L’autenticità e il rispetto # Comunicazione efficace

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Comunicazione efficace, precetto n° 6:

“L’autenticità e il rispetto”.

Il contenuto di questo articolo è parte integrante del terzo capitolo del “Manuale per la formazione in counseling”, progetto editoriale pubblicato in corso d’opera in questo stesso blog.

Per averne il quadro completo, clicca qui.

 

I DIECI PRECETTI DELLA COMUNICAZIONE EFFICACE

  1. “Prima comprendere l’altro”
  2. “C’è un luogo ed un tempo per ogni cosa”
  3. “Accogliere”
  4. “Ascoltare”
  5. “Agire”
  6. “L’autenticità e il rispetto”
  7. “L’ Io – Tu; il discorso diretto e biunivoco”
  8. “Ci sono parole che aiutano e ci sono parole che bloccano”
  9. “Attenzione al linguaggio non verbale”
  10. “L’emozione non mente come la mente”

 “L’autenticità e il rispetto”.

Autentico è ciò che corrisponde al vero, senza manomissione alcuna.

Possiamo considerare autentica ogni forma di comunicazione in grado di esprimere opportunamente i pensieri e gli stati d’animo dei parlanti.

Il rispetto cui qui si fa riferimento riguarda innanzitutto l’attenzione che poniamo a ciò che diciamo, e a come lo diciamo, per scongiurare il più possibile il caso di far soffrire, l’altro e noi stessi.

Un counselor, comunica in modo autentico e rispettoso, perché così è stato abituato dalla sua formazione in counseling (quando è stata una buona formazione!), ma, ancor più, comunica in modo autentico e rispettoso perché ha un’importante coscienza/conoscenza di quanto questo sia indispensabile per la qualità del contatto, suo e dei suoi clienti, con i processi di consapevolezza in corso, intra ed inter soggettivi, propri di ogni relazione di counseling.

Siamo particolarmente interessati ai processi di consapevolezza, perché su questi lavora, principalmente, il counselor.

Infatti l’aiuto più importante che un counselor dà ai propri clienti è quello di aiutarli ad attivare e a sviluppare, al meglio ed in proprio, quei processi di consapevolezza che permetteranno loro di:

  1. meglio orientarsi nelle loro difficoltà, individuando “cosa e come fare” per meglio affrontare le problematiche che stanno vivendo, e per le quali stanno chiedendo aiuto,
  2. ritrovarsi in una condizione emotiva (di fiducia, di coraggio e di forza d’animo) in grado di muoverli all’azione, mettendo in pratica quel “cosa e come fare” individuato in forza dell’esperienza di counseling vissuta.

Una comunicazione autentica e rispettosa è indispensabile per l’instaurarsi e lo svilupparsi di buone forme di contatto tra i parlanti; così come una comunicazione autentica e rispettosa, per essere agita, necessita di buoni stati di consapevolezza.

Vogliamo ribadirlo: l’autenticità è necessaria per l’instaurarsi di un buon contatto tra i parlanti e, contestualmente, necessita di un buon contatto, con i propri e gli altrui processi di consapevolezza, per essere agita.

Sul fatto che l’autenticità della nostra comunicazione sia fondamentale per stabilire un buon contatto con gli altri non credo serva spendere tante parole.

Una comunicazione autentica, che, senza mascheramenti,  esprima esattamente pensieri, sentimenti e sia coerente con i comportamenti di chi la agisce, permette l’instaurarsi di relazioni improntate alla fiducia.

La coerenza tra il dire, il fare, il pensare ed il sentire, stimola la fiducia tra i parlanti.

La fiducia è un sentimento indispensabile per potersi contattare in modo sano e funzionale a buoni sviluppi relazionali.

Ma in che modo un buon contatto, con i processi di consapevolezza intra ed inter soggettivi in corso tra i parlanti, è indispensabile per comunicare in modo autentico?

Se l’autenticità della comunicazione, che qui stiamo argomentando, riguarda il suo essere corrispondente ai pensieri, ai comportamenti e agli stati d’animo (alias emozioni, sensazioni, sentimenti) di chi comunica, avere un buon contatto con quanto stiamo pensando, facendo e sentendo è la condizione indispensabile per poterlo comunicare autenticamente!

Così come avere un buon contatto con quanto sta “sentendo-pensando-agendo” il nostro interlocutore è indispensabile per poter agire una comunicazione non solo autentica, anche il più possibile rispettosa.

