Il Caso Gioconda come vetrina della funzione pedagogica del counseling

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Il Counseling e la sua funzione pedagogica.

Il presente articolo è il capitolo 4.2 del “Manuale per la formazione in counseling” che sto scrivendo e pubblicando nel presente blog PragmaCounseling.

Noi counselor facciamo counseling:

  1. orientando i nostri clienti verso atteggiamenti mentali e comportamentali funzionali al loro benessere;
  2. facendo leva sugli sviluppi di consapevolezza ed intelligenza emotiva che la relazione stessa di counseling prima attiva e poi sostiene.

Con tali propositi, configuriamo le nostre relazioni professionali e influenziamo positivamente i nostri clienti, dando così corpo a quella che qui chiamiamo funzione pedagogica del counseling.

A differenza di chi, marcando il distacco e la differenza tra sé e l’altro, cura sintomi, disturbi e malattie delle persone, considerandole e chiamandole “pazienti”, noi counselor, facendo counseling, agiamo attivamente nella relazione con i nostri clienti, non ci teniamo a distanza da loro, con la preoccupazione professionale di marcarne l’alterità.

Noi  counselor  non “curiamo” i nostri clienti, “ci prendiamo cura” di loro, non ci tiriamo in dietro dallo stare in rapporto, in contatto e in gioco con loro, in una relazione di reciproche influenze.

Lo facciamo, nella relazione di counseling, condividendo i nostri sentimenti ed i nostri pensieri, relativamente a quanto scaturisce dalle attività che proponiamo loro; attività che proponiamo con l’intenzione di far loro vivere esperienze di crescita personale (ed è proprio qui che si declina la nostra funzione pedagogica) in grado di avviare e sostenere quei processi di consapevolezza e di responsabilità in forza dei quali loro stessi potranno apprendere modalità più efficaci e funzionali per la gestione/risoluzione dei problemi per i quali si sono rivolti a noi.

Noi counselor, stando in relazione, influenziamo strategicamente tali processi perché da questi il nostro cliente possa il più facilmente possibile trarre quanto gli serve per imparare a meglio affrontare quanto gli sta accadendo e, in forza di questo, accrescere le proprie possibilità di benessere.

Fare counseling è una funzione dello “stare in relazione”.

Cosa vuol dire “stare in relazione”?

Due persone sono in relazione quando le azioni, i pensieri, i sentimenti, di ciascuno di loro sono tra loro collegati e, funzionalmente, corrispondenti.

Due persone sono in relazione quando le azioni, i pensieri, i sentimenti dell’uno agiscono da stimolo delle azioni, dei pensieri e dei sentimenti dell’altro, e viceversa, facendo sì che la relazione stessa, nel momento in cui è attiva, funzioni da principale piano e leva di sviluppo dell’esperienza personale di ciascuna delle due persone in relazione.

Se entrambe le persone agiscono responsabilmente questa relazione, con l’intenzione di vivere un’esperienza funzionale al miglioramento/cambiamento di una qualche specifica condizione soggettiva di crisi, di una delle stesse due persone, allora possiamo definire questa relazione una relazione di counseling.

Condizione fondamentale per il buon funzionamento di una relazione è lo stare in contatto, “tra e delle” persone in relazione.

Il contatto, in ambito relazionale, è la condizione di chi, rendendosi conto di ciò che sta accadendo al proprio e all’altrui “sentire-pensare-agire”, vi corrisponde adeguatamente, sostenendo così i buoni sviluppi ed i buoni esiti della relazione stessa.

Un buon contatto è la “conditio sine qua non” di una buona relazione, che a sua volta è indispensabile per stabilire e mantenere un buon contatto.

Buon contatto + buona relazione = buona esperienza.

Il nostro fare counseling NON è caratterizzato dalla nostra capacità di dare risposte al cliente sul “cosa e come fare per risolvere i suoi problemi” (non siamo “tuttologi”!), ma dalla nostra capacità di “stare in relazione” con lui, con modalità in grado di costruire, insieme a lui, delle esperienze di vita che gli daranno la forza di cambiare/migliorare quanto gli sta accadendo, aiutandolo a crescere come persona sempre più capace di far meglio fronte alle circostanze problematiche che il vivere gli sottopone.

Di tale agire relazionale, la storia di Gioconda (clicca qui), con la quale si chiude la precedente parte del presente manuale, è un  esempio.

Il counseling è un’attività che svolge una chiara funzione pedagogica, per il suo funzionare, nei confronti di chi gli si rivolge, come leva di scoperta e di apprendimento di nuovi e più funzionali modi di vivere e di stare al mondo, che meglio ne gestiscono le relative, ricorrenti, difficoltà.

Nella relazione di counseling, e nei gruppi di formazione in counseling cui partecipa, Gioconda sperimenta nuove possibilità di stare al mondo e di gestire quello che le sta capitando, cominciando a metterle in atto.

Per quanto mi riguarda, come counselor, ho agito  affinché Gioconda:

  1. potesse riconoscere e fare esperienza di alcune sue, trascurate, potenzialità,
  2. le utilizzasse opportunamente,
  3. imparasse a valorizzarle, beneficiandone degli effetti.

Le “potenzialità” cui faccio riferimento sono sia di carattere generale, sia particolare.

Sono di carattere generale (non riscontrate cioè specificatamente in Gioconda, ma in essa ipostatizzate) quelle del “sentire” e dell’agire responsabilmente in sua corrispondenza.

