L’adolescenza

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Cos’ha da sapere un counselor in materia di “adolescenza”?

Risponde Edoardo Chianura.

Counselor, Trainer counselor ed Educatore.

“Quale strada devo prendere per andarmene da qui?”, disse Alice.
“Tutto dipende da dove vuoi arrivare”, rispose il Gatto,
“Il dove non ha grande importanza…” disse Alice,
“E allora non ha grande importanza neanche la strada da prendere”,
commentò il Gatto.
“… basta che arrivi da qualche parte”, aggiunse Alice per spiegarsi meglio.
“Oh da qualche parte ci arrivi di sicuro”, disse il Gatto,
“basta che non ti stanchi di camminare”.
Lewis Carrol, 1865

Questo non è un “semplice” articolo, è il capitolo 4.7.3 del “Manuale per la Formazione IN Counseling”, che Domenico Nigro (direttore della Scuola IN Counseling, Lo Specchio Magico Torino) sta redigendo e pubblicando, in corso d’opera, in questo stesso blog.

L’adolescenza è “l’età di mezzo” tra l’essere bambini e l’essere adulti, tra l’essere piccoli ed essere grandi.

È quel ciclo di vita, di ogni individuo, in cui si assiste allo sconvolgimento, relativamente repentino, di ogni aspetto fisico, psicologico, sociale e relazionale che contraddistingue quella stessa vita.

È un periodo di transizione, che porterà l’infante a modificarsi in modo totale, per diventare adulto e affrontare il mondo.

L’adolescenza è un periodo di enormi cambiamenti che vanno a toccare:

  • Aspetti della sfera fisica (ci si allunga, si modificano le forme, compaiono i peli; ai maschi comincia a crescere la barba e crescono i muscoli, alle ragazze il seno e i fianchi; cambia la voce nei maschi; tempeste ormonali si associano allo sviluppo degli organi sessuali e all’affacciarsi di nuove “fragranze corporali”, accresce la sudorazione, compaiono il menarca – il primo ciclo mestruale – e lo spermarca – prime eiaculazioni-  che segnano l’entrata in una nuova età, non ancora quella adulta, ma qualcosa che gli si avvicina, colorata dalla consapevolezza di star “diventando grandi”).
  • Cambiamenti della sfera cognitiva (la strutturazione del pensiero astratto o, come afferma lo stesso Piaget, “la formazione di quel pensiero formale che dal piano della manipolazione concreta  porta l’adolescente a confrontarsi con il piano delle idee pure espresse in un qualsiasi linguaggio, il linguaggio delle parole o quello dei simboli matematici, ma senza l’appoggio della percezione, dell’esperienza, o persino della convinzione …. pensiero “ipotetico-deduttivo”, in grado di trarre conclusioni da pure ipotesi e non soltanto da una osservazione concreta.).
  • E poi la sfera sociale (il problematico passaggio dal gruppo familiare al gruppo dei pari, dalle poche e circoscritte amicizie, generalmente sostenute dai genitori, per favorire le necessarie esperienze di socialità, alla formazione di gruppi più ampi, generalmente monosessuali, fino al gruppo misto che sostiene l’acquisizione dell’autonomia nel processo di separazione dalla famiglia, con conseguente creazione di conflitti tra famiglia e amici).
  • E che dire della sfera psicologica? (la pulsione affettiva verso l’altro, lo sperimentare nuove emozioni molto più complesse e articolate di quelle dell’infanzia e quel senso di inadeguatezza e impotenza rispetto alla nuova rappresentazione di sé e al proprio aspetto in continuo cambiamento).
  • Infine la sfera spirituale, alla ricerca di un senso della proprio essere qui nel mondo, sganciato dalle relazioni familiari e sociali che finora lo hanno determinato.

Tutte grandi sfide da affrontare. Un periodo di cambiamento e trasformazione che se coglierà di sorpresa la persona in sé, coglierà di sorpresa anche quel mondo che finora l’ha inglobata e ne ha permesso la crescita. Eppure fase, quello della preadolescenza e dell’adolescenza, cruciale nella costruzione dell’identità personale e sociale, futura.

Ma l’adolescenza oltre ad un’età ed un ciclo di vita di grandi trasformazioni, cos’è?

In ottica occidentale, il primo studio sistematico che proponeva una nuova fase di ricerca su questo periodo particolare dello sviluppo umano, fu quello prodotto da Stanley Hall nel 1904. Fu l’inizio di  una nuova fase di ricerche che si proponevano di analizzare con metodo scientifico l’adolescenza, riconosciuta come fase specifica della vita e non più come semplice passaggio dalla condizione di bambino a quella di adulto; tutto ciò visto con interesse non solo negli ambiti propri alla pedagogia, alla psicologia, alla sanità, al sociale ma anche in maniera massiccia e incisiva dal mercato dei consumi e dai mass media, per individuarne e spesso manipolarne i bisogni.

Viviamo in un’epoca in cui la durata dell’adolescenza si dilata; si è adolescenti subito dopo i 10 anni e, spesso, non se ne vede la fine, pur arrivando a fasce d’età “indicibili”.

In una società sempre più liquida, lo status di adolescente travalica i tempi di una definita fascia d’età e diventa, spesso, una questione soggettiva/individuale.

Indagando la storia dell’adolescenza, ci potrà sorprendere scoprire che, ai tempi della civiltà greco-romana, si fosse “puer”  fino a 15 anni, a quell’età iniziasse l’ “adulescentia”, che si concludeva compiendo 30 anni.

