Il Counseling, una relazione che si fa Esperienza.

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IL COUNSELING, UNA RELAZIONE CHE SI FA ESPERIENZA.

Il presente articolo è parte di un più articolato progetto editoriale, di scrittura di un “Manuale per la formazione in counseling”, cui puoi accedere cliccando qui.

Al Counseling sono associate diverse visioni, che in vario modo ne valorizzano, o marginalizzano, caratteristiche e contenuti.

La visione che si vuole qui proporre è quella di un Counseling come relazione d’aiuto i cui valori, e le cui specificità, siano principalmente da ricercare nelle sue capacità di essere “una relazione che si fa esperienza”; esperienza per il cui tramite trovare le risposte che stiamo cercando, relativamente alle difficoltà esistenziali che stiamo vivendo.

Il Counseling è un’esperienza che ci mette in condizione di:

  • avere una più chiara visione e coscienza di quanto ci sta capitando e della parte che in esso vi stiamo svolgendo
  • avere più fiducia nelle nostre possibilità di migliorare/cambiare tale stato delle cose
  • scoprire come, trovando il coraggio e la forza di farlo.

Vale la pena sottolineare che è l’esperienza che viviamo/maturiamo facendo Counseling, non il counselor, a “condizionarci” fino a portarci ad avere una più chiara e buona coscienza di quanto ci sta accadendo, più fiducia nei nostri mezzi e nelle nostre possibilità di affrontarlo, maggiore coraggio e forza per farlo.

Il Counselor, “semplicemente”, ci aiuta a vivere tale esperienza.

Come ho già scritto in “L’esistenza e le sue crisi. Storie di vita e di counseling” (Edizioni La Rondine, 2018):

<<Chi si rivolge al Counseling, lo fa perché sta vivendo una qualche difficoltà esistenziale alla quale non riesce a far fronte con i mezzi, personali-sociali, a propria disposizione.
La relazione di Counseling diventa così un’esperienza in grado di favorire la scoperta e l’apprendimento di nuove e più funzionali possibilità di gestione/risoluzione delle proprie difficoltà, quelle stesse che prima sembravano insormontabili.
Il Counseling è una relazione che rianima, valorizzandone le funzioni e orientandole al meglio, le integrazioni dei tre registri in cui si svolge la nostra esistenza:
il sentire
il pensare
l’agire
La relazione di Counseling produce valore perché è una relazione vera, in cui il counselor dà valore e fa leva su quanto sente, pensa e fa, e su come il proprio sentire, pensare ed agire interagisca con quello del cliente, aiutando il cliente a corrispondervi in ugual modo>>

Quindi il counselor chiama il proprio cliente a vivere una vera e propria esperienza personale, di vita, coinvolgendolo in una vera e propria esperienza relazionale, in cui entrambi, counselor e cliente, partecipano attivamente.

Questo avviene in forza di una delle ispirazioni centrali del Counseling, che è quella di riconoscere l’esperienza come chiave di crescita, di apprendimento e di superamento di ogni nostra difficoltà esistenziale.

Un bravo counselor è orientato a far vivere ai propri clienti, nelle relazioni di counseling che intrattiene, esperienze dalle quali poter apprendere modi sani ed efficaci di affrontare le loro difficoltà.

Cosa intendiamo per esperienza?

Ancora dal mio libro, già citato:

<<Esperienza è elaborazione ed “assemblaggio”, dotato di funzione e di senso, dell’insieme di elementi soggettivamente caratterizzanti un vissuto.
Assemblare vuol dire “mettere insieme”, “unire” diversi elementi che una volta assemblati diventano qualcos’altro; un qualcosa dotato di specifico senso e di funzione propria.
Per ciascuno di noi, esperienza è il risultato del modo in cui “assembliamo”, rielaborandoli, gli elementi per noi stessi significativi, dei particolari vissuti, che segnano la nostra esistenza, strutturandone il valore.
Non sempre, però, l’ “assemblaggio” riesce bene!
Non sempre riusciamo a mettere insieme i pezzi dei nostri vissuti, in modo tale da permetterci di affrontare positivamente e con successo le “crisi dell’esistenza” attraverso le quali passano i nostri processi di crescita individuale e sociale.
Per la Gestalt, l’esistenza di tutto ciò che è in vita è funzione di un equilibrio omeostatico, sorretto dalle capacità/possibilità di ogni organismo vivente di soddisfare i propri bisogni.
Le possibilità di soddisfazione di ogni bisogno organismico-individuale, si inscrivono nelle relazioni che lo stesso organismo-individuo intrattiene con l’ambiente ovvero, e più precisamente, nel suo modo di contattarlo.
Il miglior contatto possibile individuo-ambiente determina la migliore esperienza possibile per l’individuo>>.

