marito.

È questa “procedura” che le permette (nel nostro caso, aiutata da un gruppo di formazione, ma, altrimenti, facendo da sola!) di mettere a fuoco il proprio e l’altrui punto di vista sui fatti in questione, con i correlati elementi di bisogno, ecc. ecc.

Quando tutto ciò si compirà, la volontà di Maria sarà ben definita, per se stessa, e Maria avrà buone probabilità di saperla declinare in una richiesta che suo Marito difficilmente potrà rifiutare o (per non rischiare di confonderci con l’immagine di De Niro, che nei panni del “Padrino”, nel famoso film di Coppola, ci offre ben altra versione di una richiesta che non può essere rifiutata; ricordate cosa intende quando dice: “gli farò una proposta che non potrà rifiutare?!), per meglio dire, potrà formulare una richiesta che suo marito, con molte probabilità, potrà accogliere. Evviva!!!

Certo, abbiamo ancora bisogno di specificare che l’incedere procedurale della CNV è il piano su cui si svolge il processo di formulazione della richiesta che conclude, come procedura, il piano stesso della CNV.

Se la richiesta è un processo, noi possiamo pure avere aspettative, speranze e idee preordinate su ciò che arriveremo a chiedere, ma ci servirà essere aperti alla scoperta di nuove possibilità, relativamente a quanto finiremo col chiedere, perché, in ultima istanza, la nostra richiesta finale si delineerà come risultato del processo stesso.

Nel caso di Maria qui trattato, la richiesta preordinata avrebbe certamente potuto essere un qualcosa tipo: “voglio poter prendere liberamente la macchina quando mi serve”.

Vedremo come la cosa si sviluppa, nel nostro laboratorio di formazione partecipata sulla CNV.

  1. Dunque, abbiamo osservato e descritto i fatti, identificato emozioni e sentimenti, riconosciuto bisogni, necessità e valori, quindi ci siamo rivolti all’individuazione della volontà di Maria (“voglio poter prendere liberamente la macchina quando mi serve”), ma nel farlo, confrontando tale volontà con il piano di fatti, emozioni, sentimenti, bisogni, necessità e valori in ballo, ci siamo tutti resi conto, Maria in primis, che la sua volontà era cambiata.

A questo punto, il trainer conduttore del laboratorio chiede a Maria di mettere in scena, seguendo il piano procedurale della CNV (1. Osservare e descrivere i fatti; 2. Identificare ed esprimere emozioni e sentimenti; 3. riconoscere e considerare, nella propria comunicazione, bisogni, necessità e valori; 4. Fare una richiesta che possa essere accettata/negoziata)  un dialogo immaginario con suo marito, interpretando entrambe le parti, di se stessa e di suo marito, avvicendandosi tra le stesse, e chiede al gruppo di osservare la scena, stando in ascolto, perché alla fine, a ciascun partecipante, verrà chiesto di dare un feedback (nei termini espressi nel cap. V, parte A))

L’intenzione di questo lavoro è quello di far svolgere a Maria un’esercitazione, che rappresenti per lei una vera e propria esperienza di vita dalla quale apprendere nuove possibilità/modalità di gestione delle proprie difficoltà; arricchendo quindi la propria esistenza di nuove competenze comunicazionali-relazionali, che ne miglioreranno i risvolti.

Prima di passare alla messa in scena, ricordiamo il nostro “inventario” di fatti, emozioni, sentimenti, bisogni, necessità, valori.

FATTI:

in famiglia c’è un auto sola, che è sostanzialmente di uso/gestione del marito

– quando a Maria capita d’aver voglia/bisogno di utilizzarla in proprio, autonomamente, lo chiede a suo marito,

– che si adopera per distoglierla da questa intenzione,

– col risultato che Maria desiste, rammaricandosene, dall’usarla.

– l’uso dell’auto è un “dominio” del marito, riconosciuto dalla stessa Maria;

– il marito supervisiona e governa l’utilizzo dell’auto da parte di Maria, che, pur con malcontento, accetta la cosa;

– il mese scorso, uscendo in auto dal garage, Maria ha urtato contro un muretto, arrecando danno all’auto stessa;

– Maria è disoccupata e dipende economicamente (e un po’, psicologicamente) dal marito.