Certo l’età della adolescenza e la sua durata hanno rilievi importanti nell’esistenza delle persone, soprattutto per le loro valenze psico-sociali, ma quello che qui più ci interessa è riconoscerne i contenuti di trasformazione che in questa età di mezzo si sviluppano, fino a portare gli individui dalla condizione infantile a quella adulta.

In linea di principio, ogni studio sull’adolescenza,  ne riconosce e definisce i cosiddetti “compiti di sviluppo”.

Tali “compiti” sono stati individuati, elencati e studiati nella loro complessità e rilevanza, sia sui versanti biologici, sia su quelli culturali, geograficamente, socialmente e storicamente determinatisi.

Ma qualsivoglia classificazione degli elementi costitutivi dell’adolescenza non può esimere noi adulti dall’impegno ad un buon contatto, centrato sull’ascolto, con gli adolescenti, coi quali ci ritroviamo a “lavorare” o ad intrattenere un qualsivoglia rapporto. Questo per scongiurare i negativi effetti dei pregiudizi che fatalmente ricadono sull’adolescenza e sugli adolescenti; pregiudizi che ne “spiegano” le criticità comportamentali, stigmatizzandone e svalutandone le caratteristiche.

Sapere delle difficoltà dell’essere adolescenti, e saperle riconoscere,  ci può aiutare a meglio gestirne gli effetti che, su loro stessi e sul loro ambiente, i loro comportamenti possono produrre e ci può aiutare, anche e soprattutto, ad influenzarli positivamente.

Saper vedere di ogni comportamento adolescenziale, le difficoltà che quello stesso comportamento affronta, per chi lo mette in atto, per l’altro e per la collettività, che lo riceve, ci dà la possibilità di andare oltre quel comportamento in sé e per sé.

Permette all’adulto, in ascolto non giudicante, di prendere consapevolezza del senso che quel particolare comportamento ha per quell’adolescente, per la sua esistenza, nel suo ambiente, come rappresentazione della visione del proprio futuro, aspettato e desiderato.

Comprendere quel senso ci apre alla comprensione dei “fondamenti” di vita su cui è possibile “lavorare”, con gli adolescenti, al fine di sostenerne i cambiamenti, indirizzandoli su quelli per lo meno  “abbastanza buoni”, per loro e per il mondo che li circonda.

Ma attenzione! Il rischio per noi adulti che ci confrontiamo con il disagio, la sofferenza, l’aggressività degli adolescenti è, da una parte, quello di non riuscire a vedere la carica rivoluzionaria che tali atti rappresentano, dall’altra, quello di essere vinti dalla nostra insofferenza verso comportamenti che ci spiazzano, reagendo con la pretesa di imporre alle nuove generazioni l’ordine esistente, impedendone così possibili cambiamenti/miglioramenti.

L’adolescenza non è uguale dappertutto nel mondo!

È importante che l’adulto, con compiti di cura, di sostegno, di insegnamento, si renda ben conto dell’adolescente che ha di fronte, è importante che sia informato della sua provenienza, del contesto in cui ha vissuto prima di arrivare a noi.

Lo sappiamo che nel mondo 246 milioni di minorenni lavorano, 2 milioni muoiono ogni giorno per mancanza di vaccinazioni, 120 milioni non sono mai andati a scuola?!

Molti non dispongono di alloggi adeguati, non hanno accesso a servizi igienici di base, non hanno accesso ai servizi sanitari o  soffrono di grave carenza di cibo.

Tutto questo non è circoscritto ai soli paesi in via di sviluppo: in 11 delle 15 nazioni industrializzate, la percentuale di bambini che vivono in famiglie a basso reddito è nell’ultimo decennio aumentata[1]. L’Italia non è esente da questi fenomeni!

Considerando la diversità di contesti storico-sociali in cui è possibile essere adolescenti, è difficile parlare in modo univoco e categorico di “adolescenza”.

Possiamo parlare di adolescenze, tutte diverse tra loro per questioni culturali, geografiche, economiche, sociali e infine anche individuali, che si differenziano nel tempo creando quello scarto generazionale che ha sempre contraddistinto il carattere dell’adolescente.

Certo ci sono luoghi comuni duri a morire.

Socrate, più di 2 mila anni fa, scriveva a proposito degli adolescenti che «Amano il lusso, hanno cattive maniere, disprezzano l’autorità».

Non molto diverso da ciò che si può ascoltare nelle chiacchiere di molti adulti e di molta propaganda mediatica, quando si commentano i giovani d’oggi!

Di sicuro l’adolescenza non è una malattia o una sindrome da mantenere sotto controllo o da tallonare con un percorso specifico terapeutico.

Eppure, come scrive in un suo articolo Alessandro D’avena[2], spesso assistiamo ad un mondo adulto che si pone la seguente domanda: “Dov’è finito il mio bambino?”

Chi non ha pronunciato questa frase di fronte a un figlio che improvvisamente non riconosce più?

Che cosa accade a un bambino che entra nell’adolescenza, oggi più precocemente che nel passato?

Diventa una sorta di alieno, il che porta a scorgere in lui un adulto “difettoso” o persino “malato”.

Invece l’alieno è sanissimo e non sta facendo altro che prendere sul serio, cioè nelle sue mani, la propria vita.

Di certo l’adolescente si trova davanti a sfide non sempre facili da fronteggiare, soprattutto in una società dai risvolti sempre più complessi. Quindi, è proprio quando l’adolescente non riesce da solo a fronteggiare e superare tali sfide evolutive in modo efficace, che l’aiuto di un adulto di riferimento, con buone competenze relazionali e capacità di aiuto, diventa particolarmente importante.

