L’Io – Tu; il discorso diretto e biunivoco # Comunicazione efficace

0
767
bacio-sulle-onde

Comunicazione efficace, precetto n° 7:

“L’Io – Tu; il discorso diretto e biunivoco”.

Il contenuto di questo articolo è parte integrante del terzo capitolo del “Manuale per la formazione in counseling”, progetto editoriale pubblicato in corso d’opera in questo stesso blog.

Per averne il quadro completo, clicca qui.

 

I DIECI PRECETTI DELLA COMUNICAZIONE EFFICACE

  1. “Prima comprendere l’altro”
  2. “C’è un luogo ed un tempo per ogni cosa”
  3. “Accogliere”
  4. “Ascoltare”
  5. “Agire”
  6. “L’autenticità e il rispetto”
  7. “L’ Io – Tu; il discorso diretto e biunivoco”
  8. “Ci sono parole che aiutano e ci sono parole che bloccano”
  9. “Attenzione al linguaggio non verbale”
  10. “L’emozione non mente come la mente”

 “L’Io – Tu; il discorso diretto e biunivoco”

Tra parlanti, una comunicazione è tanto più efficace quanto più soddisfa il principio della compartecipazione consapevole e responsabile.

Tale compartecipazione è fortemente agevolata dall’utilizzo del discorso diretto.

Spesso, per comunicare pensieri, emozioni e sensazioni che ci appartengono, facciamo ricorso all’utilizzo di forme impersonali di espressione.

Nel nostro argomentare, troppo facilmente, prevale l’uso della seconda o della terza persona per riferire propri pensieri su comportamenti altrui o propri.

Esempio:

«È facile aspettare che siano sempre gli altri a prendere l’iniziativa”, piuttosto che: “tu non prendi l’iniziativa, aspetti che sia io a farlo”, oppure: “io non prendo l’iniziativa, aspetto che sia tu a farlo».

Lo stesso si può dire in materia di emozioni.

Esempio:

«Quando vieni lasciato solo, ti senti male», oppure: «Uno si sente male, quando viene lasciato solo», piuttosto che: «Io, quando rimango solo, mi sento male».

Qual è l’operazione che facciamo quando utilizziamo forme d’espressione impersonali, per parlare di noi stessi o di chi ci sta di fronte?

Generalizziamo! E così facendo, non ci assegniamo (né assegniamo all’altro) alcuna specifica responsabilità circa i nostri comportamenti e il modo in cui gestiamo i nostri sentimenti.

Quello che rappresentiamo è una visione delle cose in cui tutto capita per determinazioni che non dipendono da noi, sulle quali quindi non possiamo avere alcuna responsabilità.

Tali forme di espressione (e quindi di comunicazione), escludono la responsabilità sia di chi parla, sia di chi ascolta, cosicché son tutti “salvi”: chi si sta confrontando può continuare a farlo senza nessun vero coinvolgimento emotivo, senza alcun vero contatto, senza mettere realmente in gioco o in discussione alcunché; ma allora: cosa si comunica a fare!?

Quando facciamo in modo che qualcosa non capiti è chiaro che, di quella cosa, temiamo gli effetti.

Peccato che, in materia di efficacia della comunicazione, un tale atteggiamento sia penalizzante.

La comunicazione interpersonale è tanto più efficace quanto più è solido il contatto esistente tra i parlanti, che è tale quanto più, fra gli stessi, è viva e attiva la comprensione e la consapevolezza circa il come si stia sviluppando la loro relazione e il cosa la stia caratterizzando.

Evitare la condivisione (soprattutto quando ciò avviene inconsapevolmente) di pensieri ed emozioni non permette un vero contatto fra i parlanti e, quindi, non sostiene l’efficacia della loro comunicazione.

La condivisione di pensieri e sentimenti è fortemente aiutata dall’utilizzo del discorso diretto:

– «Io sento» (quali emozioni?);

– «Io provo» (quali sensazioni?);

– «Io penso» (cosa e in relazione a cosa?);

– «Tu, cosa senti?»;

– «Tu, cosa provi?»;

– «Tu, cosa pensi?».

Sono queste le questioni che, debitamente valorizzate, affrontate e confrontate, permettono ai parlanti di vivere un’esperienza relazionale di vero incontro, di vero contatto, di vera ed efficace comunicazione interpersonale.

Prestando attenzione al come articoliamo le nostre proposizioni, preferendo l’utilizzo di soggetti che sono l’“io”, quando parlo di me, e il “tu”, quando parlo dell’altro, noi sosteniamo l’efficacia della nostra comunicazione, sosteniamo lo sviluppo della nostra e dell’altrui consapevolezza circa il cosa caratterizza la relazione e il come questa si sta svolgendo, sosteniamo la gestione responsabile della relazione e sosteniamo la qualità del contatto.

In questa direzione, quanto più l’uso del discorso diretto, diventa appannaggio di entrambi i parlanti, tanto più possiamo parlare di vera comunicazione interpersonale.

Questa è tale quando il flusso comunicativo si muove attraverso un continuo e progressivo scambio di ruolo (emittente-ricevente) dei parlanti, insomma: quando è “biunivoco”.

L’utilizzo del discorso diretto agevola e promuove una simile dinamica, insieme all’opportuno ricorso del “domandare” (come abbiamo visto nel precedente secondo “precetto”: “c’è un luogo ed un tempo per ogni cosa”).

Attraverso il mio domandare, coinvolgo l’altro nella relazione, gli do voce, sostengo la sua consapevolezza e le sue prese di responsabilità e, soprattutto, ottengo le informazioni che mi sono utili per portare avanti, efficacemente, la mia comunicazione e ottenere i risultati migliori per la relazione che sto gestendo e, in ultima analisi, per me stesso.

Se vogliamo ottenere qualcosa di buono dalle nostre relazioni, dobbiamo condividere, con chi ci relazioniamo, il ruolo di parte attiva nella gestione della comunicazione.

Più questo avviene (e quindi più sarà biunivoca la comunicazione), più efficace sarà lo scambio comunicativo.

Per accedere alla lettura di ciascuno dei 10 precetti sulla comunicazione efficace, nonché a quella di ogni parte del “Manuale per la formazione in counseling”, già pubblicata, clicca qui.

Se vuoi contribuire alla stesura dell’opera, se sei interessato alla formazione in counseling, se vuoi diventare un counselor e ne stai valutando le opportunità,

contattami.

Inserisci una Risposta