EMOZIONI E SENTIMENTI:

Maria: dispetto, rabbia, paura e insicurezza (di non riuscire effettivamente a farcela a guidare da sola senza fare qualche danno, ma, soprattutto, rispetto alla sua condizione di donna, dipendente dal marito, per la propria condizione di disoccupazione)

– Marito: preoccupazione (per eventuali esborsi economici, difficili da sostenere, vista la disoccupazione di Maria), insicurezza, stress, affetto/amore (legame sentimentale con Maria, in forza del quale desidera che alla stessa non capiti nulla di male)

NECESSSITA’, BISOGNI, VALORI:

– Maria: bisogno di autonomia, indipendenza, affermazione personale; bisogno di riconoscimento del proprio valore di persona e, forse anche, di donna; necessità pratica di utilizzare un mezzo più comodo per il disbrigo di ordinarie faccende; identificazione culturale-valoriale ad un modello sociale di donna autonoma, indipendente, emancipata da ogni rapporto di dipendenza.

– Marito: bisogno di sicurezza (che non succeda nulla alla macchina e alla moglie) e tranquillità (emotiva e pratica, non doversi caricare delle incombenze conseguenti un eventuale incidente ); bisogno (magari nevrotico?) di controllo (Maria può guidare l’auto, quando c’è lui a fianco); identificazione culturale-valoriale con un modello para-patriarcale, di uomo che sovrintende alle attività delle donne della famiglia.

  1. DIALOGO IMMAGINARIO – MESSA IN SCENA

–     Maria: Carlo (nome di fantasia assegnato al marito) ho bisogno di parlarti di una cosa molto importante.

–     Carlo: cosa c’è?

–     Maria: Riguarda l’utilizzo della macchina.

–     Carlo: hummm… oddio ancora?!

–     Maria: Sì, lo so che è una questione fastidiosa e difficile per te; vorrei che tu comprendessi che lo è molto anche per me e vorrei tanto che potessimo trovare insieme una soluzione che possa andare bene a tutti e due, perché per come stanno adesso le cose è evidente che non va bene a nessuno dei due.

–     Carlo: adesso non esagerare come tuo solito; a me non sembra che ci sia niente di così grave in ballo!

–     Maria: magari hai ragione tu, non ci sarà niente di grave per te, ma per me, invece, il problema sta diventando insostenibile e vorrei che tu mi aiutassi a risolverlo?

–     Carlo: qual è il problema?

–     Maria: il problema è che quando ho bisogno di usare l’auto, per conto mio, pur essendocene la possibilità, perché è in garage e tu non la stai usando, né devi farlo, io non posso usarla, perché tu mi convinci di non farlo.

–     Carlo: beh, ma se riesco a convincerti, vuol dire che alla fine sei d’accordo anche tu, quindi dov’è il problema?

–     Maria: (dopo aver fatto tre lunghi respiri) Ecco, appunto, ti ho chiesto di parlare proprio perché credo d’essermi chiarita le idee sulla cosa e spero di riuscire a inquadrarlo meglio e a farti vedere tante cose che finora mi sono tenuta dentro.

–     Carlo: accipicchia! Sentiamo

–     Maria: lo so che quando ti chiedo di usare l’auto, tu ti preoccupi, giustamente, perché mi vedi un po’ insicura alla guida e un mese fa ho pure urtato contro un muretto; lo so che ti preoccupi perché se faccio dei danni poi siamo in difficoltà a pagare le riparazioni, anche perché io non sto lavorando; lo so che ti preoccupi anche per me, perché mi vuoi bene e hai paura che mi succeda qualcosa di brutto. È così?

–     Carlo: Proprio così! Non avrei potuto dirlo meglio.

–     Maria: vedi come ti capisco?! Ora tu puoi capire me?!

–     Carlo: certo che posso capirti, ma…

–     Maria: aspetta, fai dire a me, quello che ho da dirti, poi mi dirai tu!

–     Carlo: va bene

–     Maria: vorrei tanto, anzi ho proprio bisogno della tua comprensione; per me è un momento difficile; vorrei tanto trovare un lavoro, per contribuire a migliorare la nostra condizione familiare e, ancor più, perché ne ho bisogno come persona; ho bisogno di cose tutte mie, ho bisogno di quella autonomia e indipendenza personale che solo un lavoro può darmi; ho bisogno di maggiore sicurezza di potercela fare e poter guidare liberamente, quando mi serve, la nostra macchina, mi aiuterebbe a sentirmi più libera e speranzosa di potercela fare, aumenterebbe le mie possibilità di movimento e il mio sentirmi sicura e aumenterebbe così le mie possibilità di trovare un lavoro; mi sono chiare le tue preoccupazioni, le condivido,  ce le ho anch’io, ma vorrei che trovassimo insieme un modo per risolverle, un modo che non si esaurisca nel semplice fatto di non farmi usare la macchina, che se da un lato ti fa stare più tranquillo, da molti altri peggiora le cose, per me, per noi, per tutti. Non trovi?!