Un adulto che, non considerando patologico il comportamento dell’adolescente, sappia comprenderlo e stargli vicino, senza invaderne gli spazi esistenziali, per ristrutturarli a proprio piacimento, ma sostenendone gli sviluppo emotivi e cognitivi, riconoscendone e valorizzandone le correlazioni.

Un adulto che sappia riconoscere, e aiutare a riconoscere, tempestivamente, le difficoltà che lo bloccano, favorendone così una crescita della personalità il più possibile armonica nei suoi vari aspetti.

Insomma un incontro, adulto-adolescente, che diventi sano ed adeguato processo di elaborazione di un particolarmente complesso ciclo di vita, di cui ricordiamo gli aspetti salienti:

  • Adolescenza che vuol dire cambiamento totale fisico, psichico, sociale e relazionale, quindi Adolescenti in difficoltà, intendendo per difficoltà “tutti quegli impedimenti che tanti di loro incontrano e che [pur facendo parte del cambiamento tipico che l’essere umano incontra nello svolgersi della propria vita e che in genere affronta e risolve] non sono in grado di affrontare e superare positivamente [con le sole proprie risorse], col rischio di pagare prezzi molto elevati nei loro percorsi di maturazione personale e di inserimento sociale”[3]
  • Adolescenza che vuol dire bisogno di presa di distanza e di messa in discussione del mondo degli adulti e di conseguenza Adolescenti ribelli, che praticano forme di ribellione particolarmente aggressive e violente, spesso amplificate dai mass media e, soprattutto, Adolescenti ribelli la cui ribellione si declina in forme passive come ritiro e chiusura in se stessi, annichilimento della relazione col mondo. Ma attenzione, c’è anche una forma di ribellione adolescenziale, purtroppo in genere sbeffeggiata e irrisa dal mondo degli adulti, costruttiva nelle idee e nelle azioni, che prova a dare risposte progressive e di miglioramento ai “mali del mondo”, integrandoli ai propri malesseri esistenziali, adolescenziali: una visione di futuro che rifiuta il mondo così come lo conosciamo oggi: inquinato, votato allo sfruttamento irrazionale delle sue risorse naturali, e a molte altre pratiche distruttive. Una ribellione che promuove la disobbedienza civile (“Disobbedire è una virtù[4]” diceva Don Milani), pratica che ben si “sposa” con la tendenza, tipicamente giovanile, alla “disobbedienza” (“tout court”); pratica proposta, ad esempio, dal “Friday for Future”, movimento giovanile internazionale che lotta contro il cambiamento climatico, temendone le prospettive catastrofiche. La ribellione adolescenziale del singolo incontra quella collettiva-generazionale, presentandosi come una ribellione che muove dal bisogno di cambiamento del quadro d’esistenza sociale presente, in cui viene sempre meno la speranza di un futuro, non più personale, ma generale, in cui sia possibile vivere bene, un presente in cui crescono l’ingiustizia sociale, la violenza ed il degrado morale, temi esistenziali particolarmente cari alla sensibilità adolescenziale.
  • Adolescenza come bisogno di individuazione e riconoscimento dei propri talenti e valori, bisogno che viene soddisfatto attraverso l’incontro con il gruppo dei pari. Ben chiarisce Umberto Galimberti quando afferma, “nel chiuso delle pareti domestiche, ogni problema si ingigantisce perché viene a mancare un altro punto di vista, un termine di confronto che possa relativizzare il problema, o che consenta di diluirlo nella comunicazione, quando non di attutirlo nell’aiuto che dagli altri può venire.”[5] L’adolescente “risolve” la questione grazie al proprio “gruppo di pari”. Nella relazione con i suoi pari, quindi con “altri” uguali a sé, egli può facilmente riconoscersi ed identificarsi, creando quelle relazioni a livello emozionale che forniscono sostegno al suo cambiamento. Il gruppo di pari può essere paragonato ad un vero e proprio laboratorio di esperienze i cui i temi essenziali sono la ricerca di indipendenza, il tentativo di emancipazione dalla famiglia d’origine, l’assunzione della responsabilità delle proprie azioni. Il gruppo dei pari è un contesto sociale che favorisce queste esperienze, perché chi vi partecipa non vi si confronta più come figlio, ma come pari tra pari. Il gruppo acquista la caratteristica di luogo in cui sperimentare il proprio cambiamento e, nel confronto tra pari, la capacità di rappresentarsi le diverse percezioni presenti all’interno del gruppo e la possibilità di aiutare anche gli altri a cambiare.
  • Adolescenza uguale a rischio, l’adolescente, nella ricerca di una propria individualità, si assume dei rischi, compie scelte dagli esiti sconosciuti, sperimenta, a volte dolorosamente, i propri limiti e le proprie debolezze, fuori dai destini, dalle direzioni prefissate e dalle piste già esplorate da altri. Non si è più bambini, ma non si è ancora adulti. C’è il bisogno di sperimentarsi nelle nuove amicizie esclusive, le prime cotte, le litigate (con gli adulti e con i pari), le confessioni scabrose, la scoperta del sesso e tanto altro ancora. Un corpo e un’anima in tumulto che sperimenta e rischia e ricerca un proprio nuovo essere ed un proprio nuovo modo di stare al mondo, con se stessi e nella relazione con gli altri.

