Il saper essere del counselor

0
132
ci-pieghiamo-ma

Il saper essere del counselor

Questo articolo si inserisce nella terza parte (“Il saper essere del counselor”) del Capitolo V, del “Manuale per la formazione in counseling”, progetto editoriale pubblicato in corso d’opera in questo stesso blog.

Per averne il quadro completo, clicca qui.

Consapevole e respons-abile

Consapevolezza e responsabilità.

Se prendessimo un qualsiasi vocabolario della lingua italiana, alla voce consapevolezza, ritroveremmo una definizione che fa riferimento all’essere cosciente e/o all’avere coscienza di ciò che capita fuori e dentro di noi.

Ma, cosa vuol dire avere coscienza di ciò che capita dentro e fuori di noi!?

I nostri “stati di coscienza” sono caratterizzati da quattro istanze, interagenti:

– il vedere;

– il sentire/percepire;

– il pensare;

– l’agire;

La nostra consapevolezza riguarda la nostra “amministrazione” di queste quattro istanze:

– cosa facciamo di quello che vediamo? E, inoltre: Guardiamo tutto ciò che c’è da vedere?

– cosa facciamo del e con il nostro sentire/percepire?

– cosa facciamo dei nostri pensieri?

– cosa facciamo delle nostre azioni e con le nostre azioni?

E oltre al “cosa”, “come” vediamo, sentiamo, pensiamo, agiamo?

E i nostri vedere, sentire, pensare e agire, come li facciamo interagire?

La nostra consapevolezza è il nostro stato di coscienza relativo alle risposte che siamo, di volta in volta, in grado di dare all’insieme delle domande or ora presentate.

Alla qualità di tali risposte corrisponde la qualità della nostra responsabilità.

La consapevolezza è una facoltà che sviluppiamo in forza di quanto e come facciamo agire il nostro senso di respons-abilità!

Sono tanto più “respons-abile” quanto più sono abile/capace di dare risposte adeguate alle istanze che mi riguardano; sono tanto più “respons-abile” quanto più sono capace di rispondere adeguatamente agli effetti dei miei comportamenti; posso essere tanto più “respons-abile” quanto più riesco ad essere consapevole di ciò che sta capitando intorno a me e che mi riguarda; posso essere tanto più “respons-abile” quanto più sono consapevole di ciò che mi sta capitando, del ruolo e delle funzioni che in tutto ciò io sto agendo e/o posso agire.

La qualità della nostra consapevolezza influenza la qualità delle nostre esperienze, che a loro volta sono influenzate dal nostro grado di responsabilità.

Facciamo un’esperienza quando, in relazione a ciò che stiamo vivendo, abbiamo coscienza di ciò che c’è da vedere; abbiamo coscienza delle emozioni e delle sensazioni che proviamo; abbiamo coscienza di quello che pensiamo e di ciò che stiamo facendo.

Facciamo esperienza di tutto ciò se tutto ciò viene da noi stessi integrato in un pensiero coscientemente elaborato, capace di dare al tutto un senso ed una funzione compiuta.

La consapevolezza è una facoltà che sviluppiamo in forza della nostra capacità di fare esperienze, che, a sua volta, dipende da una nostra particolare “abilità”, l’abilità di rispondere alla sollecitazione dei nostri bisogni, l’abilità di farlo efficacemente e adeguatamente, in senso ecologico (nel rispetto dei bisogni altrui, delle esigenze e degli equilibri ambientali).

In altre parole: la qualità della nostra consapevolezza è funzione della qualità della nostra responsabilità, di quanto, cioè, agiamo la nostra responsabilità in ordine al tenere attive tutte quelle nostre funzioni, di senso, di azione e di pensiero, utili alla qualità della nostra consapevolezza.

Siamo noi stessi che, per fare esperienza, ci assumiamo la responsabilità di tenere attiva la nostra coscienza, la responsabilità di vigilare sulle nostre emozioni e sulle nostre sensazioni, la responsabilità di elaborare e rielaborare progressivamente i nostri pensieri e di integrarli funzionalmente con le emozioni e con le sensazioni che viviamo.