Seguire la “procedura” della CNV [1. Osservare e descrivere i fatti; 2. Identificare ed esprimere emozioni e sentimenti; 3. riconoscere e considerare, nella propria comunicazione, bisogni, necessità e valori], stando nel processo (in questo caso di accadimenti emotivi e di pensiero) che ne deriva, porta spontaneamente Maria a fare una richiesta, ben diversa da quella originaria di “voler guidare l’auto, da sola, alla bisogna”.

La richiesta espressa da Maria (“vorrei che trovassimo insieme un modo per risolvere le nostre preoccupazioni, un modo che non si esaurisca nel semplice fatto di non farmi usare la macchina, che se da un lato ti fa stare più tranquillo, da molti altri peggiora le cose, per me, per noi, per tutti”) fa coincidere, strabiliantemente, sia la quarta fase della procedura della CNV (Fare una richiesta che possa essere accetta/negoziata), sia un accadimento-effetto di “processo” della stessa “procedura” di CNV fino ad allora messa in atto.

Sì perché tale richiesta è emersa alla coscienza di Maria, e quindi espressa, come effetto del proprio stare in contatto col processo (di sentimenti, pensieri e riflessioni) che il suo modo di comunicare sviluppava.

Stare nel processo vuol dire stare in contatto con ciò che stiamo vivendo, a partire dal piano di ciò che stiamo sentendo e facendo la spola con ciò che pensiamo e facciamo.

In altre parole, la CNV è un modello di comunicazione basato sull’ascolto attivo, tanto più efficace quanto più praticato rispettando e seguendo i principi e le tecniche presentate nelle parti precedenti di questo stesso capitolo 3, di questo stesso manuale per la formazione in counseling.

Ma torniamo al dialogo immaginario tra Maria e suo marito; coscienti del fatto che, da qui in avanti, quello che accadrà sarà funzione del processo in corso.

–           Carlo: Maria hai ragione, ma non è così facile …

–           Maria:senti Carlo, se il problema principale è rassicurarci sul fatto che io possa prendere la macchina, guidandola senza correre rischi di provocare danni, vorrei che tenessimo conto tutti e due, innanzitutto, che ho la patente, che guido normalmente (soprattutto quando ci sei anche tu) da molti anni e che può capitare a tutti di commettere degli errori alla guida, come d’altronde in ogni altro campo, come mi è successo un mese fa, quando ho sbattuto contro il muretto. Quella volta ero presa male perché avevamo bisticciato, ho fatto tutto con rabbia e piena di nervoso, ero agitatissima e non  sono riuscita a concentrarmi bene su quello che stavo facendo, così è andata come è andata. Ma non è sempre così! Anzi posso promettere che non prenderò mai la macchina se non mi sento tranquilla d’animo e di mente; posso tranquillamente rassicurarti su questo, perché mi prendo l’impegno di farlo, e tu lo sai che se mi prendo un impegno lo rispetto, mi impegno a prestare la massima attenzione alla guida, soprattutto quando entro e quando esco dal garage e vedrai che non ci saranno problemi! va bene?

–           Carlo: hummm … diciamo di sì, però facciamo cosi, prima, per un po’ di volte, fino a quando non vediamo che ti senti sicura tu stessa di uscire dal garage in modo sicuro e tranquillo, quando devi prendere l’auto, usciamo insieme dal garage, nel senso che ti sto vicino e controllo, anche dandoti le giuste dritte, affinché tu possa uscire pulita pulita dal garage; dopodiché, scendo dall’auto e tu vai dove devi andare.

–           Maria: Questo solo fino a quando non ci sentiamo tutti e due sicuri che non ci sono più problemi?quindi quando ne avrò bisogno, ti chiamo, tu mi aiuti ad uscire dal garage, senza fare storie, e poi io proseguo per i fatti miei?

–           Carlo: sì, proprio così e speriamo bene!

Per ora, può bastare e andare bene, a noi e a Maria, che farà propria l’esperienza vissuta con questa

“esercitazione” di CNV.

Qui possiamo dichiarare d’aver visto andare via Maria, dal nostro laboratorio di formazione

partecipata, confortata e convinta di poter riproporre, nella realtà della relazione con suo marito,

quanto sperimentato, fiduciosa di poter ottenere buoni risultati.