In tutto questo si innesta il lavoro del counselor e la sua capacità di stare con ciò che il singolo adolescente porta della sua esperienza e delle sue difficoltà a stare in relazione con un corpo, che travalica gli aspetti bio-fisici e psicologici individuali fino ad arrivare a comprendere  la dimensione socio-relazionale dell’esistenza; un corpo in trasformazione in cui diventa prepotente il bisogno di lasciare alle spalle ciò che non si è più e identificarsi in ciò che ancora è incerto, indefinito.

Non parliamo più dell’infante del passato, in cui l’adulto è punto di riferimento principe nella costruzione di modelli di vita.

Chi incontra gli adolescenti nella quotidianità e si rivolge a loro con piena disponibilità, pronto all’ascolto più sincero, sa che essi non sono sciocchi, né tantomeno superficiali; sa che gli interrogativi imprevedibili che ci pongono, attendono di essere ascoltati nel loro significato più ampio, con un atteggiamento di vera attenzione e di desiderio di comunicazione per comprendere aspirazioni, speranze, paure ed emozioni.

E sa anche che gli adolescenti chiedono a noi adulti di raccontare loro la verità, ben attenti alla coerenza fra ciò che raccontiamo loro e ciò che facciamo nel concreto delle nostre azioni.

Gli adolescenti chiedono a noi adulti (a scuola, nelle associazioni, nei servizi, in famiglia …) di essere presenti alla loro vita e capaci, come ci ricorda Morin[6], di sostenerli ed accompagnarli ad imparare a vivere.

Come counselor, con gli adolescenti, e con tutti coloro che concorrono allo sviluppo del loro progetto di vita (genitori, tutori, insegnanti e professionisti in genere), l’approccio da me adottato è di tipo fenomenologico-esistenzialista: cerco il modo di stare con il punto di vista che la persona con cui lavoro attribuisce al proprio essere nel mondo, con il significato che conferisce all’attualità che la circonda e ai suoi stessi vissuti; provo a stare, anche, con tutto il valore e il sentimento che quella stessa persona investe o ha investito nella quotidianità della propria esistenza e del mondo in cui è immersa.

Per riuscire a stare con tutto ciò, è importante avere ben presente che il relazionarsi con un adolescente richiede:

  • il coraggio di stare di fronte a parole che, a volte e per noi, si susseguono senza senso,
  • la forza di reggere discorsi idealizzati con la spada del giudizio, dove non c’è spazio per compromessi o visioni intermedie (tutto/niente, giusto/sbagliato, bianco/nero),
  • la pazienza di districare gli ingolfamenti del pensiero, quando fatica a trovare le parole ‘giuste’ per esprimersi. E a volte le parole non arrivano!

Allora bisogna andare alla ricerca di altri segnali, per comprendere ciò che il ragazzo non esprime con le parole.

E qui entrano in gioco l’attenzione al corpo e al “non verbale”.

Corpo, che è sede privilegiata, spesso inaccessibile, della comunicazione di ogni adolescente.

Corpo mascherato e/o manipolato, attraverso un vestiario particolare (corpo fasciato da abiti attillati o dissolto in vestiti larghi e striscianti; corpo segnato da piercing e tatuaggi più o meno visibili; corpo mascherato da trucco appariscente o bruciacchiato e/o tagliuzzato).

Un corpo che, attraverso travestimenti, parti esposte e/o negate, come tracce di chi lo abita, esprime, da una parte, una necessità di parole, difficili da trovare, per dar voce al bisogno di affermazione e di ricerca di sé, dall’altra, testimonia l’urgenza dell’incontro con l’altro, un incontro affettivo, sessuale, di appartenenza, di riconoscimento sociale, scambio creativo di parole, pensieri e azioni.

Altre questioni sono importanti, nello “stare” e nel “lavorare” con gli adolescenti.

Una è quella della diversa visione del futuro che gli adolescenti hanno, e vivono, rispetto a noi adulti.

Una questione che ben descrive, poeticamente, Kahalil Gibran quando afferma: “potete dare rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime, giacché le loro anime albergano nella casa di domani, che voi non potete visitare neppure in sogno”.

Avrà ragione Kahalil Gibran?!

Forse non potremo visitare le loro anime nei nostri sogni, ma possiamo contattarle, stando con loro, gli adolescenti, in ascolto.

Un ascolto generativo, che partendo dalla capacità di stare in ascolto di sé, mentre ascoltiamo l’altro, sappia far sviluppare un dialogo creativo in cui possano prendere forma avvisaglie possibili di esperienze future in cui mettersi alla prova. Un ascolto che diventi perciò opportunità di costruzione creativa[7] di pensiero, di acquisizione di responsabilità e iniziativa d’azione da intraprendere nel rispetto dell’autonomia del ragazzo/a.

Prima di presentare alcune pratiche, che ho utilizzato negli incontri con gli adolescenti nei miei anni di lavoro nei servizi sociali, nelle scuole, nelle associazioni e nel carcere minorile, c’è ancora un aspetto che voglio trattare, già introdotto nella parte iniziale di questo scritto: i cosiddetti compiti di sviluppo assegnati all’adolescenza.

“Compiti di sviluppo” è un concetto da chiarire per scongiurare il rischio di subirne gli effetti manipolativi, come spesso capita con i più beceri sensi comuni, che sempre favoriscono le funzioni più oppressive del nostro vivere sociale.