Sono di carattere particolare quelle che ho scorto, stando in contatto e in relazione con lei, come caratteristiche della sua personalità:

  • la volitività,
  • il senso di giustizia,
  • il bisogno di indipendenza,
  • la ribellione,
  • la riflessione critica sui propri pensieri, i propri sentimenti, i propri comportamenti,
  • la voglia di imparare a risolvere i problemi che stava vivendo.

Aiutare i nostri clienti a riconoscere le “particolari”, proprie, potenzialità e ad usarle responsabilmente, come “leve” per ottenere ciò di cui hanno bisogno, è una delle funzioni principali assolte da noi counselor con il nostro fare counseling.

Fra le potenzialità di una persona, quelle “particolari” sono i suoi tratti caratteriali distintivi, i suoi più marcati atteggiamenti comportamentali e i suoi valori culturali irrinunciabili.

Le potenzialità “particolari” di una persona sono le sue spinte più forti all’azione.

Quali siano, “come” spingano e “come” tale spingere si traduca o possa tradursi concretamente in azione, “come” intervenire su queste dinamiche per migliorarle e renderle più capaci di produrre benessere, sono le questioni sulle quali noi counselor coinvolgiamo i nostri clienti, ripromettendoci di trovare insieme a loro buone, relative, risposte.

Cogliere le potenzialità “particolari” di Gioconda non mi è stato difficile. Non lo sarebbe stato per nessun altro counselor, che avesse lavorato su di sé (in gruppo, durante la propria formazione in counseling), al riconoscimento e alla valorizzazione delle proprie e delle altrui potenzialità.

Come io abbia potuto, nel mio “stare” e “fare counseling” con Gioconda, riconoscere le sue “particolari” potenzialità spero sia possibile evincerlo, anche solo immaginandolo, leggendo il racconto che del counseling con Gioconda ho fatto nel capitolo precedente (e se questo non è avvenuto, Ti invito a rileggere la storia di Gioconda con questa intenzione).

Su ciò che ho fatto, intenzionalmente, perché Gioconda stessa potesse valorizzare le proprie potenzialità, muovendosi verso più funzionali, per il proprio benessere, atteggiamenti mentali e comportamentali, voglio invece qui ritornare.

Delle proprie “particolari” potenzialità (volitività, senso di giustizia, bisogno di indipendenza, ribellione, riflessione critica sui propri pensieri, i propri sentimenti, i propri comportamenti, voglia di imparare a risolvere i problemi che stava vivendo) Gioconda riconosceva, ripetutamente, di averne memoria come di un qualcosa di proprio, ma si autorappresentava come chi ne avesse perso la facoltà di agirle (e il disappunto ed il dispetto che con tutto il suo porsi esprimeva a tal proposito rendevano, a me, credibili le sue esternazioni).

Il setting della relazione di counseling e quello della formazione IN Counseling è stato da me offerto, a Gioconda, come scenario in cui esercitare quelle sue “perdute potenzialità”, sperimentandosi, in un contesto protetto e rassicurante, proprio in attività che quelle potenzialità richiamavano in gioco.

Lo scopo del fargliele ri-sperimentare altro non era che quello di ri-fargliene fare esperienza, confidando sulla possibilità che questo avrebbe rappresentato, per lei, un’opportunità di ri-familiarizzare con gli stati emotivi ad esse collegati, permettendole così di ritrovare la fiducia e il coraggio di potersene fare qualcosa di buono, in grado di sostenerla in quel percorso di ritrovamento di sé e delle sue qualità personali con le quali ri-affrontare, in particolare, quanto le stava accadendo e, più in generale, l’intera propria vita (come non riscontrare la funzione pedagogica di tutto questo?!).

Ad esempio, la drammatizzazione del colloquio con la nonna, dove Gioconda esprime il proprio sdegno, la propria rabbia, il proprio rifiuto, il proprio amor proprio e la propria ribellione contro quello che ha  subito da sua nonna e contro sua nonna stessa, non era finalizzata a darle una semplice occasione di sfogare la propria rabbia e frustrazione (come qualcuno mi ha dichiarato d’aver pensato), ma voleva farle ricontattare quel suo sdegno, quella sua rabbia, quel suo rifiuto, quel suo amor proprio e quella sua ribellione, per renderle vivide alla sua coscienza e poterla così, in un “qui e ora” carico di quella “vivida” energia positiva/propulsiva, confrontarla sulla valenza positiva della sua “aggressività” e su cosa considerasse  opportuno, per lei, fare, di diverso  e più funzionale al proprio benessere, di quanto stava facendo, pur in possesso di quelle sue potenzialità.

Forse questo non è stato così chiaramente riportato nella mia narrazione, ma questa era l’intenzione e questo è stato fatto, con esiti positivi: Gioconda ha ritrovato la propria fiducia e sicurezza, relativamente alle proprie possibilità di risolvere positivamente quanto le stava capitando e ha cominciato a muoversi coerentemente in questa direzione.

Circa la drammatizzazione del colloquio con sua nonna, voglio anche precisare che, nelle mie intenzioni, quell’esercitazione aveva anche la funzione di preparazione di un campo esperienziale funzionale ad un buon confronto con Gioconda su quanto stava facendo con la sua rabbia: la retrofletteva buttandola e tenendosela dentro di sé.

