L’emozione non mente come la mente # Comunicazione efficace

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Comunicazione efficace, precetto n° 10:

“L’emozione non mente come la mente”.

Il contenuto di questo articolo è parte integrante del terzo capitolo del “Manuale per la formazione in counseling”, progetto editoriale pubblicato in corso d’opera in questo stesso blog.

Per averne il quadro completo, clicca qui.

 

I DIECI PRECETTI DELLA COMUNICAZIONE EFFICACE

  1. “Prima comprendere l’altro”
  2. “C’è un luogo ed un tempo per ogni cosa”
  3. “Accogliere”
  4. “Ascoltare”
  5. “Agire”
  6. “L’autenticità e il rispetto”
  7. “L’ Io – Tu; il discorso diretto e biunivoco”
  8. “Ci sono parole che aiutano e ci sono parole che bloccano”
  9. “Attenzione al linguaggio non verbale”
  10. “L’emozione non mente come la mente”

 “L’emozione non mente come la mente”

Le emozioni sono parte integrante della comunicazione interpersonale, sono messaggi all’interno di una relazione.

Sono messaggi che, il più delle volte, non vengono espressi con delle parole, ma ad esse danno tono e colore, non si esauriscono in manifestazioni non verbali (le espressioni del corpo), ma ad esse sono intrinsecamente associate.

Sono messaggi che possono cadere nel vuoto, o subire una sorte nefasta, se li giudichiamo o interpretiamo, malamente, se li banalizziamo e svalutiamo, oppure possono essere messaggi cui diamo valore, gestendoli consapevolmente nella nostra comunicazione, rendendola così efficace.

Un emozione non mente mai (se ho paura, ho paura davvero; se sono allegro, sono allegro davvero) ed è proprio questa caratteristica di autenticità che, riportata nella comunicazione, valorizza e rende efficace la comunicazione stessa.

Posso negare alla mia coscienza di provare un’emozione, ma questo è un fatto che riguarda il funzionamento della mente.

Posso non vedere (o fare finta di non vedere), e non accorgermi dell’emozione che alberga l’animo e il corpo di chi ho di fronte, ma questo è ciò che ho imparato a fare, privilegiando il dominio della mente nella mia esperienza di vita, quel dominio che ha oscurato la mia capacità di sentire le mie emozioni e, di riflesso, di intuire / riconoscere quelle che provano gli altri e, di riflesso, empatizzare con questi altri.

Prestare attenzione alle emozioni (le mie, quelle dell’altro), saperne riconoscere la presenza, saperle associare ai contenuti, ai momenti, alle forme della comunicazione attraverso cui sono affiorate, mi segnala cosa conta realmente per me e/o per l’altro, mi segnala a cosa dedicarmi e cosa, opportunamente, privilegiare.

Il riconoscimento delle emozioni indirizza la mia comprensione e la mia capacita di farmi comprendere, mi indica i “tempi” attraverso i quali articolare la mia comunicazione, mi segnala i “luoghi” più idonei alla sua esplicitazione, e la rende, assolutamente, più efficace.

L’attenzione rivolta all’emozione, quando mi permette di riconoscerne una presenza (in me o nell’altro), mi segnala che qualcosa di importante sta accadendo e mi invita a dargli valore, esplorandola e indagando come questo stia avvenendo.

Se mi accorgo di essere agitato (ad esempio), chiedermi cosa mi sta agitando e rendermi conto di come manifesto questa mia agitazione, mi permetterà di “agire” questa agitazione, piuttosto che esserne “agito”.

Se mi accorgo dell’agitazione altrui, porre dialogicamente la questione, richiamandola opportunamente (facendo leva sulle mie capacità di comunicazione) all’attenzione del mio interlocutore, mi permetterà di stabilire una qualità del contatto realmente capace di far progredire positivamente la relazione.

Potrei quindi porre la seguente domanda:

«Ho come l’impressione che ci sia qualcosa di particolarmente significativo per te in quello che stiamo trattando, ti vedo muoverti in continuazione sulla sedia e grattarti ripetutamente le mani, c’è per caso qualcosa che ti agita?».

Invece di assegnare una qualche pregiudiziale motivazione a quanto sta accadendo, rimanendo così intrappolato in uno dei più classici funzionamenti automatici (a forte rischio di menzogna) della mente: la classificazione.

La natura sociale dell’esistenza umana vede nella comunicazione interpersonale una chiave fondamentale della propria salvaguardia e del proprio sviluppo.

L’uomo vive grazie (anche) al proprio comunicare, alla propria capacità di scambiare informazioni.

Cosa succede quando tale scambio è preda di un dominio della mente che esclude la valorizzazione delle emozioni e cosa succede, invece, quando sono le emozioni a dominare la mente?

La mente funziona per classificazioni, per connessioni (associazioni/dissociazioni), per elaborazioni.

Attraverso l’interazione di questi tre “funzionamenti”, analizziamo, sintetizziamo, semplifichiamo, banalizziamo, valutiamo e giudichiamo, interpretiamo ed etichettiamo, costruiamo e sviluppiamo

immagini e pensieri.

Tutto questo ci permette, sì, di comunicare sulla realtà, ma al “prezzo” di farlo su e con uno stato delle cose che è sempre una ricostruzione soggettiva della realtà, più o meno vicina ad essa, ma mai essa stessa.