Partiamo da Havighurst, il primo autore a utilizzare l’espressione compiti di sviluppo, a proposito dell’adolescenza: “un compito che emerge in un certo momento nella vita dell’individuo e il cui esito porta al conseguimento della felicità e del successo, nei compiti che seguiranno, mentre il fallimento porta all’infelicità, alla disapprovazione da parte della società e all’emergere di difficoltà con i compiti successivi”.

Negli adolescenti, i “compiti di sviluppo” riconosciuti, descritti e studiati nella loro complessità e importanza, si riflettono in parte per essere determinati biologicamente, in parte per essere dettati dalla cultura del gruppo umano di appartenenza.

All’adolescente viene richiesto di accogliere ed integrare mentalmente il proprio corpo che cambia, accettandone la maturazione sessuale; viene richiesto di sviluppare una capacità autoriflessiva e una coscienza critica; viene richiesto di acquisire un certo grado di autonomia individuale e sociale, di impadronirsi del pensiero ipotetico/astratto, di introiettare un sistema di valori ed una coscienza etica, ecc.

Peccato, però, che il mondo adulto che fa tutte queste richieste agli adolescenti, non sempre tenga in buon conto i loro bisogni.

È questa una tra le ragioni più importanti che, storicamente, porta le nuove generazioni a forme particolarmente aggressive d’espressione e di rivendicazione (ad esempio, i movimenti giovanili di contestazione politico-sociale che portarono, e seguirono,  ai “moti” del 1968, con tutto ciò che questo comportò sul piano del cambiamento di valori e ideali socialmente predominanti).

Se il compito di sviluppo raccomandato è aderire, per esempio, al sistema di valori e alla coscienza etica del momento, introiettando il tutto, come la mettiamo quando questa non soddisfa le istanze che il mondo giovanile muove?!

Per esempio, in Italia, alla fine del secondo decennio di questi anni 2000, sono sempre di più gli adolescenti che abbandonano la scuola, tanto da diventare un fenomeno estremamente preoccupante in una società che richiede competenze e capacità sempre più “alte”[8] per non rischiare fallimenti futuri personali e professionali; non a caso la letteratura scientifica riconosce l’importanza della scuola, come uno dei “compiti di sviluppo” cruciali per la costruzione dell’identità dell’individuo,  e ci indica i rischi di esclusione e marginalizzazione sociale connessi all’abbandono precoce degli studi.

Cosa non funziona, allora?!

Non funziona la scuola che non sa accogliere e gestire positivamente i malesseri, le esplosioni emotive e l’aggressività, che un adolescente agisce nel fare i conti con le proprie difficoltà.

Non funziona la famiglia che non riesce ad essere abbastanza accudente, presente ai bisogni del figlio/a, senza con ciò voler colpevolizzare genitori a volte impreparati, a volte in difficoltà loro stessi.

Non funziona la relazione con i coetanei, sommersi dalle richieste di prestazioni performanti e, spesso, non sufficientemente amici.

Come possiamo considerare l’abbandono scolastico un fallimento che riguarda il singolo adolescente?! Un mancato raggiungimento di un compito di sviluppo?!

Povero lui. Che altra scelta gli si propone, diversa da quella di adeguarsi supinamente a valori che non riesce a condividere e che, introiettandoli, lo porterebbero a vivere una vita che non sente sua?!

Come non comprendere la scelta di rischiare di diventare un caso sociale, piuttosto che vivere una vita condannata alla infelicità?!

L’abbandono scolastico è l’espressione di un disagio esistenziale, del singolo, in una società scarsamente accudente; è un disagio che chiede risposte sociali di maggior valore di quelle fin’ora messe in campo.

La risposta individuale, dell’adolescente che abbandona la scuola, è certamente rischiosa e pericolosa, perché può tradursi in isolamento in se stessi, in una chiusura al mondo esterno, come ben si evidenzia nel fenomeno dei cosiddetti NEET (acronimo inglese che indica persone non impegnate nello studio, né nel lavoro né nella formazione) oppure, come spesso accade, può accompagnarsi a stili di vita devianti, fughe da casa, comportamenti aggressivi e violenti.

L’abbandono scolastico è una risposta all’essere stati abbandonati e alle relative paure, cui nessuno ha dato ascolto, anche perché chi avrebbe dovuto non ha saputo decodificarne i segni, che l’adolescente che abbandona la scuola, con i propri comportamenti tradisce.

Quindi, attenzione, quando ci rivolgiamo ad un adolescente.

Attenzione ad essere aperti ed in ascolto di un mondo che non conosciamo e che non possiamo incontrare semplicemente facendo appello alla memoria della nostra adolescenza.

Chissà che, così facendo, non impareremo qualcosa anche noi!

Ed ora, in breve, alcune pratiche di “lavoro” con gli adolescenti tratti dalla mia esperienza di counselor.