Retroflettere la rabbia può scavare il vuoto interiore della depressione:

  1. Ciò che ci porta a retroflettere (buttare e tenere dentro di noi) la nostra rabbia, ingoiandola fino alla depressione, è la paura che a farcene qualcos’altro andremmo incontro a conseguenze ben peggiori.
  2. La paura, quindi, ha la meglio sulla rabbia, fino a sconfiggerla, non facendocela più riconoscere, anche attraverso varie forme di stati depressivi.
  3. Se la depressione è rabbia retroflessa questo è possibile perché il valore di questa rabbia non è riconosciuto, da chi la sta retroflettendo o, per lo meno, non vale più della paura di esprimerla.
  4. Retroflettendo la propria rabbia (tenendola chiusa in se stessi) si finisce col perderne il contatto ed il senso (come sensazione e come significato).
  5. La depressione anestetizza il senso (come percezione sensoriale) velenoso della propria rabbia, che, però, continua a covare dentro fino ad avvelenare l’intero organismo.
  6. Un counselor che “sospetti”, ad opera del cliente, dinamiche di retroflessione della propria rabbia, proponendogli esperimenti di espressione rabbiosa dei propri pensieri, stati d’animo ed azioni, può aiutare il cliente a contattare la propria rabbia e, se questo avviene, a riconoscerla e ad avere così l’opportunità di scegliere, invitandolo a farlo, di farsene qualcosa di meglio, che tenersela schiacciata dentro sé, per paura.
  7. Insomma, si tratta di accompagnare il cliente in un percorso di riconoscimento e trasformazione della propria rabbia, che gli servirà a meglio affrontare le proprie paure.
  8. Far esprimere la propria rabbia non ha quindi il semplice senso di farla sfogare, perché se così fosse, non ci sarebbe né crescita né sviluppo. Far esprimere la rabbia ha la funzione di ricercarne il contatto, condizione ineludibile per poterla riconoscere e, sollecitati a farlo, ricercarne nuovi modi di gestione.
  9. È chiaro che perché la cosa funzioni, la rabbia deve essere espressa in modo mirato contro ciò che, contro chi, la origina.
  10. <<Invece di retroflettere la rabbia che provi nei confronti di “…..” e così deprimerti, possiamo vedere insieme cosa te ne potresti fare di buono e di utile di questa tua rabbia?! Che ne dici di iniziare tu ad inventariare tutto quello che potresti fare?>>

Sono domande che un counselor può porre al proprio cliente, utilmente, solo dopo che lo stesso abbia riconosciuto quanto sia arrabbiato e cosa di questa rabbia se ne è fatto fino adesso, condizioni assolutamente più riconoscibili dopo averle rappresentate, anche solo “teatralmente”.

Ho proposto a Gioconda altre esercitazioni-sperimentazioni: dal farle guardare attentamente il poster di un quadro d’autore, rappresentante una fanciulla dai seni appena disegnati, al farle ascoltare un brano di letteratura erotica, dall’esporsi allo sguardo delle sue compagne a scuola al competere, giocosamente, con esse su chi avesse “le tette più belle” e tanto altro ancora, tutto per farle fare esperienza delle sue possibilità di stare con piacere e soddisfazione personale in situazioni esistenziali dalle quali, ultimamente, non traeva che sofferenza e disagio.

È certo necessario rilevare che la differente situazione esistenziale vissuta da Gioconda non è dipesa unicamente da un suo diverso modo di affrontarla, è dipesa da un suo diverso modo di affrontarla in un contesto relazionale accogliente e protettivo, diverso da quello in cui si ritrovava a stare male.

La differenza di contesto spesso è indispensabile per rendere possibile il maturare di esperienze diverse!

Questo richiama l’attenzione sul nostro lavorare, da counselor, sul rapporto individuo-ambiente, non solo sull’individuo.

Insomma, a differenza di chi cura i disturbi dei propri pazienti (considerandoli come soggetti a se stanti, vale a dire “oggetti” distinti e separati da tutto ciò che li circonda, al cui interno ricercare e aggiustare ciò che non va), l’ispirazione fenomenologica del nostro fare counseling ci spinge a lavorare là dove e come il soggetto contatta-incontra e si relaziona con l’ambiente, considerando il “contatto-incontro-relazione” “individuo-ambiente” come una funzione dipendente sia dal modo in cui l’individuo contatta l’ambiente, sia dal modo in cui l’ambiente contatta l’individuo, sia dalle loro interdipendenze relazionali.

Nella relazione individuo-ambiente, gli attori sono dunque tre: l’individuo-soggetto, l’ambiente, la relazione stessa.

Un cambiamento in uno di questi tre “attori”, che produce un cambiamento nel modo in cui individuo e ambiente si contattano, produce un cambiamento anche in ciascuno degli altri due.

Ogni cambiamento “in e di” ciascun attore produce un cambiamento nella qualità del contatto individuo-ambiente.

Ogni cambiamento della qualità del contatto “individuo-ambiente” produce un cambiamento sia nella relazione “individuo-ambiente”, sia  nell’individuo e sia nell’ambiente.

Per questo motivo facciamo counseling lavorando principalmente:

  1. su come l’individuo contatta l’ambiente, facendogliene fare esperienza,
  2. organizzando ed offrendo al nostro cliente un “ambiente” (il setting delle sessioni di counseling, con i suoi attori e quanto in esso viene simbolicamente e concretamente rappresentato, agito, animato) il più possibile predisposto a facilitare i contatti con lo stesso cliente,
  3. facendo rilevare al nostro cliente i propri modi disfunzionali di contattare se stesso e l’ambiente, mettendolo così nella condizione di volerne ricercare altri, più capaci di farlo star bene,
  4. aiutandolo a trovarli, dandogli indicazioni su come farlo e su come metterli in atto (ad esempio invitandolo a stare in ascolto).