Risultati buoni che poi ci ha raccontato d’aver ottenuto!

 La Comunicazione Non Violenta, come forma e sostanza di comunicazione interpersonale empatica ed efficace è una competenza relazionale di straordinaria importanza e valore per chiunque.

Particolarmente utile si rivela per tutti quei professionisti/lavoratori per i quali la relazione interpersonale rappresenti un fondamento importante della propria attività professionale/lavorativa, in particolare:

  • insegnanti, educatori, operatori socio sanitari, terapeuti d’ogni genere e grado;
  • personale vario di enti, cooperative sociali e associazioni di volontari.

 La CNV è uno straordinario modo di comunicare, che migliora la relazione con noi stessi e con gli altri, in famiglia, nella scuola, nel lavoro e tra persone di appartenenza culturale, religiosa e politica differente.

Per noi counselor, la CNV è un comunicare focalizzando l’attenzione sulle azioni che arricchiscono il nostro stare insieme agli altri.

Consiste nell’esprimere semplicemente e onestamente i nostri bisogni, con modalità volte a scongiurare il senso di critica o di offesa che l’altro potrebbe ricevere (al di là delle nostre migliori intenzioni!).

Ci aiuta a comprendere i bisogni degli altri, distinguendoli da ogni critica, giudizio o attacco nei nostri confronti.

In queste pagine è stata fatta una presentazione, da counselor, del modello di CNV, per poterne evidenziare principi, ispirazioni e tecniche.

Certo, questo può essere d’aiuto a chi vuole imparare a comunicare non violentemente, ma il riuscire a farlo non potrà che risultare da un suo apprendimento pratico, centrato sulla sua sperimentazione, organizzata in un percorso formativo più complesso, basato sulla pratica dell’accogliere, ascoltare ed osservare senza giudizio, comunicando secondo principi e metodi quali quelli in questo capitolo presentati.

Tutto ciò è quanto viene fatto in ogni scuola di formazione in counseling degna di questa denominazione!

La formazione in counseling non può che declinarsi come modello di formazione partecipata, gestita in modo interattivo, con didattiche in grado di favorire l’apprendimento dall’esperienza e dal coinvolgimento diretto dei partecipanti.

Gli aspetti teorici non possono che essere trattati come funzione di supporto/argomentazione delle attività di formazione partecipata messe in atto.

I contributi teorici sono finalizzati a fornire indicazioni di tipo concettuale e a sintetizzare quanto appreso in forma esperienziale.

Nella formazione si alternano, alla bisogna, giochi didattici, esercitazioni, lavori in gruppo, simulazioni.

Questo vale per la formazione in counseling come per quella della CNV, che è uno strumento di counseling ed è un mezzo di straordinaria efficacia in ogni situazione di difficoltà relazionale e, a saperla usare, rende più bella e interessante la vita, in ogni suo frangente.

È assolutamente indicata nella gestione di ogni conflitto interpersonale, piccolo o grande che sia.

Funziona con chiunque, piccolo o grande e di qualunque sesso.

Va bene in ogni contesto esistenziale, privato, pubblico, professionale.

Esattamente come il counseling!

Apre a risultati inaspettati ogni qualvolta ci ritroviamo a dover fare richieste difficili, procedere a qualche forma di negoziazione o gestire trattative di qualsiasi genere.

Tutti possiamo imparare ad usarla, beneficiandone degli effetti.

Integrare counseling e CNV  è una sorta di “upgrade” dell’uno e dell’altra, una specie di livello superiore di entrambi.

La CNV, come il counseling, ricorre a:

  1. parole e forme espressive che favoriscono l’incontro e la comprensione fra le persone;
  2. fa leva sulle emozioni, i sentimenti e i bisogni dei parlanti;
  3. valorizza i loro universi culturali, con particolare riferimento alle soggettive declinazioni di valori e di credenze personali;
  4. è orientata allo sviluppo delle condizioni che renderanno accettabili le richieste che abbiamo a cuore.

Tutti possiamo imparare a comunicare non violentemente, beneficiandone degli effetti.

Per noi counselor comunicare non violentemente non è solo utile, è indispensabile.

Per accedere alla lettura di ogni parte del “Manuale per la formazione in counseling”, già pubblicata, clicca qui.

Se vuoi contribuire alla stesura dell’opera, se sei interessato alla formazione in counseling, se vuoi diventare un counselor e ne stai valutando le opportunità,

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