L’ Ascolto Attivo

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L’ Ascolto Attivo.

Il contenuto di questo articolo è parte integrante del terzo capitolo del “Manuale per la formazione in counseling”, progetto editoriale pubblicato in corso d’opera in questo stesso blog.

Per averne il quadro completo, clicca qui.

 

L’“ascolto” è il piano su cui le persone si accolgono ed entrano in “contatto”, vale a dire quel particolare e contingente stato dell’essere, di chi sta in una relazione,  che permette la consapevolezza di ciò che nella relazione stessa e in chi la sta esercitando sta avvenendo e del come questo avvenga.

Dell’ascolto, ciò che qui viene affrontato, sono le attività che lo caratterizzano; portandolo, appunto, ad individuarlo come “attivo”.

L’ascolto attivo è un comportamento che “attiva” chi ha a cuore lo stabilire un contatto con le persone, accoglierle e, nel caso, aiutarle.

In una relazione interpersonale, in specie nel counseling, mettersi in ascolto vuol dire agire attivamente con la predeterminata finalità di stabilire le migliori condizioni utili alla relazione stessa e, nel caso, all’efficacia dell’aiuto che si vuole dare.

Tra queste condizioni, quella di un buon “contatto” è la più importante.

Approfondiremo, più avanti, questo tema, agganciandolo al concetto gestaltico del “processo di consapevolezza”, che sostiene la soddisfazione dei bisogni.

Per ora, pensiamo al contatto come quello stato dell’essere caratterizzato dal riconoscimento, dall’accoglienza e dalla capacità di stare, in una relazione, con i propri e con gli altrui stati emotivi-psicologici e con i rispettivi, quand’anche diversi, impianti logico-culturali di riferimento.

Un caso esemplificativo

Immaginiamo di avere un giovane amico, prossimo al sostenere il proprio esame di maturità, che si “lamenta” con noi di non sapere cosa fare una volta superato l’esame; immaginiamo di volerlo aiutare.

Porsi, nei suoi confronti, sul piano dell’ascolto vuol dire, innanzitutto, scongiurare l’attivazione di dinamiche relazionali/comunicative sostanzialmente inefficaci, quando non decisamente perniciose, vale a dire quelle del:

– giudicare;

– interpretare;

– consigliare/prescrivere;

– identificarsi.

Facciamo un esempio per ciascuna di queste quattro dinamiche, lasciando a chi legge il compito di valutarne l’adeguatezza:

– giudicare: «Sei il solito piagnone! Con questo atteggiamento non concluderai mai niente di buono!».

– interpretare: «Ti lamenti perché speri che qualcuno risolva per te i tuoi problemi».

– consigliare/prescrivere: «Ti consiglio di rivolgerti ad una di quelle associazioni che lavorano sull’orientamento professionale».

– identificarsi: «Come ti capisco! Anch’io alla tua età avevo gli stessi problemi».

Cosa vorrebbe dire, invece, porsi, attivamente, sul piano dell’ascolto?

Di seguito propongo un modello di ascolto attivo fondato su quattro azioni:

– cogliere;

– accogliere;

– raccogliere;

– restituire.

 Cogliere

L’azione del cogliere qui presentata è una possibilità collegata all’osservare senza giudicare e all’ ascoltare, nei termini presentati precedentemente (Cap. 3.1, “Saper comunicare in 10 precetti”).

Cosa “colgo”?

Colgo ciò di cui mi accorgo e riconosco come potenzialmente significativo e importante sia in me e per me, sia nell’altro e per l’altro.

Il nostro giovane amico si lamenta, con noi, di non sapere, una volta superato l’esame di maturità, se iscriversi all’università o cercarsi un lavoro. Per ciascuna di queste opzioni vede, soprattutto, gli aspetti negativi, di difficoltà e/o di inutilità.

È tutto qui quello che ci dice? Quello che ci comunica?

Sicuramente è quanto sta verbalizzando!