Insomma, non ci interessiamo separatamente né all’individuo, né al suo ambiente (intendendo con questo il complesso, significativo, di persone e cose con cui si relaziona); ci interessiamo al modo in cui questi si contattano e stanno in relazione.

Rilevate modalità disfunzionali di contatto/relazione cliente-ambiente, lavoriamo col nostro cliente sulle sue possibilità di cambiamento:

  1. relative a lui stesso: cosa può cambiare/migliorare in ciò che fa, pensa e sente, per ottenere ciò che vuole?
  2. relative all’ambiente:
    • cosa, e come, può cambiare/migliorare nella sua relazione con l’ambiente, per produrre un cambiamento nell’ambiente dal quale trarre personale giovamento?
    • Con quali altri “ambienti” potrebbe entrare in contatto per cambiare/migliorare la propria condizione esistenziale?

Per dirla gestalticamente, ci interessa ciò che accade là dove avviene il contatto individuo-ambiente e soprattutto (da un punto di vista non solo psicologico, ma socio-antropologico) come questo accade.

Ogni contatto avviene lungo linee di confine dalla funzione ambivalente: per un verso separano, per un altro congiungono.

Il modo in cui un individuo contatta l’ambiente (alias l’altro) è, esso stesso, un “confine” che può separare oppure congiungere, interrompendo o facendo fluire i processi di soddisfazione dei bisogni che individuo ed ambiente si giocano con il loro stare in relazione e compiono proprio grazie a quanto “scambiano” in forza della loro relazione.

È per questo, quindi, che è sui modi in cui i nostri clienti contattano l’ambiente e su come l’ambiente stesso li contatta che noi counselor lavoriamo, indagandoli, esplorandoli, sperimentandoli in prima persona, stando in relazione con loro, accogliendo ed accettando quanto da questa deriva, offrendoci quindi al nostro cliente come modello di un possibile, attivo e funzionalmente positivo, modo di stare in relazione, in contatto con se stessi e con l’altro, esattamente come chiediamo a lui di fare e di essere.

Siamo interessati a metterli in risalto (questi modi), per meglio comprendere, e far comprendere al nostro cliente:

  1. cosa accade, e come, di disfunzionale al suo benessere (ovvero in che modo avvengono le interruzioni di contatto nella relazione tra lui e l’altro-ambiente),
  2. quali sono le sue responsabilità in materia e quali quelle dell’altro-ambiente,
  3. cosa può cambiare e come può farlo per ottenere il miglioramento desiderato.

Con Gioconda, il mio “stare” con lei, in ascolto ed in allerta, il mio continuo invitarla a prestare attenzione a quello che sentiva, mentre esperiva quanto andavo proponendole, il mio continuo invitarla ad “entrare” anche nei panni altrui (spesso rappresentandole quanto quell’ “altrui” potesse pensare e sentire e fare di diverso da quanto lei percepiva), il mio continuo chiederle di fare la “spola” tra ciò che pensava e ciò che sentiva, in collegamento a quanto faceva, il mio continuo confrontarla su ciò che da tutto questo progressivamente emergeva, è stato il mio modo di farle counseling.

Vorrei precisare che tra i miei “compiti di counselor” più importanti mi sono sicuramente assunto quello di accogliere quanto dalle esercitazioni-sperimentazioni che le proponevo andava emergendo, per confrontarla sulla relativa “fenomenologia” delle esperienze da lei stessa vissute (effettuando quelle esercitazioni e facendo quelle sperimentazioni) e aiutarla a riconoscere e a fare proprio, di tutto ciò, un senso compiuto e sostenente, in grado di “ancorarla” in una dimensione esistenziale per lei stessa possibile, di “normale”, buona, vita personale-relazionale.

A Gioconda “serviva” sperimentare qualcosa di diverso da ciò che le stava capitando e che l’aveva portata da me.

Le “serviva” per ritrovare il “filo perso della propria esistenza”, quello di riconoscersi come persona “normale”, con pregi e difetti, con limiti e potenzialità personali da esplorare, scoprire e valorizzare, al meglio delle proprie possibilità, non secondo pregiudizi di  NON idoneità, relativi alle forme del proprio seno (e a quant’altro a questo, più in generale, lei stessa collegasse o temesse come non idoneo); pregiudizi secondo i quali non avrebbe potuto vivere (e per i quali evidentemente aveva paura di non poter vivere) una vita degna d’essere vissuta!

Per ritrovare il “filo perso della propria esistenza” Gioconda necessitava di far esperienza di più opportuni modi di stare in contatto e in relazione con se stessa e con il mondo nel quale viveva o poteva vivere; questo è quanto ha potuto trovare nella sua esperienza di relazione di counseling e di formazione in counseling che ha intrapreso con me.

Come non riconoscere che, col mio “stare” in relazione con lei e con il mio “farle counseling”, io abbia potuto incarnare per Gioconda un modello ideale di atteggiamenti mentali-comportamentali e di sentimento a lei utili per meglio affrontare le sue difficoltà?