Tale “buon contatto” è ciò che abbiamo con i nostri processi di consapevolezza ed è ciò che ci permette di riconoscere, accogliere e comprendere (dandogli valore e, nel caso, “rielaborandolo”) ciò che stiamo sentendo, pensando ed agendo.

Tale “buon contatto” è una funzione diretta della nostra capacità di ascoltare (ascoltarci), nei termini presentati nel precedente “precetto” numero 4, quello dell’ “Ascoltare”.

Tale “buon contatto” è una dinamica che segue gli sviluppi dei processi del nostro sentire-pensare-agire, alias dei nostri processi di consapevolezza (il tema verrà ripreso nei capitoli 3.2.3 e 4.4, vedi Indice), gestiti in contatto-relazione con gli sviluppi dei processi del sentire-pensare-agire del nostro interlocutore.

In una relazione di counseling, i processi di consapevolezza si attivano/sviluppano in relazione alle esperienze che counselor e cliente condividono.

Parliamo di esperienza quando, in una persona, i vissuti sensoriali (emozioni, sensazioni, sentimenti), mentali (le varie articolazioni del pensiero logico: analisi, valutazioni, giudizi, immaginazioni, ecc.) e comportamentali (atteggiamenti ed azioni) si integrano nella comprensione ed in un adeguato riconoscimento delle loro interrelazioni.

La condivisione dell’esperienze vissute, sia dal cliente, sia dal counselor, nella relazione di counseling, è una dinamica centrale del fare counseling e del suo produrre buoni risultati.

La forza ed il valore di tale condivisione deve molto alla qualità della comunicazione agita dal counselor, che a sua volta molto deve al suo essere autentica e rispettosa, così da influenzare positivamente, in termini di autenticità, rispettosità ed efficacia, il comunicare stesso del cliente.

E così nella circolarità e nel contatto del sentire, pensare, agire, del counselor e del cliente; nel condividerlo con forme di comunicazione adeguata; nella relazione di counseling, tra counselor e cliente si sviluppano quelle esperienze che produrranno il miglioramento degli stati di consapevolezza di entrambi, relativamente alle difficoltà portate dal cliente.

Nei miglioramenti dei propri stati di consapevolezza, relativi alle difficoltà che sta vivendo, il cliente trova le risposte di cui ha bisogno e che sta cercando.

Ricapitolando e precisando:

  1. L’autenticità è una qualità che aumenta l’efficacia della comunicazione ed è una funzione che, da un lato, sostiene gli sviluppi di consapevolezza dei parlanti, dall’altro, necessita di buoni stati di consapevolezza per essere agita con efficacia;
  2. l’autenticità attiene soprattutto alla relazione di identità tra ciò che proviamo, pensiamo, facciamo.
  3. sono autentico quando:
  • quello che dico corrisponde esattamente a quello che penso
  • quello che faccio corrisponde adeguatamente a quello che provo e penso
  1. non sono autentico quando:
  • penso una cosa e la nascondo o ne dico un’altra
  • provo una cosa e non agisco in maniera corrispondente
  • vorrei fare una cosa e ne faccio un’altra
  1. se dico/penso di ascoltare e/o di volerlo fare e non lo faccio, non sono autentico.
  2. per poter essere autentici è indispensabile essere in contatto, innanzitutto con se stessi, essere consapevoli del proprio sentire-pensare-agire, che è indispensabile per poter contattare l’altro.

Saper comunicare è una competenza che facilita i contatti interpersonali e, contestualmente, ha bisogno di un buon contatto interpersonale, per poter funzionare efficacemente.

Non esiste comunicazione senza contatto, così come non esiste un sano contatto senza una adeguata comunicazione.

Contatto e comunicazione sono gli elementi strutturali di ogni sana relazione interpersonale, le qualità dell’uno e dell’altra si sostengono vicendevolmente.

Parliamo di contatto riferendoci ad un particolare stato del nostro esistere: quello che viviamo quando siamo funzionalmente corrispondenti al cosa stia accadendo, e al come stia avvenendo, nel nostro e nell’altrui sentire-pensare-agire; tale “corrispondenza funzionale” dipende dal nostro cosciente riguardo circa il cosa stia accadendo,  e come stia avvenendo, nei nostri e negli altrui registri del sentire, del pensare e dell’agire.

L’autenticità è una qualità della comunicazione che fa bene al contatto tra i parlanti e alla loro stessa comunicazione.

Una comunicazione è tanto più autentica quanto più i contenuti che veicola sono espressi adeguatamente, corrispondendo ai  sentimenti, ai pensieri e ai comportamenti dei parlanti.