L’agganciare la consapevolezza alla capacità di fare esperienze, e la capacità di fare esperienze al principio di responsabilità personale, ci permette di applicare la più condivisa idea di responsabilità (quella che ci ha trasmesso Max Weber con la sua “etica della responsabilità”: l’etica di chi agisce razionalmente, in modo logico e coerente, rispetto allo scopo che si prefigge, commisurando accortamente il rapporto tra i mezzi e i fini e le conseguenze che le sue azioni potranno produrre) non solo nel dominio dell’agire, anche in quello del provare emozioni, sensazioni e, in accordo a questo, del sviluppare e elaborare pensieri.

Posso non essere responsabile dell’insorgere di una mia emozione, così come dell’insinuarsi di una mia sensazione, ma non posso considerarmi irresponsabile di ciò che di queste e con queste vado a fare, sia nel dominio del pensare, sia in quello dell’agire.

La responsabilità alla quale facciamo riferimento si riferisce alla capacità di agire consapevolmente, positivamente e coerentemente, in risposta a richieste e sollecitazioni provenienti dall’ambiente (da soggetti terzi) come dal proprio interno (pensieri, bisogni e desideri personali).

Consapevolezza e responsabilità diventano un binomio inscindibile; non si è, non si diventa consapevoli senza assunzione di responsabilità; non si può agire responsabilmente, senza un buon livello di consapevolezza.

Come sviluppare la nostra consapevolezza e il nostro senso di responsabilità?

Attraverso il coraggio, la voglia e la capacità di fare esperienze (nell’accezione sopra specificata), magari facendoci aiutare da terzi (umanamente e/o professionalmente attrezzati alla bisogna), quando il nostro coraggio e/o la nostra capacità di fare esperienze non dovesse bastare.

Come aiutare gli altri a sviluppare la loro consapevolezza e il loro senso di responsabilità?

Un lume ispiratore è sicuramente Socrate e la sua Maieutica, quel suo metodo pedagogico fondato sulla partecipazione attiva dell’allievo, quel criterio di ricerca della verità consistente nella sollecitazione dell’allievo-soggetto pensante a ritrovarla in sé stesso, a tirarla fuori dalla propria anima (Maieutica dal greco maieutikè-tèkhnè, “arte ostetrica”; ovvero derivato da maia: mamma, levatrice).

Come Socrate, in ogni ambito di intervento umano, un bravo counselor, come un bravo educatore/formatore, non informa il proprio operato obbedendo a supposizioni e/o a teorie precostituite, sfrutta “ciò che emerge” dalla relazione col soggetto che sta aiutando, sfrutta “ciò che c’è” nella stessa e ciò che il soggetto stesso gli offre, per fargli trarre i migliori insegnamenti, cosicché, in ultima istanza, la responsabilità dell’apprendimento e della crescita viene rimandata all’“allievo” e non rimane dominio del counselor o del “maestro”.

Quando aiutiamo gli altri, la qualità degli input che diamo presiede alla qualità della loro elaborazione e, quindi, alla qualità dei risultati che ne scaturiranno.

Se gli input hanno la caratteristica di riuscire a coinvolgere l’altro, questi si attiverà con senso di responsabilità, l’essere attivo in modo responsabile accrescerà la sua consapevolezza di ciò che sta facendo e di come lo sta facendo, stimolandolo a compiere delle scelte e a sentirsi, così, artefice dei propri risultati e del proprio miglioramento.

Tutto ciò potrà avvenire, tanto più, quanto più la relazione d’aiuto sarà sostenuta da quelle “competenze relazionali” (comunicare, ascoltare, accogliere, stare in contatto, prendersi cura) trattate nel capitolo 3 di questo manuale.

 Presente, affidabile e maturo

La mia presenza è il mio stato di consapevolezza, è il mio rendermi conto, con tutti i miei sensi, di ciò che sta accadendo dentro e fuori di me.

La presenza è frutto dell’ascolto, dell’attenzione che riservo al mio “sentire”.

Le mie capacità di ascolto, di attenzione, di accoglienza sviluppano la mia consapevolezza; il mio “stare” nei e con i miei stati di consapevolezza qualificano la mia presenza, il mio “esserci” nel/nei “qui e ora” della mia esistenza.

A sua volta, il mio essere presente sviluppa le mia capacità di ascolto, di attenzione, di accoglienza; il farne esperienza sviluppa la mia consapevolezza, in un circolo virtuoso i cui elementi si alimentano a vicenda.