Come non riconoscere l’importanza di modelli ideali di riferimento nella vita di ognuno di noi?

Anche qui riscontriamo la funzione pedagogica del counseling.

L’influenza di modelli ideali di comportamento, di pensiero, di stato d’animo, incarnati, secondo noi e per noi, da persone a noi vicine e per noi importanti, è una dinamica relazionale tipica del genere umano, dalla chiara valenza pedagogica (apprendiamo molto identificandoci con, e seguendo l’esempio di, chi svolge nella nostra esistenza una funzione di guida-riferimento-insegnamento-educazione).

La più importante influenza che noi counselor esercitiamo nei confronti dei nostri clienti è quella di “spingerli” verso forme ed atteggiamenti mentali e comportamentali che meglio permetteranno loro di riconoscere i propri sentimenti-pensieri e comportamenti ed il “peso” e la funzione che questi hanno nelle situazioni problematiche che stanno vivendo.

Così influenziamo la volontà dei nostri clienti, e la loro autodeterminazione, ad operarsi per ottenere gli opportuni e necessari cambiamenti.

Va da sé che noi counselor non possiamo non “incarnare”, nel nostro fare counseling, quelle forme e quegli atteggiamenti mentali e comportamentali verso i quali “spingiamo” i nostri clienti.

Tali forme-atteggiamenti mentali-comportamentali sono la  “materia prima” in vario modo e ripetutamente richiamata e “lavorata” in questo manuale, che riepilogo come elenco delle nostre intenzioni e volontà di counselor, quelle di:

  • accogliere
  • ascoltare in modo propriocettivo/empatico
  • comunicare in modo non violento, compassionevole ed efficace
  • osservare senza giudicare
  • avere una presenza attenta, consapevole e interattiva con l’altro
  • incontrare l’altro, suscitando sentimenti di fiducia, riconoscimento, rassicurazione, conforto
  • agire in modo responsabile e consapevole, coerente con un sistema di valori in cui spiccano quelli dell’umiltà, della valorizzazione della nostra condizione umana di esseri imperfetti, ma di buona volontà, disposti ad accettare quello che c’è nella nostra vita, ma a muoverci per migliorarlo/cambiarlo, secondo le nostre possibilità, quando questo non dovesse soddisfarci
  • assumerci i rischi del nostro prendere iniziative volte a produrre i cambiamenti che desideriamo e permetterci di sbagliare, riconoscendo i nostri errori ed impegnandoci a correggerli, aiutati dal nostro conoscere la funzionalità dell’errore, che è intrinseca alla possibilità di imparare e necessaria per ogni forma di apprendimento.

Se noi counselor, nelle nostre relazioni di counseling, concretamente riusciamo ad incarnare questi atteggiamenti mentali-comportamentali, facciamo un buon counseling, diventando anche, per i nostri clienti, un buon modello ideale di riferimento, di come stare al mondo.

Bello no?!

Dalla qualità di tali atteggiamenti mentali-comportamentali, applicata nelle nostre relazioni di counseling, deriva una dinamica indispensabile per la buona riuscita del nostro “fare counseling”, mi riferisco all’alleanza counselor-cliente, a quel patto concordato e praticato di attivarsi e lavorare insieme, aiutandosi reciprocamente, con il fine di attivare quanto serve per produrre i miglioramenti desiderati.

Cosa ha reso possibile l’alleanza tra me e Gioconda?

  1. Il modo in cui l’ho accolta ed ho accolto quanto lei stessa “portava”;
  2. l’essermi messo in gioco con lei, stabilendo una “relazione vera”, in cui quello che facevo corrispondeva coerentemente con quello che pensavo e sentivo;
  3. averle offerto un percorso di formazione, che era di crescita e miglioramento personale, che scongiurava la prospettiva che più la spaventava: quella di stare impazzendo;
  4. averla trattata come una persona normale, che aveva “solo” bisogno di ritrovar se stessa e poteva farlo non “curando” una qualche sua malattia, ma imparando “come si fa a ritrovar se stessi”;
  5. aver provato per lei sentimenti di affetto ed averli espressi ed esplicitati nella relazione;
  6. essermi offerto come persona, non solo come professionista.

Questo e tutto il resto, messo e vissuto nella relazione con lei, è quanto è servito a Gioconda per rassicurarsi che quanto stava facendo e poteva continuare a fare con me, le avrebbe fatto bene e l’avrebbe aiutata a ritrovarsi e a rilanciarsi positivamente in una propria vita degna d’essere vissuta; questo l’è servito e c’è voluto per allearsi con me; sentire questa alleanza è stata la base per ritrovare il coraggio necessario ad affrontare quanto le stava capitando, confidando di potercela fare a superarlo (insieme si possono fare certamente più cose e meglio!).

Una leva indispensabile, dell’allearsi e riuscire a fare cose buone insieme, è stata il sentimento d’affetto che ci ha legati.

Per me è stato fondamentale voler bene a Gioconda, per riuscire a fare quello che ho fatto (e quello che continuo a fare) con lei.

Credo che scoprire di ricambiare questo sentimento, sia stato fondamentale anche per Gioconda: l’ha aiutata a corrispondere positivamente, nella relazione di counseling, agli imput che io le proponevo.

Il counseling e, ancor più, la formazione in counseling, per chi ne fa esperienza, può arrivare a produrre vere e proprie forme di “ri-modellamento” della personalità, come spesso accade quando impariamo qualcosa di nuovo ed importante, che ci permette di venir fuori da una qualche situazione di crisi personale dalla quale non sapevamo proprio come uscire.