 Se la relazione di counseling riesce ad essere un’esperienza di positivo, sano, ben funzionante ed efficace contatto counselor-cliente, allora diventa, per il cliente un’esperienza dalla quale apprendere, e fare proprie, le modalità di contatto con l’altro, con l’ambiente, utili e funzionali  a meglio affrontare i propri problemi.

Questo vuole essere una relazione di Counseling.

Per questo diciamo che “Counseling è Cambiamento”, cambiamento delle modalità di contatto e di relazione con l’ambiente, alias “l’altro” delle, e nelle, nostre relazioni interpersonali.

Il Counseling rende possibile questo cambiamento facendo leva, innanzitutto, sul cambiamento del contatto con se stessi.

Per fare questo, il counselor accompagna i propri clienti lungo sentieri di consapevolezza “ancorati al sentire”, aiutandoli ad ascoltare emozioni, sensazioni, sentimenti, aiutandoli a scoprirne il senso ed i più sani collegamenti con i vari comportamenti possibili.

Per poter fare questo, il counselor ha seguito un percorso formativo, pratico-esperienziale, centrato sull’allenamento delle proprie capacità/possibilità d’ascolto, grazie al quale ha imparato ad ascoltare e cosa farsene in chiave relazionale.

Ancora da “L’esistenza e le sue crisi. Storie di vita e di counseling”:

<< 1) Qual è il miglior contatto possibile individuo-ambiente?
2) Cosa lo rende possibile?
3) Come possiamo agire per determinarlo?
Risposta alla prima domanda:
il migliore contatto possibile individuo-ambiente è quello in grado di produrre la migliore soddisfazione possibile del bisogno in “figura”, termine gestaltico che individua l’elemento di maggiore consapevolezza individuale, in risalto nel “qui e ora” di ogni contingenza esistenziale-individuale.
Risposta alla seconda domanda:
va da sé che questo possa avvenire grazie alla positiva ed integrata azione di ogni potenziale funzione di contatto individuo-ambiente.
Risposta alla terza domanda:
si tratta quindi di far agire, al meglio, tutte le possibili nostre funzioni di contatto; funzioni che, per noi “umani”, agiscono su tre registri specifici della nostra esistenza:
della percezione sensoriale, intro ed esterocettiva
del pensiero
dell’azione
Quando le funzioni in moto in questi tre piani presentano una qualche “difettosità”, le nostre esperienze smettono di sostenere la nostra crescita, impediscono il nostro sviluppo ovvero l’incedere positivo della nostra esistenza.
La “difettosità” principale delle nostre funzioni di contatto riguarda la nostra indisponibilità ad agirle tutte, efficientemente ed in buon contatto, tra loro stesse!
Abbiamo sensi rivolti all’esterno (vista, udito, tatto, olfatto) ed altri agenti al nostro interno (insieme al gusto, la miriade di sensazioni propriocettive che ci parlano dei nostri stati di benessere/malessere), che usiamo “a scartamento ridotto”, quando proprio non li teniamo in sordina.
Lo dobbiamo, principalmente, ad una cattiva educazione e alle modalità nevrotiche con le quali rispondiamo alla paura di ciò che potrebbe capitarci se li tenessimo bene in azione!
Confondiamo il sentire col pensare, limitandone le potenzialità di funzionamento.
Usiamo le nostre facoltà di pensiero per rappresentarci ordini di realtà immaginarie, buone più a contenere i nostri tormenti emotivi che non a migliorare concretamente, realisticamente, le condizioni della nostra esistenza.
Agiamo sconsideratamente oppure tratteniamo le nostre azioni, limitandone le potenzialità di produzione di stati di benessere, per noi stessi e per gli altri.
Da tutto ciò la deriva di esperienze che poco sostengono l’individuo a crescere forte e sano, capace di affrontare la vita, godendosela!
Nella visone gestaltica delle cose (che ci aiuta a mettere a punto le ispirazioni del nostro Counseling Pragmatico), ad una tale “sfortuna”, possiamo porre rimedio, ri-organizzando il quadro esperienziale “difettoso”.
Come?>>

 “Lavorando” sulla qualità del contatto tra ciò che il cliente sente, pensa e fa, relativamente agli accadimenti che lo stanno mettendo in difficoltà.