La presenza è la precondizione del contatto con l’altro e con l’ambiente ed è ciò che mi permette, quando questo contatto avviene, di incontrare e scoprire quelle parti di me stesso ancora sconosciute.

La mia presenza ha a che fare con la capacità di stare con “quello che c’è”, nel “qui e ora” dell’esperienza, fuori e dentro di me.

Il contatto con me stesso, con tutte le parti e le istanze che mi costituiscono, determina il mio stato di presenza, che, a sua volta, presiede al mio contatto con gli altri e con l’ambiente intero.

La qualità della presenza, di chi sta in una relazione interpersonale, è ciò che determina la qualità del contatto che riesce a stabilire.

In questo senso, il saper essere presenti è una competenza imprescindibile per la qualità di una qual si voglia relazione.

La presenza risulta dal contatto col sé ed è la “conditio sine qua non” del contatto con l’altro e con l’ambiente.

Stare in contatto ci salvaguarda dal subire manipolazioni e dal manipolare illecitamente gli altri e l’ambiente, ci salvaguarda dal riversare sugli altri e sull’ambiente le nostre responsabilità e le nostre “miserie” e, in questo senso, ci rende affidabili in chiave relazionale e rende affidabili (innanzitutto per noi stessi) le nostre percezioni e le nostre intuizioni.

Affidabile è chi garantisce risposte adeguate e di valore alle richieste cui viene sottoposto; affidabile è, innanzi tutto chi è degno di fiducia.

Fiducia, uno dei sentimenti più sostenenti del valore e della qualità di una relazione, quando tale sentimento è ben riposto.

La fiducia è un sentimento ben riposto, in noi stessi come negli altri, quando scaturisce da un buon stato di consapevolezza, di responsabilità e di presenza, da parte di chi lo sperimenta.

La fiducia è quel sentimento che impariamo a gestire adeguatamente, nei confronti degli altri, tanto più, quanto più riusciamo a sperimentarlo nei confronti di noi stessi.

Se ci fidiamo degli altri, quando non abbiamo fiducia di noi stessi, siamo a forte rischio di incorrere in qualche brutta esperienza.

Se sappiamo nutrire, adeguatamente, la fiducia, in e, di noi stessi, sappiamo quando, quanto e come, fidarci degli altri!

Integrata alla qualità delle competenze relazionali che abbiamo analizzato in questo manuale, vi è quella della “maturità”.

La maturità è uno stadio di sviluppo del processo di maturazione di un individuo, quel processo continuo «in cui si trascende il sostegno ambientale e si sviluppa l’autonomia, cosa questa che significa una riduzione progressiva dalla dipendenza» (F. Perls, Teoria e pratica della terapia della Gestalt).

Sono tanto più maturo quanto più so interagire con l’ambiente (in proprio, autonomamente) nel mettere in atto quanto serve per soddisfare i miei bisogni, di sussistenza, di autorealizzazione, di crescita personale e affermazione sociale.

Ognuno di noi viene al mondo in condizioni di assoluta dipendenza dall’ambiente; se non ci fosse qualcuno (la mamma, innanzitutto) a prendersi cura di noi non avremmo alcuna possibilità di sopravvivenza.

La nostra crescita è un progressivo cambiamento di questo stato: diventiamo giorno dopo giorno più capaci di “badare a noi stessi”.

In altre parole, ci assumiamo, progressivamente, responsabilità sempre maggiori, relativamente alla gestione dei nostri contatti/rapporti con l’ambiente, soprattutto quelli funzionali alla soddisfazione dei nostri bisogni, siano questi primari, secondari e riguardanti ogni fattispecie esistenziale.

Impariamo, insomma e come si suol dire, ad “auto sostenerci”, nella nostra relazione con l’ambiente.

In questo senso, possiamo dichiarare che: “le nostre capacità di autosostegno definiscono il nostro stato di maturità”.

Anche chiedere aiuto è una forma di auto sostegno! E il saperlo fare certamente lo qualifica.

Chiedere aiuto è il modo che scegliamo di relazionarci con l’ambiente per affrontare una qualche problematica condizione esistenziale, che da soli non riusciamo a gestire proficuamente.

L’autosostegno, visto come capacità autonoma di gestione della relazione con l’altro (alias con l’ambiente), per riuscire a soddisfare i propri bisogni, è una qualità specifica di chi vuol fare counseling.