Agire attivamente il nostro ascolto vuol dire, innanzitutto, prestare particolare attenzione alla comunicazione non verbale del nostro interlocutore; vuol dire farlo attraverso il nostro “sentire”.

In che modo?

Osservando il nostro amico, per cogliere dalla sua comunicazione, verbale e non verbale, tutti quei segnali che ci parlano di lui, delle sue preoccupazioni, delle sue paure, dei suoi desideri.

Cogliere tali segnali sarà funzione della nostra capacità di riconoscerli.

Li potremo riconoscere attraverso la nostra capacità di sentire, in noi stessi, la presenza di tali stati emozionali (preoccupazione? Paura? Desiderio? Cos’altro?).

Cogliere, quindi, i segnali che l’altro trasmette, attraverso il nostro “sentire”, assumendo coscienza di come si insinuano in noi e di cosa ci procurano.

In questo senso “ascoltiamo”, ascoltiamo le nostre sensazioni e le nostre emozioni, come un’eco di quelle di chi ci sta parlando e, per questa via, ascoltiamo l’altro, col quale entriamo in contatto emotivo.

Ecco quindi che l’ascolto attivo si attesta su di un piano parallelo e diverso dell’acquisizione di dati e informazioni relativi allo specifico dominio del “capire” cosa l’altro stia pensando.

L’ascolto attivo attiene al campo del “sentire” emozioni e sensazioni.

Chi ascolta attivamente non soltanto coglie tutti i segnali importanti della comunicazione verbale e non verbale del proprio interlocutore, si predispone, soprattutto, ad accogliere le emozioni, le sensazioni e i significati che questa veicola e produce.

 Accogliere

Riuscire a cogliere l’intero mondo di emozioni, sensazioni, significati, che la comunicazione del nostro giovane amico veicola è condizione utile, ma non ancora sufficiente per sostenere il vero ascolto. Questo si attiva se siamo in grado di accogliere quel mondo e, così facendo, accogliere il nostro stesso amico.

In generale, accogliere una persona vuol dire “darle ricetto”, “ospitarla”, “riceverla, facendole spazio vicino e dentro di noi”.

Ascoltiamo realmente chi ci sta parlando quando siamo serenamente disposti ad accogliere quanto questi ci sta comunicando, anche se si tratta di un qualcosa per noi non condivisibile e/o potenzialmente, intollerabile.

Accogliamo innanzi tutto le emozioni e i sentimenti che proviamo noi stessi (rabbia? Gioia? Paura? Frustrazione? Riconoscimento? Rifiuto? Risentimento? Cos’altro?) nel contatto con l’altro. Respiriamo profondamente per rimanere in contatto con le nostre emozioni, per non disperderle in automatiche e inconsapevoli reazioni, troppo facilmente contrappositive a quanto l’altro ci sta comunicando e a lui stesso.

Chi ci parla, ci parla di cose che, almeno per lui, hanno valore e significato; il non accoglierle ci toglie ogni possibilità di scoprire quali valori, quali significati (di senso e di sentimento) possano avere per lui e cosa di buono potercene fare noi.

Accoglierli ci permette di riconoscere tali valori e tali significati, ci permette di incontrare chi ci sta parlando e stabilire con lui un contatto, di sentimento e di comprensione logica.

Accogliere vuol dire avere la capacità di “ospitare” la diversità dell’altro, farle spazio dentro di noi, confrontarla, assaporarne i gusti, scoprirne i sapori ed i valori, farne proprie le parti per noi buone e lasciare andare le altre, senza per questo non accettare la possibilità che altri possano tenerle con sé, riconoscendovi un proprio senso ed un proprio valore.

Accogliere vuol dire quindi conoscere il valore e la legittimità della diversità; diversità di valori, di significati, di sentimenti, di esperienze, di modi di fare e di essere.

Accogliere è dunque impossibile per chi vive in preda dei propri pregiudizi, per chi non sa stare con se stesso e con gli altri senza giudicare, senza giudicarsi.