Ho aiutato Gioconda ad imparare a gestire le sue difficoltà, in una situazione critica della sua esistenza.

Più che insegnarglielo, è lei che col mio aiuto ha cominciato ad impararlo (e continua a farlo, frequentando la Scuola IN Counseling, che dirigo).

Imparare vuol dire apprendere qualcosa di nuovo e farlo proprio, qualcosa di cui prima non si sospettava l’esistenza, qualcosa di utile e funzionale ad un qualche miglioramento esistenziale.

Cosa ha imparato o, meglio, cosa sta imparando Gioconda?

Innanzitutto ad ascoltarsi e ad ascoltare; ad accettare i propri limiti e le proprie imperfezioni; a rivitalizzare quanto di buono l’animava e stava perdendo.

Quello che ha imparato, appena entrata nel processo dell’ impararlo, è servito a smuovere Gioconda dallo stato d’animo che la inchiodava nelle sue difficoltà e nel suo stare male.

Quello che sta imparando la spinge a migliorarsi e a migliorare quello che la circonda; insomma si sono ri-avviate le sue funzioni di resilienza: quelle capacità che permettono ad un sistema/organismo di ricostruirsi adeguatamente a fronte di cambiamenti che, ferendolo in qualche modo, lo mettono in crisi.

Il counseling, e la formazione in counseling, sono funzioni in cui il counselor, ed i trainer-counselor, si ritrovano, anche, ad essere dei  particolari “maestri”, che usano loro stessi come modello/esempio di apprendimento.

TUTTO QUELLO CHE CHIEDIAMO AI NOSTRI CLIENTI DI FARE (ascoltare, esplorare, sperimentare, accettare i propri limiti ed i propri errori, valutarli secondo una certa filosofia, ecc. ecc.) LO FACCIAMO NOI STESSI, pena l’irrilevanza e l’inefficacia del nostro fare counseling.

Se tutto quello che chiediamo ai nostri clienti lo facciamo noi stessi, allora la relazione di counseling può essere considerata una relazione tra pari, benché asimmetrica.

Noi counselor veniamo da un “fuori” e ci introduciamo in un “dentro”; il “dentro” in questione è quello del quadro esistenziale in crisi del cliente, nel quale lui si  muove, ma dal quale vuole venire “fuori”; il nostro “fuori” è la nostra esistenza con le nostre competenze di counseling, che portiamo con noi, per aiutarlo ad uscire da quel “dentro” nel quale si dibatte, volendone uscire.

È questa l’asimmetria, quella di competenze diverse che entrano in relazione; ma la relazione è tra “pari” perché nessuno comanda sull’altro, ogni cosa viene discussa, confrontata e concordata, nel rispetto e nel consenso reciproco.

Facciamo counseling cercando continuamente di incontrare l’altro.

A seconda della migliore opportunità, lo andiamo a cercare e lo chiamiamo, oppure l’aspettiamo.

Agiamo secondo nostra responsabilità e investiamo su quella del nostro cliente.

Il nostro incedere è strategico, collegato allo sviluppo dei processi di consapevolezza in corso.

Non ci muoviamo programmaticamente seguendo procedure prestabilite.

Spesso inventiamo sul momento il da farsi, facendo leva sulla nostra e sull’altrui creatività.

A tratti occupiamo e presidiamo l’intero campo relazionale; a tratti ci posizioniamo ai margini; lo facciamo strategicamente, a seconda di quello che ci appare come il bisogno in figura, nostro, del nostro cliente, della relazione stessa.

Se c’è bisogno di argomentare, argomentiamo. Se abbiamo il senso che per il nostro cliente sia impossibile stare in un campo relazionale vuoto, lo riempiamo noi. Se, invece, abbiamo il senso che al nostro cliente possa servire muoversi in un campo relazionale vuoto, ci mettiamo insieme  a lui a svuotarlo e poi lasciamo che ci si muova liberamente.

Per noi counselor fare counseling non ha, quasi, alcuna regola fissa, tranne quella dello stare in ascolto.

Non è vero che non giudichiamo, siamo capaci di sospendere il giudizio, alla bisogna.

Siamo capaci di osservare senza giudicare, di accogliere e di accettare quanto il cliente porta con sé nella sua relazione con noi.

Applichiamo queste capacità alla bisogna e strategicamente.

Faccio queste precisazioni per rispondere a quelle anime candide, ma sempre pronte alla critica, che hanno potuto vedere, nel mio fare counseling con Gioconda, una modalità troppo direttiva ed aggressiva, che non lasciava spazio all’autoscoperta e all’autodeterminazione di Gioconda.

Sono stato direttivo ed aggressivo ed ho riempito il campo relazionale con Gioconda secondo quanto percepivo utile e funzionale per preparare in quello stesso campo le condizioni che avrebbero permesso a Gioconda di fare conti consapevoli con quanto le stava accadendo, riconoscendo le proprie responsabilità in materia; pronto a lasciare spazio ogni qual volta mi accorgevo che Gioconda si ritrova in condizioni soggettive buone per occuparlo e farsene qualcosa di buono.

Attualmente, il mio lavoro di counseling con Gioconda prosegue nei gruppi di formazione in counseling che conduco in qualità di trainer.