Tutto ciò rimanda a due questioni:

  1. la consapevolezza dei parlanti circa il proprio sentire/pensare/agire;
  2. il modo in cui questa viene scambiata.

Per comunicare in modo autentico è indispensabile avere una buona coscienza ed un buon riconoscimento dei propri sentimenti e di come questi interagiscano con i propri pensieri e comportamenti, rendendosi sufficientemente conto dello stato degli stessi del proprio interlocutore.

Spesso, l’autenticità, nelle nostre comunicazioni è un’esperienza negata per le conseguenze che temiamo possa generare (non considerando  che comunicare in modo non autentico possa produrre conseguenze ancora peggiori).

Tre paure possono contrastare il comunicare in modo autentico:

  1. la paura del rifiuto (se comunico in modo autentico, vengo rifiutato)
  2. la paura del conflitto (se comunico in modo autentico, scateno un conflitto)
  3. la paura di ferire e/o d’essere feriti (se comunico in modo autentico, ferisco e/o vengo ferito)

Essere agiti dalla paura, senza riuscire ad opporvi alcun sano rimedio, è una condizione che può essere superata per il tramite di un buon lavoro di consapevolezza su di sé, lavoro che caratterizza e qualifica la formazione in counseling.

Il lavoro di consapevolezza, quello che in questo manuale viene chiamato “Yogging” (guarda l’Indice), lo Yoga del Sentire, del Pensare, dell’Agire, producendo un sano, equilibrato ed integrato sistema di contatti ed interrelazioni tra ciò che proviamo, ciò che pensiamo e ciò che facciamo, ci mette in condizione di fare più funzionali conti con le nostre paure, sviluppando in noi le nostre capacità di gestirle positivamente.

Proviamo emozioni, sensazioni, sentimenti di cui ci rendiamo, variamente, poco o nullo conto!

Sostituiamo il tutto con pensieri, che molte volte arriviamo, addirittura, a negare.

Gran parte delle nostre azioni sono automatiche e nevroticamente ripetitive.

Riconoscere ed accogliere, esattamente come proposto nel precedente terzo “precetto” (quello dell’ “Accogliere”), i nostri sentimenti ed i nostri pensieri è il primo passo verso una loro sana gestione.

Per riconoscere i nostri sentimenti ed i nostri pensieri, abbiamo bisogno di prestargli attenzione ed ascoltarli, ascoltandoci esattamente come proposto nel precedente IV “precetto” (“Ascoltare”).

La sana gestione dei nostri sentimenti e dei nostri pensieri contempla la possibilità di esprimerli adeguatamente, comunicandoli agli altri e a noi stessi.

Ciò che sentiamo, proviamo, pensiamo, può essere più facilmente accolto ed accettato, a seconda di come lo comunichiamo, a noi stessi e agli altri.

Comunicare in modo autentico non vuol dire, necessariamente, raccontare agli altri tutto ciò che ci riguarda, vuol dire saper esprimere opportunamente ciò che viviamo nei confronti di quanto stiamo comunicando, soprattutto relativamente ai nostri sentimenti e ai nostri pensieri.

L’autenticità nella comunicazione rimanda, innanzitutto, all’importanza di far “pesare” in essa i sentimenti, i pensieri, i bisogni ed i valori personali che il comunicare muove e dai quali è mosso.

Ma comunicare in modo autentico non è un’abitudine che va per la maggiore.

Istanze culturali-educative non la sostengono.

Il senso comune ci dice che a far trasparire i nostri pensieri e i nostri sentimenti rischiamo di rimetterci; meglio rimanere abbottonati, meglio non far sapere quello che veramente pensiamo e proviamo.

L’ostracismo più forte è rivolto verso le emozioni, considerate un ostacolo per la lucidità del nostro pensare e, quindi, del nostro agire.

“Usa la testa!”

“Non farti prendere dalle emozioni, sono impeti che non ti permettono di ragionare e, quindi, di fare la cosa giusta”.

Una comunicazione efficace, invece, è tale anche perché è autentica, perché rispetta e valorizza i sentimenti, i valori morali-personali ed i pensieri presenti ed attivi nel campo relazionale in cui si svolge.

L’autenticità è possibile allorquando si è consapevoli dei propri sentimenti e dei propri pensieri e si è capaci di comunicarli.

L’autenticità è connessa alla capacità di integrare coerentemente emozioni, pensieri, sensazioni e volizioni.