 Raccogliere

Se non accogliamo quanto l’altro ci sta portando, quanto stiamo sentendo e vedendo, non possiamo accorgerci della varietà di elementi presenti nella relazione, non possiamo raccogliere il tutto e restituirlo, agendo una comunicazione consapevole e rispettosa di ciò che sentiamo e di ciò che l’altro sta realmente comunicandoci.

In altre parole, non possiamo partecipare a quell’azione comune che è la comunicazione! Non possiamo attivarci in essa.

Qui parliamo di ascolto attivo come azione voluta e consapevole, ben distinta da ogni forma di comportamento reattivo/automatico/nevrotico, in cui teniamo disattivate le nostre funzioni di consapevolezza.

Il nostro ascolto non sarà mai realmente attivo se lasceremo intentate le possibilità che abbiamo di scoprire quanti più significati, quanti più valori, quanti più sentimenti albergano in ciò che ci viene comunicato.

In questo sta il nostro raccogliere, nell’agire la nostra comunicazione alla scoperta di quanti più significati, quanti più valori, quanti più sentimenti sono presenti nelle forme e nei contenuti della comunicazione di cui siamo destinatari.

Tutto ciò a beneficio della reciproca comprensione, della qualità del contatto e della relazione in cui stiamo agendo.

Nel caso del nostro giovane amico, che si lamenta di non sapere che fare dopo l’esame di maturità, rispondiamo puntando a sviluppare quanto ci sta comunicando, raccogliendo, alias mettendo insieme e integrando, tutti gli elementi di senso e di sentimento presenti nella sua comunicazione.

Tutto ciò agendo da stimolo nei suoi confronti, applicando tutto il nostro “saper comunicare”.

Attraverso il nostro agire da stimolo, raccogliamo: andiamo alla ricerca di tutto ciò che l’altro può dirci (verbalmente e non, volontariamente e involontariamente), cogliendolo e accogliendolo.

In che modo stimoliamo e raccogliamo la comunicazione del nostro interlocutore?

– usando la tecnica delle domande;

– agendo sulla nostra comunicazione non verbale.

– applicando alla bisogna le tecniche della comunicazione efficace presentate nel capitolo precedente (“rispecchiamento”, “contestualizzazione”, “riformulazione”, “ricapitolazione”, ecc.).

Nel fare tutto ciò, raccogliamo quanto “cogliamo” e “accogliamo” della comunicazione/relazione/contatto con il nostro interlocutore.

Quanto più saremo in grado di raccogliere, mettendolo insieme organicamente e riconoscendone i significati e le modalità, tanto più avremo ascoltato attivamente.

Raccogliamo per poter restituire.

 Restituire

Nel suo senso letterale (di “dare in dietro qual cosa precedentemente ricevuta”) il restituire, in ogni relazione interpersonale, è un atto che eseguiamo a prescindere da quanto ne siamo consapevoli.

In ogni relazione prendiamo e diamo/restituiamo sempre qual cosa!

La questione che qui poniamo riguarda, da un lato, il “cosa prendiamo”, dall’altro, il “cosa diamo e/o restituiamo” nelle nostre relazioni interpersonali?

Se agiamo la relazione in modo consapevole, gestendola consapevolmente sul piano dell’ascolto attivo, il “cosa prendiamo” riguarda tutto ciò che dalla relazione sappiamo cogliere, accogliere e raccogliere.

Il “restituire” riguarda la nostra disponibilità/capacità di condividere con all’altro quanto abbiamo saputo prendere (cogliendo, accogliendo e raccogliendo) da lui e dalla relazione con lui.

Il “restituire” non è solo una funzione di quanto abbiamo saputo “prendere”, è anche una funzione di quanto abbiamo saputo “dare”.

Cosa diamo?

Innanzitutto, diamo la nostra capacità di entrare in contatto con l’altro.

Cosa restituiamo?

Restituiamo il nostro stato di consapevolezza circa quello che dalla relazione siamo andati raccogliendo e, così facendo, sviluppiamo la nostra e l’altrui consapevolezza circa i contenuti e le forme della relazione stessa.