  1. Innanzitutto l’ascolto, lo “stare in ascolto”, quella pratica di prestare attenzione a ciò che si sente, in noi, indagandone il contatto e la relazione con ciò che l’altro ci sta “portando” di sé. Una pratica che mi ha permesso di accogliere le domande angoscianti, e sfidanti, dei ragazzi, fino a riconoscere i bisogni di cui erano espressione.
  2. La sospensione del giudizio, che mi ha permesso di non cadere nelle banali spiegazioni colpevolizzanti dei loro comportamenti.
  3. Il posizionarmi sullo sfondo, lasciando a loro, ai ragazzi, la scena, perché il vederli come protagonisti principali della loro vita mi aiutasse a comprendere il loro punto di vista, su loro stessi e sul mondo intero, passato, presente e futuro, beneficiando della meraviglia delle loro potenzialità, che così mi permettevo di riconoscere.
  4. Il concedermi tempo, avendo pazienza di aspettare, fiducioso, che qualcosa di buono emergesse; un uso del tempo come spazio di speranza, che richiama il famoso detto dolciniano[9] “ciascuno cresce solo se sognato”; un uso del tempo che non è “solo” capacità di saper attendere, saper stare in attesa, è anche rispettare il silenzio, per creare uno spazio di fiducia volto a farsi accettare dall’altro, nel suo mondo relazionale e quotidiano.
  5. L’alfabetizzazione emotiva attraverso la condivisione dei miei sentimenti e l’invito all’espressione/denominazione dei loro; un’attività che spesso mi ritrovo a svolgere con gli adolescenti tra le pareti delle aule scolastiche, pur non in modo esplicito (cioè attraverso laboratori predeterminati), intervenendo su tutto ciò che riguarda le dinamiche relazionali in campo: studente/studente, studente/gruppo e viceversa, studente/adulto, ect.. Un lavoro essenziale e cruciale per gli adolescenti, che si ritrovano a lottare con emozioni (rabbia, paura, vergogna) che prepotentemente si affacciano nella loro vita e che faticano a riconoscere e gestire, creando trepidazione, barriera allo slancio sentimentale verso l’altro. Far affiorare questi impedimenti emotivi è di vitale importanza per fornire strumenti utili a evitare il rischio di bloccare quell’afflato tipicamente umano che è la ricerca di un’autorealizzazione piena e soddisfacente per sé e per il contesto in cui portiamo la nostra esperienza di vita.

Chiudo questo piccolo frammento, relativo alla mia esperienza con gli adolescenti, riflettendo su due emozioni in particolare che più volte i ragazzi hanno portato negli incontri individuali e/o di gruppo: la solitudine, la rabbia.

Quando parliamo di solitudine è necessario sottolineare l’importante differenza che intercorre tra “sentirsi soli” ed “essere soli”. Cioè è importante distinguere la dimensione soggettiva della solitudine, del singolo individuo che si ritrova solo, senza legami sociali, per scelta propria, per vicende accidentali o perché isolato/ostracizzato dagli altri, dalla dimensione emotivo-sentimentale che prova chi “patisce” la percezione dell’essere e/o dello stare da solo e, con questo proprio patimento, influenza in modo rilevante la propria vita quotidiana.

La solitudine, come stato mentale-emotivo, non ha, necessariamente, una diretta connessione con la propria socialità: si può essere circondati da affetto e compagnia, ma “sentirsi” comunque soli (nel senso di avere la percezione d’essere soli e nutrire i correlati sentimenti di tristezza, dispiacere, ansia, paura, ecc. ecc.).

Se la solitudine, intesa come scelta di star da soli,  non è necessariamente una condizione negativa (chi vuole e riesce a stare da solo dimostra una buona capacità di adattamento a momenti particolari della propria vita ed un elevato benessere personale[10])  é pur certo che la solitudine sia vissuta dagli adolescenti, il più delle volte, come esperienza negativa, escludente e frustrante; un’esperienza di sofferenza e rifiuto fisico dell’altro, che, spesso, si declina nello stare chiusi e soli nella propria stanza, magari persi in un gioco elettronico o nel mondo virtuale dei social network[11].

Ecco allora che solitudine si coniuga con l’incapacità di stare soli e, quindi, con la continua ricerca e col continuo bisogno, da soddisfare ad ogni costo, di compagnia.

Cosa che comporta l’impossibilità di sperimentare lo “stare soli con se stessi” come opportunità di ricerca interiore e autoriflessione, sui propri sentimenti, sui propri bisogni e sui migliori modi/possibilità di soddisfarli.

La questione che si pone, allora, è come equilibrare il sacrosanto piacere di compagnia, particolarmente sentito dagli adolescenti, con quel bisogno di passare del tempo da soli, che aiuta non solo la ricerca interiore dell’adolescente, aiuta anche il suo bisogno di imparare a gestire i propri contrasti interpersonali e a identificarsi in maniera più appropriata.

Per quanto riguarda la rabbia (seppure il ragionamento vale per tutte le emozioni), partiamo da un dato di fatto: il rapporto degli adolescenti con i nuovi media oggi è molto forte. Prevalentemente le dinamiche relazionali passano attraverso questi strumenti, che,  consentendo di bypassare la paura della solitudine, diventano di fatto vitali soprattutto quando i rapporti sono sporadici e fragili. Grazie ai nuovi media i ragazzi litigano, si relazionano, si innamorano senza l’imbarazzo di mostrare il proprio corpo (il viso arrossato o impallidito), senza essere messi a tacere dall’altro (scrivo ciò che voglio e non mi accorgo della reazione dell’altro), senza la necessità di giustificarsi (se non mi va, chiudo la comunicazione). In sostanza si “naviga” anche per evitare i rischi del “mare reale” e dei propri vissuti emotivi.

In genere, negli incontri che io ho con i ragazzi, la domanda più imbarazzante per loro è “cosa stai provando?” Non sanno cosa rispondere, non sanno mettere insieme il vissuto e la sua emozione. Manca loro (e sfortunatamente non solo agli adolescenti) un alfabeto delle emozioni. Cosa c’entra la rabbia con tutto ciò?

La rabbia diventa il gesto di rottura, il grido di aiuto cui il ragazzo affida tutto il suo smarrimento rispetto a ciò che sta attraversando in questo momento faticoso della propria vita.