Per essere autentico non posso permettere che, le istanze derivanti da ciò che sento e penso, agiscano in modo scisso e al di fuori della mia coscienza.

L’autenticità non implica l’obbligo di rivelare/comunicare tutto a tutti.

Implica che ciò che comunico sia autentico.

L’autenticità, quindi, permette l’autorivelazione, ma non la impone, in modo indiscriminato.

Vogliamo qui affermare che l’autenticità della comunicazione è sempre una scelta responsabile, che si fa carico di rivelare, rispettosamente, solo ciò che è pertinente ed opportuno alla natura/tipologia della relazione.

Autorivelarsi non significa dire o rendere esplicito e manifesto tutto ciò che sento, penso, voglio, in modo indiscriminato e “spontaneo” (cioè senza alcuna forma di controllo e di scelta), ma scegliere consapevolmente, e rispettosamente, ciò che posso dire, perché sostenga il contatto ed i relativi, positivi, sviluppi relazionali (rispettando i precetti presentati in questa sezione del presente manuale!)

Poiché la mia comunicazione, ciò che dico e faccio, influenza la qualità del contatto e poiché questa qualità sostiene l’efficacia della mia comunicazione, la mia comunicazione non può essere da me stesso agita in modo “spontaneo”, vale a dire casuale e/o liberamente rispondente a qual si voglia genere di impulso non governato dalla mia volontà.

Spesso, agire “spontaneamente” (cioè non in risposta ad una qualche consapevole volontà) non risponde ad un vero principio di libertà.

La libertà è tale quando è agita, quando cioè scelgo consapevolmente cosa fare e come farlo.

Quando agisco responsabilmente, seguendo consapevolmente principi e regole che conosco, sono assai più libero di quando agisco “spontaneamente”, libero dal peso della mia responsabilità, ma troppo facilmente (ahimè!) schiavo inconsapevole di istanze nevrotiche, di cui nemmeno sospetto l’esistenza.

Poiché tutto ciò che avviene tra due parlanti influenza l’efficacia della loro comunicazione, se anche solo per uno dei due è importante comunicare efficacemente, è fondamentale che questi se ne assuma la responsabilità, governando ogni forma di “spontaneità” che potrebbe nuocere alla qualità del contatto e della relazione (mettendo cioè, “spontaneamente”, in atto una qualunque forma/contenuto comunicazionale che l’altro potrebbe non essere in grado di accogliere/accettare).

L’autenticità, allora, si lega al rispetto di principi e regole:

– Il principio di corrispondere ad un qualche specifico stato di consapevolezza;

– la regola di esprimere ed esplicitare ciò che sento e penso in quantità e modi funzionali a buoni sviluppi relazionali e compatibili con la possibilità altrui di accogliere ed accettare la condivisione di ciò che sento e penso;

– il principio di corrispondere al riconoscimento di ciò che sente e pensa l’altro;

– la regola di rispettarlo, così come rispetto ciò che sento e penso innanzitutto io stesso.

Posso rispettare ciò che sento e penso, innanzitutto, se ne sono consapevole; il mio esserne consapevole è funzione, innanzitutto, delle mie capacità di ascolto.

In una relazione, comunicare con autenticità sostiene la valorizzazione delle potenzialità del sentire e del pensare dei parlanti, dà a queste buone possibilità di venire alla luce e di essere ben utilizzate.

L’autenticità permette alla relazione di non essere falsata da bisogni inespressi e nascosti.

L’autenticità è un valore congruo ed una modalità assolutamente idonea al rispetto di sentimenti e pensieri propri ed altrui ed è su tale rispetto che si fonda l’efficacia della comunicazione.

La mia autenticità è sicuramente aiutata dal come l’altro mi tratta, ma mi è tanto più possibile quanto più riesco a credere e ad avere fiducia in me stesso:

– se credo in me stesso non ho bisogno di affidare ad altri il potere di convalidare la giustezza delle mie scelte, del mio sentire, del mio agire (e quindi scelgo, sento, agisco, mi confronto più liberamente ed efficacemente);

– credere in me stesso mi dà la forza di accettare, quando lo provo, il senso del rifiuto, mi consente di sentirmi responsabile della mia vita e mi spinge ad essere più attento e vigile nelle mie scelte e, nello stesso tempo, più propenso a sperimentare situazioni nuove.

Certo, credere in se stessi è un’operazione difficile e faticosa.