Come lo facciamo?

Utilizzando accuratamente le tecniche di comunicazione efficace già presentate nel capitolo precedente, nonché un’attenta somministrazione di feedback: la restituzione di informazioni relative a quanto visto, sentito ed esperito (Colto! Accolto! Raccolto!)nello svolgersi della relazione, stando in contatto con l’altro.

La qualità dei feedback.

Affrontiamo qui una disanima sul feedback, visto in generale come gestione di un comportamento relazionale attento al miglior uso di forme di comunicazione efficace, volte a rinsaldare la relazione e a sostenere stati d’animo positivi, funzionali alla reciproca comprensione, allo sviluppo di visioni più chiare ed in grado di meglio orientare le persone circa le migliori azioni da compiere per meglio affrontare le questioni in campo.

Un’attenzione specifica alla tipologia dei feedback propri del counseling verrà posta, in questo manuale,  nel capitolo V, sezione A), “Le singole pratiche del counseling”.

Quella della gestione dei feedback, in generale, è un’attività particolarmente importante per tutte quelle professioni il cui “fuoco” è l’aiuto e il sostegno del prossimo: educatori, insegnanti, coach, counselor, psicologi, personale medico e, più in generale, chiunque si ritrovi a gestire, per una ragione o per l’altra, qual si voglia tipologia di risorsa umana.

In relazione ad un adeguato utilizzo dei feedback, proponiamo alcune linee guida generali:

  1. il feedback è efficace quando chi lo riceve se lo aspetta o, meglio ancora, quando è espressamente richiesto; se il feedback è imposto, facilmente provoca opposizione;
  2. il feedback può essere motivante se valorizza i punti di forza di chi lo riceve, piuttosto che i suoi errori, limiti e difetti;
  3. il feedback produce incoraggiamento se si concentra su azioni possibili, su cose e ambiti in cui il ricevente può realisticamente intervenire ed esercitare un proprio controllo;
  4. il feedback ha maggior valore se è organizzato intorno ad elementi concreti e specifici, non può quindi essere giudicante (riferire le nostre opinioni non sempre è stimolante per chi riceve un feedback; è “buono e giusto” ciò che egli stesso considera tale; possiamo più facilmente sfuggire le trappole del giudizio, se ci limitiamo a descrivere ciò che vediamo e sentiamo e/o ci limitiamo ad esporre dati e fatti);
  5. un buon feedback è sempre onesto, sincero e giustificato, soprattutto in occasione di un elogio; una lode insincera, agita per captatio benevolentiae, viene facilmente smascherata, producendo varie forme di smarrimento e risentimento;
  6. il feedback ottiene maggiore efficacia se è tempestivo (dato contestualmente agli accadimenti cui è riferito), circoscritto (si riferisce ad un qualcosa di specifico), finalizzato (volto ad andare avanti concretamente e non a “piangere sul passato”);
  7. il feedback non può essere una resa dei conti, non può servire a stabilire chi ha torto e chi ha ragione, ma può servire ad individuare le ragioni in campo e a dare a queste valore;
  8. il feedback deve essere offerto in un linguaggio e con modalità che il ricevente sia in grado di accogliere e comprendere;
  9. un buon feedback invita il ricevente a corrispondere, con una propria valutazione, con un proprio sentimento; questo è tanto più possibile quanto più il feedback è organizzato intorno ai sentimenti provati da chi lo sta proponendo; in altre parole, quanto più questo feedback è un “feel-back” (neologismo per indicare un feedback caratterizzato dalla esplicitazione dei sentimenti provati nell’essere stati e nello stare con tutto ciò su cui verte il feedback stesso);
  10. i feedback sviluppano la consapevolezza e promuovono l’apprendimento, se offrono a chi li riceve informazioni su di sé e sui propri comportamenti altrimenti non ottenibili.

Insomma, il feedback peggiore è quello di giudizio/valutazione negativa nei confronti della persona cui lo rivolgiamo; il feedback migliore descrive gli accadimenti (a partire da quelli avvenuti sul piano del “sentire”).