In questi gruppi Gioconda si muove in piena libertà, insieme agli altri partecipanti, nel rispetto delle poche regole che li caratterizzano:

  1. non fare niente che possa nuocere a se stessi e agli altri
  2. stare in ascolto
  3. partecipare con buona volontà e spirito di mutuo-aiuto ai lavori di gruppo
  4. accettare le funzioni del trainer, impegnandosi a rispettarne i mandati (secondo le proprie capacità e possibilità) e, soprattutto, il ruolo di mediatore-facilitatore-moderatore degli scambi e dei contatti intragruppo.

RICAPITOLANDO.

La relazione di counseling, come ogni relazione interpersonale, è tale quando le azioni di chi vi partecipa si legano fra loro in vista del raggiungimento di uno scopo.

Il legame counselor-cliente è dato dal loro essere in contatto empatico e dal loro compiere azioni che si corrispondono come “imput-output” l’una dell’altra.

Il counselor accoglie l’azione del cliente, ne ascolta gli effetti che in se stesso maturano da tale accoglienza e vi corrisponde con azioni mirate, rivolte allo stesso cliente.

Le azioni in causa, che il counselor accoglie dal proprio cliente, sono tutto ciò che lo stesso offre, volente o nolente, sia per il tramite della sua comunicazione, verbale e non, sia per il tramite delle sue narrazioni e descrizioni di fatti, storie e vicende riguardanti le problematiche in campo, sia per le azioni dirette che muove verso il counselor stesso e nel setting in cui la relazione di counseling si sta svolgendo (sguardi, avvicinamenti, allontanamenti, gesticolazioni, movimenti corporei vari).

Lo stesso vale per il counselor.

È dal loro stare in relazione, che counselor e cliente traggono le indicazioni su come procedere nella relazione stessa, affinché questa si configuri come esperienza tras-formativa, di vero e proprio apprendimento sul come procedere, ciascuno nel proprio ruolo, per meglio gestire il quadro esistenziale-problematico che si sta affrontando.

Nella relazione di counseling, il counselor agisce affinché il cliente possa fare esperienza di alcune proprie potenzialità, imparando a valorizzarle, utilizzandole opportunamente.

Tali potenzialità attengono alle funzioni del “sentire”, dello stare in contatto con se stessi e con gli altri e attengono ai relativi modi di agirne le relazioni, con se stessi e con gli altri.

Sostanzialmente, nella relazione di counseling, il counselor mette in atto quanto ha appreso nella propria formazione in counseling, facendolo sperimentare al proprio cliente, in modo che questo possa imparare quanto gli serve per meglio gestire, in proprio, le difficoltà che sta vivendo.

Cosa ha appreso il counselor nella propria formazione in counseling?

Ha appreso a:

  • Ascoltare
  • Accogliere
  • Osservare senza giudicare
  • Stare in contatto con se stesso e con gli altri
  • Agire responsabilmente, nei propri confronti e con gli altri
  • Riconoscere le proprie potenzialità e utilizzarle per muoversi nella propria esistenza alla ricerca del proprio , e dell’altrui, miglior benessere possibile
  • Prendere iniziative, volte al miglioramento dell’esistente, utilizzando la propria consapevolezza emotiva e la propria creatività come sprone delle proprie azioni e dei propri progetti, invece di lasciarsi vincere dalle proprie paure e dalle convinzioni limitanti, con le quali, una certa parte del nostro ambiente, non manca mai di volerci ingabbiare.

Mettendo in atto tali competenze nelle proprie relazioni di counseling, il counselor ne fa fare esperienza ai propri clienti, che beneficiandone del valore finiscono con l’assumerle come proprio modello comportamentale.

È questo l’influenzamento positivo ed il sostegno che il counselor opera nei confronti dei propri clienti:  si propone, nella relazione di counseling, con modalità che per la loro efficacia, in termini di promozione del benessere, diventano un modello da seguire, che sarà tanto più e meglio seguito quanto più sarà appreso.

La relazione di counseling (e prima e ancor più la formazione in counseling), dunque, avvia, o rimette in moto, lo sviluppo di processi di crescita che possono portare alla messa a punto di nuovi modelli comportamentali ed ideologici, correlati a diversi e più nutrienti stati d’animo, più funzionali al nostro benessere e a quello delle nostre relazioni.

Questa è la possibilità che un’esperienza di counseling mette in gioco, aprendo una partita con la nostra vita la cui vittoria è il continuare a giocarla.

I modi in cui questo può essere fatto sono sicuramente tanti: a ciascuno il compito di trovare il proprio.

Ma io dichiaro con entusiasmo che il modello di formazione in counseling, che mi sforzo di esporre in questo manuale, rappresenta una magnifica via da percorrere per continuare a giocare, “sine die”, la partita della nostra vita.

La relazione di counseling svolge una vera e propria funzione pedagogica, agendo come leva di sviluppo delle potenzialità umane.

Ma ce ne sono altre, ci sono altre attività che promuovono l’apprendimento, che per noi sono tutte quelle in grado di produrre esperienza, secondo l’accezione che qui precisiamo.

Consideriamo esperienza ogni vissuto umano in cui un individuo scopre un nuovo modo di integrare ciò che sente, ciò che pensa, ciò che fa, producendo un cambiamento nella propria esistenza.

Il counseling è un’esperienza educativa, di auto-apprendimento, per il proprio essere un’esperienza dalla quale apprendiamo nuovi, più funzionali e migliori, modi di affrontare le situazioni che stiamo vivendo con difficoltà, superandole o imparando a gestirle in condizioni di minor sofferenza.