Per questa ragione, darsi ascolto e fiducia, stringere legami con persone generose ed attente, evitare (nel limite del possibile) chi troppo facilmente ci butta addosso le proprie miserie e prediligere chi, invece, sa stare con se stesso e con gli altri in modo autentico e consapevole, è cosa assolutamente buona e giusta, utile alla crescita delle proprie sicurezze e alla crescita della fiducia in se stessi, utile a combattere la malattia del “dover essere” che inibisce l’autenticità, utile a scoprire e a dare valore a ciò che veramente siamo, imparando a governare i nostri pensieri e ad accettare le nostre emozioni e a farci i conti, prima con noi stessi e poi con gli altri.

Ci sarà così più facile accettare i nostri (e gli altrui) errori e limitare l’importanza assegnata a chiunque (noi stessi compresi) volesse punirci per ogni sbaglio commesso.

Ci sarà così più facile avere relazioni autentiche, non più falsate da bisogni non detti; ci sarà così più facile comunicare efficacemente.

L’autenticità comporta il sentire (emozioni, sensazioni), e comporta il pensare e l’agire, coerentemente con il proprio sistema di valori e nel rispetto di quello degli altri.

Chi è autentico non è né accondiscendente, né contrappositivo.

È consapevole dei propri interessi, delle proprie priorità, dei propri desideri e dei propri limiti.

È onesto e trasparente: dichiara ciò che intende e ciò che non intende fare e si comporta, coerentemente, di conseguenza.

L’essere autentici contempla specularmente:

– la capacità di dire “no”, gestendo la paura di deludere e di non soddisfare le aspettative degli altri, aprendosi così alla possibilità di guadagnarsi il rispetto altrui;

– la capacità di dire autentici “sì”, corrispondendo positivamente a richieste legittime.

Agire consapevolmente i nostri “no” e i nostri “sì” rende autentiche le nostre relazioni, preservandole da effetti particolarmente rovinosi (esempio del marito che si prodiga sempre nel tentativo di soddisfare ogni richiesta della moglie, col risultato di vederla sempre più insoddisfatta e di scoprirsi sempre più depressa e insicura; oppure di quei genitori che viziano i propri figli, concedendo loro tutto ciò che richiedono, col risultato di contribuire a creare “mostri sociali” incapaci di conquistarsi qualcosa nella vita e vittime, infine, del loro solo saper pretendere).

L’essere autentici è una qualità di quegli individui che hanno imparato a gestire le situazioni in cui possono essere rifiutati, anche e soprattutto perché hanno scoperto quanto sia per loro inaccettabile essere accolti, accettati, amati, non per ciò che sono, ma solo a condizione di essere ligi alle aspettative e ai desideri altrui.

Oltre alla paura del rifiuto, un’altra paura può inibire l’autenticità: quella del conflitto; anche in questo caso, è proprio l’autenticità che ci viene in soccorso.

Il mio essere autentico passa attraverso la mia capacità di esprimere i miei sentimenti (disagio, imbarazzo, insicurezza, felicità, gioia, rabbia…).

In genere si tende a non “confessare” sensazioni ed emozioni (soprattutto quelle negative), giudicando la cosa segno di debolezza e per timore di offrirsi all’altro in modo vulnerabile.

L’autorivelazione spesso, invece, è caratteristica di persone forti, sicure di sé e con un’elevata autostima.

Autorivelarsi, però, è possibile anche per chi fa fatica a sentirsi forte e sicuro!

Dichiarare: «Mi sento a disagio quando mi parli in quel modo…” oppure: “quando capita che… quando fai così… io vado in ansia», ci aiuta ad accettare i nostri stati d’animo ed induce l’interlocutore a sintonizzarsi con gli stessi, fornendogli un contesto emotivo di riferimento, che lo aiuta a comprenderci.

Autenticità è, anche e molto semplicemente, dire con chiarezza cosa vogliamo.

A volte, per sostenere le nostre ragioni o per eludere un potenziale conflitto, eccediamo in argomentazioni e divaghiamo.

L’autenticità è chiarezza e concisione: dire, senza fronzoli e giri di parole, ciò che si sente, ciò che si pensa e cosa il tutto significa e comporta per noi.

L’autenticità è un valore che arricchisce l’efficacia della mia comunicazione quando è indissolubilmente legato al rispetto: rispetto i miei sentimenti e i miei pensieri, esprimendoli e lo faccio nel rispetto dei sentimenti e dei pensieri altrui, prestando attenzione a non urtare i valori e gli stati d’animo dei miei interlocutori.