Nei nostri feedback, ricorrere ad una terminologia di tipo descrittivo, anziché valutativo, aiuta il ricevente a non arroccarsi su posizioni troppo difensivistiche (evitare che si posizioni sulla difensiva è il motivo principale per cui si sconsiglia la formulazione di domande che cominciano con “perché…”); l’atteggiamento difensivo tende a dissimulare lo stato delle cose dietro ad una barriera di scuse e giustificazioni, che non forniscono alcuna base di miglioramento di pensieri, sentimenti e comportamenti.

Un buon feedback fa leva su due principi: quello della consapevolezza e quello della responsabilità.

Un feedback è buono allorquando induce chi lo riceve a rielaborare le informazioni che riceve, diventando così consapevole del loro significato e della loro importanza.

Un feedback è buono se riesce a far sentire chi lo riceve direttamente coinvolto nell’individuazione dei correttivi e delle modalità di sviluppo da effettuare, agendo così sul proprio senso di responsabilità e sentendosi, per questa via, artefice dei propri miglioramenti.

A titolo esemplificativo propongo alcuni feedback inefficaci/ efficaci, contestualizzati in un ambito lavorativo, aziendale, capo-subordinato.

 Feedback inefficace

Non fai mai quanto concordato; non mi sembri molto impegnato

(giudicante, vago, generalizzante).

Feedback efficace

Cosa ti ha impedito di contattare il direttore del personale e parlargli del tuo progetto? Ti va di parlarne per trovare una soluzione?

 Feedback inefficace

Penso che tu sia fantastico, un grande uomo, fuori dal comune

(complimento seduttivo e privo di basi).

Feedback efficace

Sono veramente contento dei tuoi risultati. Sei riuscito a fare in due settimane quello che avevamo progettato di fare in un mese. Ottimo!

Feedback inefficace

So che ci stai provando con determinazione, ma non fai abbastanza per raggiungere i tuoi obiettivi

(generico, paternalista).

Feedback efficace

Vedo che frequenti con regolarità quel corso di formazione e questo è buono. Quello che mi preoccupa è la quantità di esercizi che svolgi a casa, visto che mi dici che ti ci dedichi estemporaneamente. Pensi di poterci dedicare almeno un’ora al giorno?

Feedback inefficace

Sono convinto che sarà un grande successo per te. Mi sembra che non ci sarà alcun problema.

(anestetizza ogni tensione verso il miglioramento)

Feedback efficace

Sono ottimista sul nostro piano, perché dai dati che ho, vedo che sei in grado di raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati; è importante continuare tutti i giorni a verificare le informazioni che abbiamo sullo stato avanzamento lavori.

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Gli elementi componenti l’ascolto attivo, del cogliere, accogliere, raccogliere, restituire, per ragioni espositive, sono stati presentati singolarmente e in sequenza.

Nella pratica reale delle relazioni, l’ascoltare attivamente non avviene mai per applicazione sequenziale del “cogliere”, “accogliere”, “raccogliere” e “restituire”.

Tutto scorre confluentemente e tutto è sempre presente.

È la presenza continua di questi quattro elementi che qualifica l’ascolto come attivo, rendendo chi lo applica partecipante consapevole della e nella relazione.

Il tutto può essere possibile a fronte di un’ineludibile condizione: riuscire a “stare in contatto” con l’altro e con se stessi, o meglio: riuscire a stare in contatto con l’altro attraverso il contatto con se stessi.

È questa la vera consapevolezza che presiede ogni capacità d’ascoltare, comprendendo quello che gli altri ci dicono e hanno da dirci, sapendolo collegare a quanto noi diciamo e abbiamo da dire innanzitutto a noi stessi.

Torniamo all’esempio del nostro giovane amico, che si lamenta di non saper che fare dopo il suo esame di maturità.

Se non siamo in ascolto, potremmo reagire apostrofandolo con affermazioni tipo:

«E allora? Possibile che tu sia solo buono a lamentarti!?».