Quando, finita la burrasca rabbiosa, poniamo l’adolescente davanti ai danni riportati su di sé o sugli altri o sulle cose intorno a lui, affiora sempre la sorpresa, non si riconosce e non riesce a dare espressione dei perché della propria rabbia.

Da qui la necessità di un lavoro sui sentimenti e sulle emozioni, che aiuti i ragazzi a diventare coscienti e consapevoli dei propri vissuti emotivi, dei propri bisogni di affermazione personale e sociale e dei modi più adeguati per soddisfarli, partendo dall’autoriconoscimento delle risorse a disposizione, personali e socio-relazionali.

In conclusione, a parziale fantastica rappresentazione del molto altro che ci sarebbe da dire sul mondo dell’adolescenza, ripropongo il dialogo iniziale tra Alice e il Gatto, come metafora dello scorrere di molte giornate dei nostri ragazzi, che procedono senza una direzione, senza la capacità di progettare futuri concretamente e realisticamente perseguibili, inesperti e impacciati, come sono, ad immaginarli.

“Quale strada devo prendere per andarmene da qui?”, disse Alice.
“Tutto dipende da dove vuoi arrivare”, rispose il Gatto,
“Il dove non ha grande importanza…” disse Alice,
“E allora non ha grande importanza neanche la strada da prendere”,
commentò il Gatto.
“… basta che arrivi da qualche parte”, aggiunse Alice per spiegarsi meglio.
“Oh da qualche parte ci arrivi di sicuro”, disse il Gatto,
“basta che non ti stanchi di camminare”.
Lewis Carrol, 1865

In questi nostri tempi, in cui noi stessi, adulti, facciamo fatica a prevedere il nostro futuro, temendone le prospettive catastrofiche e, spesso, rifugiandoci nella nostalgia di bei tempi passati, a poco possono servire, ai nostri ragazzi, le nostre esperte indicazioni ed i nostri saggi consigli, per quanto animati dalle migliori intenzioni.

“Le strade che portano all’inferno sono tutte lastricate da buone intenzioni”, recita il proverbio.

Nulla è dato per scontato, né le vie sono determinate, solo il tempo e lo spazio per accogliere, ascoltare e far fare esperienze potranno generare, nell’adolescente, buone scelte di cambiamento e sviluppo.

Per noi adulti, non sempre è facile accogliere ed ascoltare, perché richiede di mettere in discussione continuamente il nostro sguardo, le nostre ansie, il nostro consolidato modo di agire e di stare al mondo.

Quello che ci chiede un adolescente, quando ci chiede aiuto, è il bisogno di essere visto come originale e irripetibile, pur nell’impossibilità ancora di riconoscersi.

“… è precisamente questo il punto saliente: anche se non si può conoscere il futuro, ciò che avverrà o che diventerà presente, si può cercare di visualizzare insieme la gamma dei futuri possibili, ci si può preparare ad essi e si può scegliere i futuri che si preferiscono e provare [con coraggio e determinazione] ad agire per renderli più probabili.[12]

Per un counselor, che risponde alla richiesta d’aiuto di un adolescente, più ancora di quando fa counseling con un adulto, è indispensabile saper contattare il proprio cliente.

Che linguaggio/comunicazione usiamo con lui/lei?

Come ci giochiamo concretamente la relazione?

In che modo riusciamo a “conquistare” la fiducia del nostro cliente?

L’incontro con gli adolescenti richiede capacità e competenze connotate da massima flessibilità, ricordando che non esiste un modello univoco di adolescenza, buono per tutti; esistono tante adolescenze, tante quante sono i ragazzi che le possono vivere, ciascuna con caratteristiche che cambiano, col crescere di chi la sta vivendo.

Bisogna, inoltre, considerare la caratteristica dinamica adolescenziale di sfida continua, rivolta al mondo degli adulti.

La sfida è una dinamica esistenziale che aiuta i giovani ad affermarsi nel mondo.

È attraverso la sfida che un adolescente dà espressione e appagamento ai bisogni tipici di questa fase evolutiva, quali il voler mettere alla prova i propri limiti e soprattutto quelli dei “grandi” con cui si relaziona.

I “grandi” vengono studiati dagli adolescenti.

Vogliono sapere chi siamo, cosa facciamo. Ci mettono alla prova  per avere la certezza che non “predichiamo bene e razzoliamo male” (come diceva il Manzoni). Cercano in noi coerenza, autorevolezza, vera disponibilità, ascolto attento e non vogliono essere giudicati.

Come ci prepariamo noi counselor per accettare questa sfida?

Innanzitutto apprendendo e sviluppando, nel corso della nostra formazione IN Counseling, prima, e, successivamente, nel nostro fare counseling, le nostre capacità di contatto, “quel nostro stato di presenza consapevole nella relazione con l’altro, che ci permette di riconoscere quello che stiamo provando, pensando, facendo nelle loro stesse interrelazioni corrispondenti a quello che l’altro sta provando, pensando, facendo” (Domenico Nigro)

Il saper stare in contatto, con il nostro cliente-adolescente, è indispensabile, per poter accogliere e gestire al meglio la sua indole ribelle e le sue istanze di contestazione.