Senza auto sostegno è impossibile aiutare qualcuno, soprattutto quando questo aiuto consiste nell’aiutare l’altro a meglio sviluppare il proprio potenziale di auto sostegno, che è ciò che fa un counselor quando fa counseling.

Il counseling è una relazione d’aiuto che sostiene la crescita personale di chi gli si rivolge, in forza dell’esperienza che gli fa vivere.

Ma, come una piantina di pomodoro ha bisogno di un sostegno su cui appoggiarsi per crescere, così noi umani per crescere abbiamo bisogno di un continuo sostegno ambientale.

Il nostro indispensabile sostegno ambientale assume i panni, di volta in volta, di ciò che dell’ambiente contattiamo, scambiando con esso ciò che ci serve per vivere.

Avere questa consapevolezza ci salvaguarda da ogni forma di deriva “autarchica” (di chi crede di poter fare a meno di qualsiasi rapporto o scambio con gli altri), psicologica, culturale, socio relazionale, permettendoci di arrivare a riconoscere anche il counseling come una possibile forma di sostegno ambientale, su cui, per chi sceglie di farlo, appoggiarsi, contingentemente, per aiutarsi a ritrovare se stesso e/o a scoprire nuovi e migliorativi modi di far fronte alle proprie difficoltà esistenziali.

In questo preciso senso, possiamo parlare di counseling come relazione che sostiene e riconoscere l’ovvietà che un counselor senza un buon auto sostegno, difficilmente potrà gestire al meglio una relazione che dà sostegno.

L’autosostegno è, altresì, la condizione di base per “prendere” dall’ambiente (e, quindi, nelle relazioni interpersonali, dagli altri) ciò che ci serve per vivere e per farlo all’insegna della massima soddisfazione possibile, per noi stessi e per l’ambiente.

Il culmine dell’autosostegno è il completo sviluppo di tutte le funzionalità potenziali di cui siamo dotati, sin dalla nascita o che acquisiamo nel corso della nostra vita.

Per ognuno di noi, il processo di maturazione è ciò che rende possibile tale sviluppo.

La mia “maturità”, quindi, sarà sempre contrassegnata dalla mia capacità di autosostenermi, ovverosia dal mio grado di auto sostegno.

Empatico, onesto ed autentico

C’è un senso comune legato al concetto di empatia che è quello riferito alla capacità di provare/sentire/avere gli stessi sentimenti/ pensieri delle persone con cui si entra in relazione.

Quanto questo sia realisticamente possibile è una questione cui molto difficilmente si potrà arrivare a dare una risposta definitiva.

Per quello che riguarda il fare counseling, l’idea di empatia che con questo manuale si vuole promuovere è la capacità di riconoscere (che è cosa diversa dal “sentire”) i sentimenti e i pensieri altrui, collegata alla capacità di interagire con questi, emotivamente e cognitivamente, in modo consapevole e responsabile, riconoscendone i collegamenti con i propri sentimenti ed i propri pensieri.

Io penso che tale capacità sia una potenzialità del genere umano (a quanto pare scientificamente dimostrata in collegamento alla scoperta dei “neuroni specchio”), che molte persone mortificano nel corso della propria esistenza.

Sacrifichiamo tale potenzialità per paura: provare sentimenti e, ancor più, manifestarli, indebolisce!

Sopprimiamo il nostro essere empatici per “gestire” la rischiosità del vivere sociale: meglio non far vedere che proviamo sentimenti, questo potrebbe essere preso come un segno di debolezza e potrebbe spingere qualcuno ad aggredirci, ad attaccarci.

Non riconosciamo le valenze proiettive di un tale atteggiamento.

L’empatia è direttamente collegata all’ascolto di sé e sostiene le esperienze di “contatto” che tutti quanti noi facciamo nel corso della nostra vita.

Il mio essere empatico sostiene la mia capacità di:

–          provare sentimenti quando entro in contatto con i sentimenti altrui;

–          influenzare i sentimenti altrui;

–          farmi influenzare dai sentimenti altrui.

L’empatia ha una valenza etica; sostiene ed è sostenuta da due principi di particolare valore morale: l’onestà e l’autenticità (vedi Cap. 3.1 “L’autenticità e il rispetto”)

Più sviluppiamo il nostro “sentire” e, con questo, la consapevolezza dei nostri bisogni e delle nostre emozioni, più agli uni e alle altre impariamo a dare valore, scegliendo di esprimerli ed esprimerle, manifestandoci onestamente e autenticamente per quello che siamo, proviamo e pensiamo.