Pensiamo quanto una simile reazione riduca le possibilità di contatto e dei suoi relativi sviluppi!

Se siamo in ascolto, invece, non reagiamo, agiamo e, innanzi tutto, stiamo attenti a come lui ci comunica le sue “lamentele”e a cosa questo può significare, per noi.

Distacco? Dispiacere? Paura? Cos’altro?

Troveremo buone risposte tanto più quanto più sapremo stare in una condizione di “ascolto propriocettivo” (prestare attenzione alle nostre percezioni sensoriali) circa il cosa ci procura accogliere cosa l’altro ci dice e come ce lo dice.

Se siamo in ascolto, siamo predisposti, osservandolo, non solo a cogliere l’intero spessore della sua comunicazione, siamo pronti soprattutto ad accoglierla.

Questo ci preserverà alquanto dall’essere sopraffatti dalle nostre emozioni e stimolerà, nel contempo, la nostra curiosità di approfondire quanto il nostro amico potrebbe, ancora e di più, dirci, ma ancora non è pronto a fare.

Ecco allora che, invece di reagire, interagiamo, raccogliendo e restituendo ciò che abbiamo colto e accolto.

Un esempio. Riprendiamo il caso del giovane amico, che chiameremo Marco, incerto sul da farsi dopo il conseguimento della “maturità”.

La persona cui si rivolge la chiamiamo Paolo.

  • Paolo: «Marco… mi parli delle tue incertezze legate al cosa farai dopo la maturità, ma io non capisco se il problema per te è l’aver chiaro il cosa vuoi fare o il cosa puoi fare!?». (Marco si lamenta di non sapere cosa fare, non di non sapere cosa vuole e/o può fare; ma: l’intuizione circa la presenza di una tale questione Paolo l’ha potuta avere, e l’ha potuta porre, perché era in ascolto, ascolto di sé; quell’ascolto gli ha permesso di sentire il proprio senso di impotenza, quando non ha le idee chiare circa il proprio volere!)
  • Marco: «Beh… ci sono tante cose che vorrei fare, ma mi sembrano tutte così difficili, se non impossibili da realizzare» (spesso, quando pensiamo ad un nostro desiderio come un qualcosa impossibile da realizzare, la nostra attenzione principale è rivolta “fuori di noi”, ad uno stato delle cose, sul quale non possiamo intervenire per produrre un cambiamento; quanto questo corrisponda a realtà è un dato non riscontrabile fino a quando non spostiamo l’attenzione su noi stessi, sul nostro modo di vedere le cose e sulle emozioni a questo associate; ad esempio sulla nostra paura di non riuscire a superare le difficoltà che incontriamo e su cosa questo potrebbe significare per noi!).
  • Paolo: «Quindi, mi stai dicendo che sai cosa vuoi, ma temi di non poterlo realizzare?».
  • Marco: «Più o meno è così!».
  • Paolo: «Allora sono proprio curioso di sapere cos’è che vorresti fare e cosa pensi che potrebbe impedirti di farlo?».
  • Marco: «Beh… io mi sono iscritto al liceo scientifico per avere un diploma che, oltre a darmi una buona preparazione di base, mi permettesse di iscrivermi a medicina. Adesso l’iscrizione a medicina è praticamente impossibile … bisogna superare una selezione alla quale partecipa il mondo intero ed è per pochi posti … figuriamoci se ce la faccio!» (superare la selezione per iscriversi a Medicina è sicuramente un’impresa difficile, ma: il fatto che l’impresa sia difficile può essere motivo sufficiente per rinunciarvi? Cosa può indurre Marco a dare per scontato che l’esito sarà negativo? Stare in ascolto, per Paolo, vuol dire stare a “sentire” cosa accade dentro di lui ora che Marco gli dice queste cose; stare in ascolto gli permette di spingere Marco a “sentire” cosa gli accade e a metterlo in relazione con le scelte che sta prendendo).
  • Paolo: «Quindi stai dando per scontato che non potrai essere uno di quei pochi che ce la faranno a superare la selezione e ad iscriversi a medicina?».
  • Marco: «Proprio per scontato no… però mi darebbe proprio fastidio mettermi lì a studiare come un matto per poi non concludere niente».
  • Paolo: «E questa prospettiva di studiare come un matto per poi non riuscire a superare la selezione è un rischio che proprio non ti senti di affrontare? O ce qualcos’altro?».
  • Marco: «Beh… io il rischio lo posso anche affrontare, ma se poi va male cosa faccio?» (quindi, il rischio può essere affrontato, la paura può essere gestita, se all’evento nefasto può essere opposto un qualcosa che gli faccia fronte!).
  • Paolo: «Secondo me, innanzitutto, affrontare questo rischio ti servirà a scongiurarne un altro, quello di passare la tua vita con il rammarico di non averci neanche provato; dopodiché… non c’è qualcos’altro che ti piacerebbe fare?».
  • Marco: «In realtà io voglio fare medicina, perché i medici sono professionisti che guadagnano bene e in più sono affascinato dal corpo umano, da ciò che lo tiene in vita e da come, in generale, funziona la vita… un qualunque lavoro che si occupi di queste cose lo troverei interessante! Certo vorrei che mi facesse anche guadagnare bene».
  • Paolo: «Quindi…?».
  • Marco: «Quindi potrei iscrivermi a Biologia, fare il primo anno dando quegli esami di base che valgono anche per Medicina e riprovare a superare la selezione l’anno prossimo; magari avrei più chance, perché sarei ancora più preparato e, se va bene, bene! Diversamente, proseguo con Biologia, che tanto è la materia che mi piace studiare e, per quanto riguarda il guadagnare bene, vedrò come riuscire a farlo anche come biologo!».