Quando la nostra comunicazione è dominata dalla mente, la realtà sulla quale, e dentro la quale, comunichiamo è, sempre, in una certa misura, una creazione immaginaria della nostra mente.

Tutto ciò che “passa” per la nostra mente, e da questa è elaborata, esiste in qualità di immagine; implementa e compone una sorta di magazzino, di “archivio” immaginario di rappresentazioni mentali alle quali ci riferiamo nell’agire le nostre relazioni, nel gestire la nostra comunicazione, nel tradurre i nostri vissuti in esperienze.

Attraverso le connessioni e i loro sviluppi, che mentalmente stabiliamo (di identificazione / somiglianza e/o di differenziazione; di integrazione / associazione e/o di disaggregazione / dissociazione) fra, e con, le immagini “archiviate”, mettiamo a punto le nostre interpretazioni, le nostre attribuzioni di valore e di significato; con tutti i rischi di travisamento che tali operazioni comportano.

Costruiamo e ricostruiamo le nostre rappresentazioni mentali e, quanto più non consideriamo il loro essere cosa diversa dalla realtà a cui si riferiscono, tanto più corriamo il rischio di mistificarla.

Sviluppiamo “logicamente” i nostri pensieri, incuranti di quanto i presupposti dai quali li facciamo partire siano realmente fondati e incuranti di quanto, invece, possano essere il frutto di una nostra immaginazione, più o meno corrispondente al reale stato delle cose (una logica che fonda il proprio sviluppo su di un presupposto “falso”, produce risultati tanto più falsi quanto più viene sviluppata!).

Dati tali presupposti, come non dar credito al vecchio detto che ci ricorda che: “la mente mente”?!

Ma se la mente mente, potremmo dire: costituzionalmente, come fare per farvi fronte?

Risposta: “Lavorando sul riequilibrio delle reciproche influenze che intercorrono tra le dinamiche emotive e quelle mentali”.

Le emozioni hanno una natura e un’esistenza direttamente collegata allo stato di insorgenza/soddisfazione dei bisogni.

Nella nostra storia di vita (dal nostro primo vagito neonatale), facciamo prima i conti con le emozioni e, successivamente, con la loro rielaborazione mentale.

Da quando la mente comincia ad intervenire nella gestione delle emozioni, fra l’una e le altre si innesca una dinamica di continua e reciproca influenza, rispetto alla quale, nella nostra cultura, è andato affermandosi il “valore” del predominio della mente.

Insomma, facciamo in modo che la nostra mente governi e controlli le nostre emozioni, fino ad arrivare ad oscurarle e a renderci degli automi che si illudono di poter far fronte a tutto ciò che può succedere; al prezzo (ahinoi!) di diventare sempre più cinici e insensibili esponendoci così, grazie al crescere della nostra insensibilità, sempre più all’assalto delle più disparate (quando non disperanti) nevrosi o, addirittura a gravi forme di malattia (in particolare quelle autoimmunodeficienti).

Oscurando le emozioni, che ci segnalano i nostri bisogni, disimpariamo a soddisfarli, e quando non soddisfiamo un nostro bisogno, noi stiamo variamente male, fin’anche ad ammalarci!

Quanto questo sia utile all’esistenza particolare di ciascuno di noi e a quella generale dell’umanità è un quesito al quale ciascuno dia la propria risposta.

Ma, sul piano della comunicazione interpersonale efficace (qui inteso come tutto ciò che i parlanti si scambiano al fine di stabilire e sviluppare un contatto massimamente in grado di sostenere i più soddisfacenti esiti e sviluppi relazionali), lasciare campo aperto al predomino della mente sulle emozioni è sicuramente e assolutamente controproducente (la mente non lega e unisce le persone, più facilmente le allontana, le emozioni, invece, coinvolgono e uniscono!)

Non che rovesciare i termini del rapporto (e quindi lasciare alle emozioni libero campo di manifestazione e affermazione) rappresenti una soluzione affidabile e auspicabile: le emozioni danno un senso alla nostra vita, ma il non saperle gestire renderebbe la vita stessa impossibile.

Possiamo mettere le emozioni al servizio della mente e viceversa.

Permettiamo alle emozioni di segnalarci i nostri bisogni e indirizziamo le nostre elaborazioni mentali verso il riconoscimento, l’accettazione e la più opportuna gestione (per sé e per gli altri) del bisogno che l’emozione stessa, di volta in volta, ci segnala.

Potremo così ridurre e contrastare efficacemente il potenziale menzognero della mente e valorizzare il potenziale di autenticità che le emozioni apportano alla nostra vita e alle nostre esperienze.

Tutte le nostre forme di comunicazione risulteranno, allora, più efficaci; perché frutto di un’intelligenza capace di integrare il funzionamento delle emozioni e quello della mente.

Un emozione non mente mai.

Menzognera può essere la fonte (il pensiero) che la origina, così come menzognero può essere il modo in cui la utilizziamo.

Un emozione non è mai né intelligente, né stupida.

È l’uso che facciamo delle emozioni che può essere considerato stupido o intelligente, inefficace o efficace, nel nostro caso, sul piano della comunicazione/relazione.

Per accedere alla lettura di ciascuno dei 10 precetti sulla comunicazione efficace, nonché a quella di ogni parte del “Manuale per la formazione in counseling”, già pubblicata, clicca qui.

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