L’autenticità è possibile allorquando si è coscienti dei propri sentimenti e si è disposti ad esprimerli.

La disposizione ad esprimere i propri sentimenti è collegata all’onestà del proprio pensare, volto alla ricerca e all’espressione di ogni “istanza” che ci riguarda, siano queste esaltanti o dannatamente opprimenti e difficili da accettare (tutte le nostre insicurezze, tutte le nostre paure, tutte le nostre debolezze, tutta la nostra “miseria” umana).

Assertivo

Tra le caratteristiche personali che meglio sostengono il fare counseling, non può mancare l’assertività, se di questa sappiamo valorizzarne non ciò che comunemente, volgarmente, viene considerato (l’affermare in modo risoluto e perentorio un qualsivoglia enunciato – perché questa è prepotenza!), ma il suo essere “particolare capacità di positiva, emotivamente consapevole e ragionata interazione relazionale”.

L’accezione alla quale qui ci riferiamo coglie, di ciò che comunemente viene considerato assertivo, l’aspetto positivo della volontà di sostenere una propria posizione, ma l’inquadra in una visione attenta, accogliente e rispettosa delle ragioni, delle rappresentazioni e delle istanze altrui, una visione aperta, quindi, alle possibilità di rivisitazione creativa delle proprie posizioni/volontà, in risposta a quanto emerge dal confronto con l’altro.

Quando facciamo counseling, ciò che mettiamo in mostra di noi stessi e delle nostre modalità comportamentali, influenza l’esperienza che il cliente vive nella relazione con noi counselor, influenzandone quindi gli apprendimenti e le utilità.

Volenti o nolenti, nelle nostre relazioni di counseling, noi counselor assumiamo una funzione di modello, per questo è importante che ci sia congruenza tra quanto facciamo e quanto promuoviamo (accoglienza, ascolto, osservazione non giudicante, assertività, ecc. ecc.)

Non possiamo non considerare che l’esperienza di counseling, ha un magnifico valore, quando in forza della stessa i nostri clienti riescono a produrre importanti e qualitativi cambiamenti, nei propri modi di pensare ed agire e di gestire i propri sentimenti.

L’assertività è una caratteristica dell’ essere umano collegata alla gestione di un suo bisogno fondamentale: quello di affermazione/salvaguardia personale-sociale.

La soddisfazione del bisogno di affermazione, sul piano sociale, o di salvaguardia della propria integrità fisica ed emotiva, su quello personale, viene spesso, dall’uomo, perseguita attraverso due classiche modalità comportamentali: il combattimento o la fuga.

Se il ricorso a tali comportamenti è adottato in qualità di scelta, consapevolmente agita come la migliore adottabile tra una molteplicità di scelte possibili, o come scelta dell’unico comportamento possibile nella situazione data, insomma, se il nostro comportamento risponde ad un criterio di opportunità, scelto consapevolmente e responsabilmente, niente da ridire sul combattere o sul fuggire.

Cosa diversa, invece, è l’adozione “nevrotica” di tali comportamenti, quando cioè vengono agiti reattivamente, automaticamente, in ogni occasione in cui, realisticamente o immaginariamente, ci ritroviamo a fare i conti con il nostro bisogno di affermazione/difesa, personale e/o sociale.

La reazione di combattimento o di fuga ha valore laddove non si prospettino altre soluzioni; diversamente, tale reazione, può essere vista nei termini dei modelli proposti dall’Analisi Transazionale, teoria psicoanalitica americana degli anni Sessanta.

Possiamo identificare il comportamento aggressivo/di combattimento con quello del cosiddetto “genitore normativo”, rigido e impositivo. Una predominanza di comportamento aggressivo nella propria personalità porta ad una scarsa attenzione alle altrui esigenze, in una posizione tipo “Io sono ok, tu non sei ok”.

Al polo opposto, il comportamento remissivo/di fuga consiste nell’abitudine a lasciare campo libero all’altro.

Nell’Analisi Transazionale, si definisce “bambino adattato” chi evita il conflitto a tutti i costi, e sacrifica le proprie ragioni a chi “fa la voce più grossa”.

Un atteggiamento di questo tipo, se cronico, identifica il complesso (o senso) di inferiorità.