Cosa ci dice questo dialogo?

Lo stare in ascolto permette a Paolo di spostare l’attenzione di Marco dal piano sterile del “le cose stanno così e non c’è niente da fare” (piano che, pur essendo sterile, ha il vantaggio di evitare di farlo stare in contatto con la sua paura di non riuscire!) verso quello fertile della responsabilità personale circa ciò che Marco può e/o vuole realmente fare per risolvere il suo problema, senza indisporre Marco con le sue valutazioni e/o i suoi buoni consigli (alias prescrizioni) su ciò che dovrebbe fare.

Quanto questo aiuta Marco?

Tutti quanti noi facciamo molto più agevolmente quello che noi stessi scegliamo di fare, piuttosto che quello che gli altri vorrebbero farci fare!

Ascoltare attivamente crea quel supporto emotivo e quell’apertura mentale che agevola l’individuazione di ciò che possiamo fare per affrontare le nostre difficoltà e superarle.

Gli stati emotivi e tutti i pensieri che potrebbero accompagnare un dialogo come quello or ora presentato, non possono essere resi, compiutamente, manifesti per iscritto; ma se un tale dialogo fosse realmente vissuto, da un Paolo qualunque, sul piano dell’ascolto attivo, il nostro Paolo si ispirerebbe, sicuramente, al seguente decalogo.