Lo stare in contatto, con il nostro cliente-adolescente:

  1. ci affrancherà dalla tentazione di agire come fossimo un genitore, l’adulto che, sapendo tutto lui, dispensa consigli, istruzioni e soluzioni;
  2. ci aiuterà a riportare in figura l’adolescente che siamo stati[13]; in ognuno di noi c’è un adolescente interno, quella parte di noi ribelle, che ci incoraggia a correre rischi, a esplorare, a sperimentare nuove condotte e a pensare in modo creativo. Attivare il nostro adolescente interiore ci aiuterà a meglio comprendere il nostro cliente-adolescente, empatizzando per identificazione con il suo stato emotivo e il suo modo di vedere e vivere la vita;
  3. favorirà la nostra proattività, l’atteggiamento comportamentale di chi sa muoversi con determinazione per la realizzazione dei propri scopi, che, nel fare counseling, vuol dire determinazione ad incontrare l’altro; cosa che, soprattutto quando si ha a che fare con un adolescente, passa attraverso la capacità di rispecchiarne valori e sentimenti, ricalcando i suoi stili di comunicazione e i suoi atteggiamenti.

Ricalcare i suoi stili di comunicazione e i suoi atteggiamenti aiuta l’instaurarsi di un clima di fiducia.

Certo, se non viene fatto con un’intenzione di “captatio benevolentiae”!

Gli adolescenti non sono stupidi. Si accorgono delle nostre finzioni.

Ma se noi sapremo usare, con coerenza e opportunamente, le coloriture e i modi di dire (lo slang) del loro linguaggio (e ci aiuterà il nostro essere in contatto), se sapremo corrispondere positivamente alle loro posture, se sapremo farci piacere il loro modo di vestire, allora l’adolescente con cui stiamo “lavorando” si sentirà accettato e, più facilmente, si aprirà nella relazione con noi e, più facilmente, si impegnerà ad apprendere qualcosa di buono per lui stesso, da noi e, soprattutto, dal suo stare con noi.

In ultimo e per concludere, un richiamo al concetto di “vicinanza” e all’importanza di saperlo applicare nella relazione di counseling, soprattutto con gli adolescenti.

Vicinanza intesa come capacità di “stare vicino” all’altro, accettando, senza giudicarle, le storie che ci confida ed affida; accettarle come veritiere, espressione tangibile di vissuti reali.

Proattività e vicinanza, secondo Rogers[14], sono qualità di cui ogni counselor dovrebbe essere dotato per riuscire ad accettare incondizionatamente il cliente.

Ma qui può cascare l’asino:

  1. gli adolescenti facilmente si accorgono, per la loro naturale diffidenza nei confronti degli adulti, se l’adulto che hanno davanti è o non è coerente, riconoscendone i comportamenti incongruenti e quindi non autentici;
  2. per gli adulti, accettare incondizionatamente “i portati e i vissuti” dei ragazzi, è un’operazione non così semplice e, quasi mai, spontanea.

Adeguatezza di comportamenti, considerazione positiva e astensione dal giudizio, in corrispondenza a comportamenti vissuti come insopportabili, è molto difficile.

Ma è proprio il “lavoro di formazione”, che noi counselor facciamo su noi stessi, con particolare riferimento al nostro “stare” con ciò che troviamo insopportabile, la qualità più importante del nostro saper essere counselor.

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[1] http://www.unicef.it/rapporti/pdf/FullText.pdf
[2] https://www.corriere.it/alessandro-davenia-letti-da-rifare/18_marzo_18/9-l-adolescenza-non-malattia-34814202-2ac9-11e8-9415-154c580b61c3.shtml?refresh_ce
[3] a cura di Santamaria F., Stare con ragazze ragazzi in difficoltà, Le matite di animazione sociale, Torino 2018
[4] Milani L., L’obbedienza non è più una virtù, Stampa Alternativa, Tarquinia (VT) 1998
[5] Galimberti U., Dalla parte delle madri, «La Repubblica», 9 dicembre 2006.
[6] Morin E., Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione, Raffaello Cortina, Milano 2015
[7] Intendendo per creatività quel “Creare [quale] forma di maternità: [che]educa, rende felici e adulti in senso buono.” Oreste A.M., Corpo celeste, Adelphi, Milano 1997
[8] le cosiddette Soft Skill o insieme di caratteristiche, atteggiamenti, conoscenze e abilità che consentono una prestazione lavorativa e personale di alta qualità
[9] D. Dolci, Creatura di creature. Poesie 1949–1978,  Feltrinelli, Milano, 1979
[10] Winnicott ad esempio, sostiene che usare il tempo di solitudine in modo proficuo rappresenta indubbiamente uno dei traguardi dello sviluppo individuale. L’adolescenza è il momento della vita in cui si trascorre maggior tempo da soli, la solitudine è “fisiologica” in particolare in questo periodo della vita.
[11] Un esempio: il già citato fenomeno dei cosiddetti NEET, che in genere trascorrono la loro vita rinchiusi fra le mura della propria stanza, con rarissimi contatti in presenza.
[12] a cura di R. Poli, Strategie di futuro in classe. Esperienze, metodi, esercizi, Editore Provincia autonoma di Trento – IPRASE, 2017
[13] Nella prospettiva di Eric Berne, la nostra identità, la nostra personalità, sono archivi di memorie in cui sono condensate le esperienze vissute e gli apprendimenti acquisiti che danno vita a costrutti mentali, che producono schemi operativi con i loro connotati di pensieri, comportamenti ed emozioni. Sono, per usare un linguaggio moderno, dei data-base in cui sono custoditi i software che abbiamo costruito nel corso della nostra esistenza e che nell’insieme costituiscono il nostro sistema operativo con cui entriamo in relazione con il mondo.
[14] C. Rogers, “Un modo di essere”, Giunti, Milano , 2012

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