Più difficilmente andrò così incontro a reazioni emotive “sopra le righe”, che potrebbero pregiudicare buoni sviluppi relazionali.

Certo, comunicare con autenticità non mi garantisce la certezza di non essere oggetto di reazioni rabbiose; in tali casi, come potrei agire per poter riprendere il contatto?

La rabbia è una reazione emotiva e, come per tutte le emozioni, più le permettiamo di esprimersi e di manifestarsi, più si consuma in fretta.

Se siamo disposti a riconoscere “diritto di cittadinanza” a tutte le emozioni, allora possiamo essere disposti ad accettare anche la rabbia del nostro interlocutore, naturalmente entro limiti comportamentali che non mettano a rischio, per noi e per l’altro stesso, l’incolumità fisica e psichica (in questo caso non ci resta che “abbandonare la scena”).

Accettare la rabbia altrui è una forma massima di rispetto! ma riconoscere il “diritto di cittadinanza” a tutte le emozioni vuol dire assumersi la responsabilità di gestirle, governandone le possibili, perniciose, manifestazioni.

La questione, ancora una volta, è dare valore all’autenticità.

Se la rabbia mi spaventa, quando qualcuno si arrabbia con me, rispetto il mio spavento e agisco di conseguenza (“prendo le distanze” e/o lo manifesto apertamente, a seconda di quanto e cosa la situazione mi permette).

Se “vedo” la rabbia come la manifestazione emotiva di un disagio/difficoltà particolarmente importante, so anche che quella rabbia mi sta segnalando la presenza di una qualche questione particolarmente importante per il mio interlocutore.

Allora, “rimanere lì”, riuscire ad aspettare che la rabbia si esaurisca e aiutarlo, quindi, a dichiarare quali particolari ragioni l’abbiano scatenata, mi aiuterà a ristabilire il contatto.

La mia “attesa” sarà vigile e attenta, innanzitutto, alle mie emozioni, per poter poi decidere come utilizzarne il riconoscimento nella comunicazione, che attiverò con il mio interlocutore, quando avrà sbollito la sua rabbia.

Potrei cominciare, magari, col dichiaragli quanto mi costi accettare la sua rabbia, quanta fatica faccia e quante difficoltà debba affrontare per stare con lui quando si arrabbia!

In questo modo io agisco con rispetto non solo dell’altrui emotività (la rabbia del mio interlocutore), agisco anche con rispetto nei miei confronti, nei confronti della mia emotività, che introduco opportunamente nella relazione.

Il mio “rimanere lì”, quindi, è opportuno se è frutto di una scelta consapevole e ragionata, per il cui tramite riesco ad agire strategicamente (c’è un tempo per ogni cosa): “accettare” quello che accade mi permetterà di “utilizzarlo” efficacemente nella mia comunicazione.

Rimango lì, lascio che l’altro tiri fuori tutto ciò che ha da tirare fuori (finché non si creerà in lui un vuoto di emozioni e di pensieri ostacolanti, non potrà accogliere niente di nuovo e di diverso), veicolando con la mia comunicazione non verbale (vedi IX precetto, “Attenzione al linguaggio non verbale”) la mia disponibilità a riconoscere e ad accettare le sue ragioni.

Presto la sua aggressività “sbollirà” e la sua rabbia diventerà contenuta, permettendoci di ristabilire, attraverso forme efficaci di comunicazione, il contatto.

Esempio: «Mamma mia come ti sei arrabbiato! Mi sono anche un po’ spaventato! Certo che così, per me, diventa difficile riuscire a starti vicino, capire cosa non puoi sopportare al punto da avere simili reazioni… per arrabbiarti così devi sicuramente avere un motivo più che valido, mi interessa saperlo e vedere in che modo ti posso venire incontro, ma ti chiedo di aiutarmi a farlo, parlandomi in un modo tale che io possa accogliere quello che mi dici e quello che mi chiedi».

L’esempio riportato evidenzia come l’autenticità e il rispetto possano agire in chiave d’efficacia comunicazionale e introduce un aspetto fondamentale, che verrà approfondito con l’analisi del prossimo precetto (l’ “Io-Tu”, il discorso diretto e biunivoco): nell’accogliere le ragioni altrui, preparo il terreno per vedere accolte le mie ragioni.

Per accedere alla lettura di ciascuno dei 10 precetti sulla comunicazione efficace, nonché a quella di ogni parte del “Manuale per la formazione in counseling”, già pubblicata, clicca qui.

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