La posizione è “io non sono ok, tu sei ok”.

Un comportamento improntato all’assertività è quello dell’“adulto”: l’adulto si colloca in una posizione vantaggiosa per entrambi: “io sono ok, tu sei ok”.

L’assertivo sostiene le proprie ragioni, ma accoglie e rispetta le ragioni altrui.

L’adozione di tutte le forme di comunicazione efficace, sostenute dal ricorso all’ascolto attivo, contraddistinguono l’approccio adulto/assertivo.

Per comportarsi assertivamente occorre pensare assertivamente.

In chiave relazionale, il nostro comportamento risponde a tre eventi distinguibili: il primo è il fattore d’innesco, cioè una cosa detta o fatta da un’altra persona.

Il fattore d’innesco mette in moto pensieri ed emozioni (il secondo evento) ai quali noi reagiamo (terzo evento).

Quando la nostra reazione non è coerente alla situazione che la ha determinata, ma è la riproposizione di un comportamento automatico, consolidatosi nel tempo, come soluzione “buona per tutti gli usi”, noi non governiamo i nostri pensieri e le nostre azioni, non siamo consapevoli dei nostri sentimenti, siamo prigionieri delle nostre reazioni, ci comportiamo nevroticamente.

Ciò che le persone assertive riescono a fare è governare i propri pensieri e i propri comportamenti per il tramite della propria “presenza” (vedi sopra, 5.3.2), del proprio “esserci” nella relazione accogliendo quanto in essa sta avvenendo, stando in ascolto e comunicando non violentemente (vedi cap. 3.2.2).

Tutto ciò permette loro di riconoscere quanto stanno sentendo, di intuirne i migliori risvolti di pensiero e di comportamento e di muoversi, coerentemente, in quella direzione.

Le persone assertive progettano il proprio comportamento, che diventa frutto di attività ragionata e non reazione automatica, nevrotica.

Non è facile: ognuno di noi ha una serie di convinzioni di base riguardo a se stesso, alle situazioni, al modo in cui dovrebbero andare le cose, ma un ampio riesame della “programmazione” consolidata dei nostri pensieri, e di come questi si associano e interagiscano con le nostre emozioni e i nostri comportamenti, ci apre a nuove prospettive su noi stessi, sugli altri e sulle relazioni che con questi possiamo intrattenere e sviluppare.

Il concetto di assertività che si vuole qui sostenere, identifica l’assertività con la capacità di governare responsabilmente i propri pensieri e le proprie azioni, in associazione ad una gestione “consapevolmente intelligente” delle proprie emozioni.

Assumendoci la responsabilità dei nostri pensieri, della gestione delle nostre emozioni e del governo delle nostre azioni, aumenteremo il ventaglio delle scelte possibili e, tra queste, più facilmente individueremo le più opportune e le più adeguate alle nostre esigenze.

Quanto questo possa esserci utile quando facciamo counseling lasciamo a chi legge il compito di riconoscerlo.

In generale, in chiave relazionale, quanto questo possa rafforzare la nostra possibilità di soddisfare i nostri bisogni, anche come opportunità di aiutare il nostro interlocutore a fare altrettanto, è la scommessa su cui, assertivamente, potremmo essere disposti ad investire qualcosa di importante.

Proattivo

Alla base della proattività vi è un’idea di aggressività, che ne cambia la comune considerazione.

L’idea di aggressività su cui qui ci basiamo non è quella collegata ad atteggiamenti di violenza distruttiva e, quindi, carica di valenze negative.

La nostra idea di aggressività è di derivazione gestaltica, cioè di funzione biologica propria di ogni organismo vivente, che ogni organismo vivente attiva in vista della soddisfazione dei propri bisogni organismici.

Perls concettualizzò l’aggressività nei termini della sua origine etimologica: “aggredire” alias “arrivare a”, raggiungere, conseguire i propri obiettivi e, quindi, soddisfare i propri bisogni.

Questa idea di aggressività ben si associa ed espande in un’idea di aggressività come istanza della volontà di produrre dei cambiamenti, migliorando il proprio stato personale/sociale e l’ambiente che contattiamo, nel quale siamo inseriti e col quale interagiamo.

Una tale accezione di aggressività può agevolmente essere accettata, per tutti i risvolti positivi che comporta.

