Saper prendersi cura, di sè e degli altri.

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Saper prendersi cura, di sè e degli altri.

Il contenuto di questo articolo è parte integrante del terzo capitolo del “Manuale per la formazione in counseling”, progetto editoriale pubblicato in corso d’opera in questo stesso blog.

Per averne il quadro completo, clicca qui.

Abbiamo fin qui parlato di saperi e abilità riferiti alla comunicazione, all’ascolto, all’accoglienza e al contatto.

Nel dominio dei “saperi” e delle abilità che strutturano le competenze relazionali di noi counselor, fondamentale è quella del “saper prendersi cura”, di noi stessi, delle persone e dell’ambiente con cui interagiamo.

Il prendersi cura è, innanzitutto, ciò che facciamo nei nostri confronti, ogni qualvolta facciamo un qualcosa che ci fa bene, che ci fa crescere e migliorare.

Il prendersi cura è ciò che facciamo nei confronti degli altri ogni qual volta li aiutiamo a stare bene, a crescere, a migliorarsi.

Prendersi cura vuol dire lavorare per il proprio e per l’altrui benessere.

Prendersi cura è un’esperienza che facciamo, innanzitutto, prendendoci cura di noi stessi.

Il prendersi cura di sé, nella cultura occidentale, ha le sue radici nella Grecia classica.

Platone ci parla del “prendersi cura di se stessi” come condizione ineludibile dell’arte del vivere, del crescere, dello svilupparsi, dell’affermarsi, del realizzarsi.

Prendersi cura di sé si riferisce a tutto ciò che l’uomo fa per la propria felicità e il proprio benessere, che è visto intimamente collegato alla conoscenza di sé.

L’auto-analisi, gli studi sul “sé”, le riflessioni personali e i confronti interpersonali, le esperienze di meditazione e le rappresentazioni artistiche, vengono sperimentate come mezzo per l’auto-conoscenza e la scoperta di cosa e come fare per autorealizzarsi.

Insomma: se imparo a conoscermi, scopro cosa mi fa stare bene, come posso stare bene e, su questi due piani, coerentemente mi attivo.

Ecco allora che “il prendersi cura” parte dalla conoscenza di sé e si sviluppa nella messa in atto e nella valorizzazione di tutto ciò che produce benessere, salute e felicità, nella doppia dimensione, individuale e sociale (non fosse altro perché il benessere e la felicità sono stati individuali dell’essere irrealizzabili in contesti sociali di sofferenza e infelicità!).

Prendersi cura di sé diventa l’attività permanente grazie alla quale sviluppiamo la nostra esistenza e la nostra realizzazione.

Possiamo “esportare” tale esperienza, nei contesti relazionali, al fine di aiutare gli altri a stare meglio e, così facendo, aiutando noi stessi a stare meglio?

Nell’agire una relazione, soprattutto nel farlo in chiave d’aiuto, interveniamo su aspetti concreti della vita altrui attraverso noi stessi.

Se vogliamo aiutare/aiutarci, lo possiamo fare tendendo, eticamente, verso la felicità, nostra e altrui.

L’idea di felicità qui sottintesa è quello stato dell’essere che realizziamo quando soddisfiamo i nostri bisogni/desideri in sintonia con i nostri valori.

Prendersi cura di sé vuol dire attivarsi nella scoperta e nella realizzazione di ciò che può portarci alla felicità; prendersi cura di un altro vuol dire aiutarlo a scoprire e a realizzare ciò che può portarlo alla felicità.

Solo chi sa prendersi cura di sé può attivarsi, proficuamente, nella cura degli altri, perché la cura degli altri passa attraverso la socializzazione della propria esperienza di cura di sé.

L’ascoltarmi e il darmi accoglienza presiedono al mio prendermi cura di me stesso; che, fatto attraverso l’auto ascolto e l’auto accoglienza, mi mette in contatto con gli altri, mi permette di ascoltarli e di accoglierli; il contatto che stabilisco con gli altri mi permette di prendermene cura, il tutto in un circolo virtuoso di consapevolezza, che mi permette di scoprire e di valorizzare le mie e le altrui potenzialità di benessere e di realizzazione.

Prendermi cura dell’altro si riferisce a tutto ciò che faccio per facilitargli la realizzazione, il raggiungimento della felicità ed il conseguimento del benessere.

Questo è tanto più possibile quanto più saprò contattare l’altro, conoscendolo e scoprendone le caratteristiche soggettive, emotive, comportamentali e di pensiero, basandomi su queste per aiutarlo.

Prendermi cura dell’altro vuol dire agire in funzione di ciò che lui stesso valuta buono e fonte di benessere per se stesso, senza confonderlo con i miei giudizi, le mie valutazioni, i miei interessi e i miei valori morali e culturali.

Prendersi cura è un’azione di valorizzazione, innanzitutto di se stessi.

Nel prendermi cura di me stesso, mi do valore e creo il presupposto più importante per il mio auto sostegno, condizione di base per potermi prendere cura degli altri.

Il prendersi cura, di sé e/o degli altri è possibile unicamente in funzione delle nostre capacità di dar valore a quello che facciamo, pensiamo, sentiamo e a come lo facciamo, pensiamo, sentiamo.

È possibile se sappiamo far funzionare tale capacità, anche, nei confronti degli altri, aiutandoli a dare valore a ciò che fanno, pensano e sentono.

Per accedere alla lettura di ogni parte del “Manuale per la formazione in counseling”, già pubblicata, clicca qui.

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