Tale “lavoro” è ciò che qualifica e caratterizza la relazione di Counseling.

Il counselor aiuta il cliente a contattare, in modi nuovi, emozioni, sensazioni, immaginazioni, desideri, principi etici e morali, norme e valori personali e sociali.

Attraverso queste nuove modalità di contatto, il cliente vive nuove esperienze, relative allo stato delle cose riguardanti le proprie difficoltà, e da queste nuove esperienze trae orientamenti e stati d’animo che lo inducono a muoversi verso comportamenti più funzionali alla positiva gestione delle proprie problematiche esistenziali.

Il counselor gestisce la relazione di counseling coinvolgendo il cliente, confrontandolo colloquialmente e con la proposta di esercitazioni varie, di contatto intro ed esterocettivo, riportando il tutto a tre questioni fondamentali:

  1. cosa senti?
  2. cosa fai?
  3. cosa pensi?

Muovendosi, insieme al cliente, tra i registri della realtà e quelli dell’immaginazione (ben sapendo che per la mente, a certe condizioni, non c’è differenza tra reale e immaginario!) il counselor sostiene il “confezionamento” di nuove esperienze per il cliente e per se stesso.

Le tre questioni del Cosa senti? Cosa fai? Cosa pensi? Ripetutamente proposte al cliente, sono altresì, dal counselor, continuamente autorivolte, per tenere vive le necessarie risonanze/dissonanze relazionali che nella relazione di Counseling il counselor sfrutta strategicamente per le proprie finalità di aiuto ad aiutarsi che intende offrire al proprio cliente.

Per questo la nostra definizione di Counseling preferita è quella che dice:

<<Il Counseling è una forma d’aiuto professionale praticato, principalmente, in forza dello specifico e particolare modo di stare con se stessi in relazione con gli altri, gestendone le dinamiche di comunicazione con intenzioni e modalità orientate ad avviare-rilanciare-sostenere, nell’altro, sviluppi di consapevolezza tali da migliorare significativamente le sue capacità/possibilità di affrontare le situazioni problematiche che sta vivendo.>>

 La bravura di un counselor non è definita, né necessariamente sostenuta, dalla quantità/qualità delle sue conoscenze teoriche, perché il valore delle sue relazioni di Counseling è commisurato alla qualità del contatto che è in grado di gestire con i propri clienti e tale qualità non è mai una funzione diretta di alcuna conoscenza teorica, ma è sempre una funzione degli stati di consapevolezza personale-relazionale del counselor.

Questi stati di consapevolezza sono una risultante delle pratiche di conoscenza di sé e di ascolto propriocettivo a cui il counselor si è dedicato, in particolare, nel corso della propria formazione in counseling e, in generale, in tutta la sua vita, prima e dopo la formazione in counseling stessa.

Nel Counseling, è la qualità del contatto counselor-cliente che, per il cliente, si fa esperienza in grado di produrre cambiamento/miglioramento del proprio modo di percepire se stesso, gli altri e l’ambiente, diventando così una magnifica e straordinaria opportunità di aprirsi alle proprie possibilità di meglio affrontare le proprie difficoltà, fino a risolverle.

Il counselor è un facilitatore esistenziale.
Nel cliente, facilita la rielaborazione di stili di pensiero e di comportamento, di modelli ideali e competenze cognitive, di valutazioni del presente e progettazioni del futuro; facendo leva sul “sentire” del cliente e sulle sue possibili rivisitazioni, il counselor valorizza le potenzialità soggettive del cliente, mettendone in luce, nella relazione stessa di Counseling, le relative possibilità di espressione e sviluppo.

Certo, un bravo counselor conosce le modalità di comunicazione interpersonale che sostengono il contatto e lo qualificano (fra queste, fondamentale è il ricorso ad un particolare modo di gestire i feedback, specifico del Counseling), ma soprattutto, ha imparato a stare lui stesso in contatto con se stesso e con l’ambiente nel quale, e col quale, vive, lavora, collabora.

Sul rapporto tra il “saper fare” tutto ciò e le conoscenze ed i saperi di carattere teorico ed epistemologico, che qualcuno considera indispensabili per un counselor, ci addentreremo presto.

IL CONTENUTO DI QUESTO ARTICOLO VERRA’ INTEGRATO NEL MANUALE DEL COUNSELOR PRAGMATICO. Per saperne di più, clicca qui: https://www.pragmacounseling.it/il-manuale-del-counselor-pragmatico/

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Domenico Nigro Counselor.

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