Così intesa, l’“aggressività” è una facoltà che presiede e rende possibile ogni esperienza di progresso e di miglioramento dell’esistente, sia in ambito privato/personale, sia in ambito pubblico/sociale.

Da una tale idea di “aggressività” trae origine il concetto di “proattività”, la capacità di agire su tutte le variabili dipendenti dal proprio operato per raggiungere i propri scopi, conseguire i propri obiettivi, soddisfare i propri bisogni, realizzare i propri desideri, quel muoversi e agire col chiaro intento di non subire le circostanze, ma adattarle alla propria volontà.

L’uomo possiede la capacità di riflettere sul proprio stesso processo di pensiero.

La riflessione sui propri pensieri, agganciata alle scoperte derivanti dall’autoascolto e dall’autosservazione, gli aprono quelle nuove prospettive di senso che chiamiamo “consapevolezza”, che a sua volta lo spingono alla piena responsabilità del vivere e dell’agire; in altre parole: alla valorizzazione della proprio essere proattivo.

La proattività, come caratteristica di personalità di un individuo, è quel “saper essere” che prende il posto della reattività di stampo nevrotico, quell’agire sopraffatti da automatismi stimolo-risposta fissi e ripetitivi, che si sono impossessati di noi e che non riusciamo più a governare consapevolmente.

La proattività è quella potenzialità umana attraverso la cui valorizzazione diventiamo artefici del nostro destino.

Ogni uomo può essere consapevole delle proprie sensazioni, dei propri pensieri, delle proprie emozioni, delle proprie percezioni; grazie a tale consapevolezza di sé, l’uomo, proattivamente (e responsabilmente), compie le proprie scelte comportamentali e procede alla propria realizzazione.

La proattività è ciò che caratterizza l’esistenza di tutti gli uomini che compiono grandi imprese; ad essa si associano, immancabilmente, doti di creatività, curiosità e tenacia.

Alla base della proattività di un individuo risiedono le sue doti di consapevolezza e responsabilità, presenza e affidabilità, empatia, onestà e autenticità, assertività e aggressività, così come sono state in questo manuale analizzate e presentate.

Per tale motivo, la proattività può essere vista come una sorta di compendio di tutti quei “saper essere” che ci permettono di ottenere la migliore soddisfazione dalle nostre relazioni interpersonali.

Creativo

Agire creativamente è indispensabile per chi si muove, insieme agli altri, alla ricerca di un qualsivoglia cambiamento.

Per questo “il saper essere creativo” è uno dei saperi fondamentali del counselor.

Quando un essere umano produce qualcosa (di immateriale o di materiale) che ancora non esiste e che è in grado di migliorare lo stato delle cose esistenti, possiamo parlare di creatività.

Da un punto di vista generale, la creazione riguarda il mondo delle idee, come quello della materia ed è sempre il risultato di un processo.

Se pensiamo alle nostre relazioni interpersonali come a dei processi volti al miglioramento dello stato delle cose che ci riguardano (e che riguardano chi si relaziona con noi), ecco che la creatività diventa un modo d’essere ed una “competenza relazionale” di straordinaria importanza.

La creatività è una potenzialità umana che, nelle nostre relazioni interpersonali, si trasforma in competenza quando viene attivata in funzione del miglioramento dello stato di cose esistenti.

Come e quanto questo possa avvenire è funzione della nostra capacità di dar valore alle potenzialità della relazione e di chi la partecipa, senza preordinarne possibilità di sviluppo; perché in un processo creativo tutto è da scoprire, inventare, creare (appunto!).

Cosa rende una relazione interpersonale teatro di creatività?

–           Il fatto che la relazione sia fondata sulla fiducia

–           La consapevolezza del “bisogno” di soddisfare i propri bisogni ecologicamente (e cioè non soddisfacendo alcun bisogno a discapito degli altri e dell’ambiente).

Le relazioni interpersonali più ricche di soddisfazioni sono dei “copioni in fieri”, inventati in corso d’opera e “recitati” da due registi/attori protagonisti: insieme sulla scena, alleati nella soddisfazione dei propri bisogni, uniti nel perseguimento dei propri obiettivi di miglioramento e di autorealizzazione.

Tutto ciò diventa impossibile quando lo stare in una relazione viene vissuto come uno stare in un’arena di combattimento, dalla quale non possiamo far altro che uscirne vincenti (o perdenti).