 Il decalogo dell’ascolto attivo

  1. Tutta la fretta arriva dal diavolo; l’ascolto, in quanto processo di consapevolezza, è un processo che si sviluppa lentamente.
  2. È meglio non avere fretta di arrivare a delle conclusioni. Le verità che ottengo con l’ascolto non le ottengo a conclusione del processo, ma durante il processo stesso.
  3. L’ascolto è una funzione del “sentire” e del “vedere”.
  4. Quello che vedo io non è quello che vede l’altro; ciò che vedo dipende dal mio punto di vista.
  5. Per riuscire a vedere quello che vede l’altro, devo cambiare punto di vista; per vedere più cose, devo guardare da più punti di vista.
  6. Quando chi mi parla presenta ragioni diverse e/o contrastanti le mie, se voglio comprendere quel che mi sta dicendo, assumo che ha ragione e gli chiedo di aiutarmi a vedere le cose dalla sua prospettiva.
  7. Le emozioni sono degli strumenti conoscitivi fondamentali, se sappiamo comprenderne il linguaggio. Non ci informano su cosa vediamo, ma sul rapporto che abbiamo con ciò che vediamo. Il loro codice è relazionale e analogico.
  8. Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili, dei quali ricerca i segnali; i più importanti per lui sono quelli che affiorano alla sua coscienza attraverso il proprio sentire, sia sul piano emotivo, sia su quello delle sensazioni fisiche; soprattutto quando sono incongruenti con le logiche di pensiero in corso.
  9. Un buon ascoltatore affronta i dissensi come occasioni per esercitarsi in un campo che lo appassiona: la gestione creativa dei conflitti.
  10. Ascoltare è l’esercizio di consapevolezza che sviluppa la consapevolezza.

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L’ascolto attivo è un comportamento possibile in funzione di tre dinamiche comunicazionali interagenti:

– la ricezione di messaggi;

– l’elaborazione degli stessi;

– la risposta a questi.

La ricezione dei messaggi non può essere limitata al piano logico-razionale, dei significati letterali delle parole scambiate.

La ricezione dei messaggi va ancorata sul piano dei “sensi” (emozioni, sensazioni, significati) che mobilitano.

In questo senso, l’ascoltare attivamente è base ed espressione del comunicare efficacemente.

Tutto ciò che in questo manuale è già stato presentato e argomentato in relazione al “saper comunicare”, trova una sponda fondamentale nel “saper ascoltare, accogliere e stare in contatto”, “cogliendo”, “accogliendo”, “raccogliendo” e “restituendo” quanto nella relazione e nei contenuti della comunicazione prende forma.

Se, nell’agire la nostra comunicazione, noi siamo in ascolto, sollecitiamo la rielaborazione dei pensieri, delle emozioni e delle sensazioni del nostro interlocutore, come rispecchiamento, spontaneo, di quanto noi stessi stiamo facendo.

In questo modo provochiamo un arricchimento della nostra e dell’altrui consapevolezza circa i contenuti della comunicazione in atto, intesa e gestita per quello che concretamente dovrebbe essere: un’azione comune.

Perché questo possa accadere, nelle nostre “restituzioni”, evitiamo di:

– moralizzare;

– dogmatizzare;

– etichettare;

– giudicare;

– interpretare;

– identificarci (“è successo anche a…”);

– assolutizzare;

– disconfermare (attraverso considerazioni svalutanti o di negazione del vissuto altrui, tipo: “cosa vuoi che sia, capita a tutti!”, oppure: “non può essere come dici, sicuramente ti stai sbagliando”).

Preferendo, invece, “tecniche” di comunicazione efficace quali:

– la chiarificazione (“mi stai dicendo che…?”; “in altre parole, mi vuoi dire…?”; puoi descrivermi in modo più preciso quanto mi hai detto?”; “intendi dire che…”?);

– la riformulazione dei contenuti essenziali della comunicazione, ad esempio rispondendo ad una dichiarazione tipo: “ogni volta che ho bisogno di lui, lui ha sempre qualcosa di più importante da fare”, nei seguenti termini interrogativi: “mi stai dicendo che, per quanto riguarda le tue necessità di aiuto, non puoi contare su di lui, in nessun modo?”);

– la ricapitolazione;

– la contestualizzazione (piazzare punti di riferimento);

– il confronto;

– l’informare (in determinate circostanze può essere utile il trasferimento di specifiche conoscenze).

Chi comunica con un atteggiamento di ascolto attivo, si predispone al riconoscimento dei propri e degli altrui pensieri, delle proprie e delle altrui emozioni, dei propri e degli altrui sentimenti, delle proprie  e delle altrui possibilità di rielaborarli e cambiarli in forza dell’accoglienza di quanto si sta (reciprocamente) comunicando e, così facendo, riesce a sostenere un arricchimento di consapevolezza, per sé e per i propri interlocutori.

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