Certo, spesso le nostre relazioni interpersonali sono ambiti in cui viviamo situazioni conflittuali. Ma è proprio in queste occasioni che la creatività si presenta come la competenza più idonea per gestire la situazione, in vista delle migliori soluzioni possibili o, anche e solo, della migliore gestione del conflitto in essere.

La gestione creativa dei conflitti, in ambito relazionale, è collegata alla capacità di mettere in atto tutte le competenze relazionali presentate in questo manuale: saper comunicare non violentemente, ascoltare, accogliere, osservare senza giudicare, stare in contatto, prendersi cura di sé e degli altri; saper essere consapevoli e responsabili, presenti, affidabili e maturi, empatici, onesti e autentici, assertivi e proattivi.

La gestione creativa dei conflitti è un processo che, come già argomentato quando qui si è parlato di assertività, vuole prevenire e/o curare l’insorgenza e lo sviluppo dei conflitti, stabilendo fra chi è in relazione, se non un rapporto di amore e di intesa assoluta, almeno uno stato di pacifica e possibile coesistenza, alias: “io sono ok, tu sei ok”.

La creatività è un processo che si sviluppa sulla falsa riga dei due modelli che qui abbiamo presentato, parlando di comunicazione e ascolto.

Uno è quello che abbiamo inquadrato con la regola delle tre “A” (Accogliere, Ascoltare, Agire), l’altro è quello che mette in circolo le quattro azioni del “Cogliere”, “Accogliere”, “Raccogliere” e “Restituire”.

L’ascolto, come funzione attiva di tutto il nostro apparato senso-motorio, attiva la nostra creatività, spingendoci alla produzione di nuove idee e nuovi comportamenti in grado di migliorare lo stato delle cose che stiamo vivendo.

Le relazioni interpersonali vissute all’insegna dell’ascolto attivo (rivedi cap. 3.2.1)) diventeranno un campo nel quale potremo dispiegare i nostri sentimenti, cambiare punti di vista, trovare la forza ed il coraggio per affrontare i cambiamenti, realizzare la nostra crescita ed il nostro sviluppo.

Se sapremo vivere le nostre relazioni alla stregua di un’avventura dagli esiti imprevedibili,  come imprese in cui sentimenti, pensieri e comportamenti possono essere messi in gioco ed esplorati, elaborati ed esperiti, allora, più facilmente, potremo scoprirci alleati dei nostri interlocutori (e/o partner), diventarne compagni di gioco e, insieme e creativamente, “giocare” alla sperimentazione dei migliori modi di stare insieme (o di separarci!).

Per questa ragione un sentimento che immancabilmente accompagna ogni espressione di creatività è quello della curiosità.

Beato chi lo prova facilmente e frequentemente!

La curiosità è sostenuta dalla voglia di partecipazione attiva al processo di miglioramento dello stato delle cose che riguardano la vita intera e i nostri rapporti con essa.

La creatività è quella potenzialità umana che migliora e aumenta le nostre possibilità di soluzione dei problemi inerenti la nostra partecipazione alla vita intera.

Permettendoci di dare alla nostra esistenza il nostro migliore contributo di benessere e di sviluppo, ci permette di prendere dalla vita quanto ci serve per autorealizzarci, anche in situazioni di crisi e di difficoltà.

Le relazioni interpersonali sono uno dei tramiti più importanti attraverso i quali noi tutti partecipiamo alla vita nel suo complesso e nella sua unitarietà.

Uno dei valori fondamentali delle nostre relazioni interpersonali è quello di permetterci di fare ciò che da soli non potremmo mai fare!

Considerato questo, ogni situazione di crisi relazionale è per la creatività un eccellente contesto operativo, se la crisi viene vissuta come opportunità di scoperta e attuazione di nuovi mezzi per stare bene, là dove le vecchie risorse e i vecchi modi di fare e di pensare non riescono più a permettercelo.

Per accedere alla lettura di ogni parte del “Manuale per la formazione in counseling”, già pubblicata, clicca qui.

Se vuoi contribuire alla stesura dell’opera, se sei interessato alla formazione in counseling, se vuoi diventare un counselor e ne stai valutando le opportunità,

contattami.

Inserisci una Risposta

Puoi effettuare una Donazione al Blog Pragma Counseling
Dona a Pragma Counseling