Il counseling è un’esperienza educativa?!

Non in senso classico e/o ordinario.

Nella relazione di counseling, il counselor lavora alla fertilizzazione di un campo esistenziale contattando il quale il suo cliente può scoprire ed apprendere quanto a lui stesso serve per meglio gestire le difficoltà che sta vivendo, fino a risolverle.

È pur vero che nasciamo con una dote di potenzialità funzionalmente utili e sufficienti a sostenere i nostri sviluppi e la nostra crescita personale.

Ma è altrettanto vero che la valorizzazione di queste potenzialità (alias la loro migliore declinazione ed il loro  migliore utilizzo) avviene in forza, e necessita, del contatto/relazione con l’ambiente, con l’ “altro”.

Se la crescita e lo sviluppo di un individuo necessita del “contatto/relazione” con l’ambiente, possiamo considerare tale “contatto/relazione” come una “funzione di sostegno” della crescita e dello sviluppo delle persone?

Domanda retorica. La risposta è certamente, indubitabilmente, sì!

Ecco perché possiamo definire la relazione di counseling una relazione di aiuto e di sostegno, perché agendo in chiave di miglioramento della qualità del contatto/relazione individuo-ambiente, ne aiuta/sostiene, positivamente, le principali derivate di crescita e sviluppo personale.

Il counseling è una relazione d’aiuto che, migliorando la qualità del contatto/relazione individuo-ambiente, sostiene migliori derivate di crescita e sviluppo personale.

Il counseling promuove un’ “ideologia” della vita centrata sul valore del contatto e della relazione individuo-ambiente, piuttosto che sulla cura delle malattie e dei disturbi dei singoli individui.
Chi, come professionista di una relazione d’aiuto, si appiattisce su di una visione medico-sanitaria del proprio agire è, nei fatti, colluso con le derive politiche-sociali-culturali che stanno imbarbarendo la nostra esistenza, ammalandone il vivere sociale.
Invece di curare una società sempre più malata, ci si accanisce terapeuticamente sui singoli che di questa società malata subiscono maggiormente gli scompensi.

Col Counseling certo non “curiamo” una società malata, ma, lavorando sul contatto individuo-ambiente, invece di “curare” le malattie delle persone, le responsabilizziamo sui propri modi di stare in, e di gestire tale, contatto; ben sapendo che così il miglioramento non potrà riguardare solo la vita dei singoli, ma l’intero ambiente.

CONCLUDENDO.

Il Counseling è una relazione d’aiuto che propone un modo buono e semplice (ma non per questo facile), sano e funzionale di stare al mondo, un modo che migliora noi stessi e la nostra vita, valorizzando, come strumento di scoperta/apprendimento di migliori e più funzionali modi di vivere, specifiche potenzialità umane quali:

  • L’accoglienza
  • L’ascolto
  • L’osservazione non giudicante
  • La gentilezza delle forme di comunicazione
  • Il confronto critico-compassionevole
  • La responsabilità
  • La consapevolezza e l’intelligenza emotiva

Il counseling, come azione professionale d’aiuto, è accogliere, ascoltare, osservare senza giudicare; è il comunicar gentile, il confrontare criticamente-con-compassione, l’agire responsabile, consapevole ed emotivamente intelligente del counselor.

Questo fare counseling modella nuovi atteggiamenti comportamentali e mentali del cliente, che sviluppa nuovi stati d’animo, sostenenti le sue migliori possibilità di miglioramento dei suoi stati di difficoltà e malessere esistenziale.

Questo avviene perché il cliente, avendoli appresi nella relazione di counseling, mette in atto nuovi modi di stare nelle situazioni critiche che lo hanno portato al counseling, affrontandole in modo diverso.

Il nostro è un tempo che vede affermarsi modelli culturali e di comportamento che mettono a rischio la sopravvivenza stessa della specie umana e del mondo di cui è parte, modelli che alimentano i conflitti tra le genti e le singole persone, ingenerando crisi di ogni tipo e genere.

Il comune denominatore di tutti questi “modelli culturali e comportamentali” è la deriva di consapevolezza in cui stiamo precipitando; cioè quella continua diminuzione della nostra capacità di dar valore al nostro essere organismi viventi, funzionalmente inseriti in una rete di relazioni sociali ed organicamente partecipi del più complesso ed integrato fluire di tutto ciò che vive e vegeta in questo nostro pianeta Terra; cioè quella continua diminuzione della nostra capacità di “stare in contatto” con i nostri genuini bisogni vitali, che non possiamo continuare a soddisfare a discapito degli equilibri naturali che ci comprendono, pena la possibilità di continuare a soddisfarli.

La nostra è un’esistenza che, per reggersi e svilupparsi, ha bisogno non solo che ognuno di noi si faccia carico della propria vita, ma anche di quella degli altri e dell’intero ambiente naturale che la rende possibile; diversamente, la vita scomparirà!

Caratteristica di ogni forma di vita sana è il far parte di una rete/sistema di elementi interdipendenti, singolarmente funzionanti in chiave di reciproco aiuto, diretto o indiretto.

Tutto ciò che vive deve la propria esistenza al sistema integrato di relazioni d’aiuto in cui è inserito.

Anche la vita di ogni essere umano è resa possibile dal sistema integrato di relazioni d’aiuto in cui è inserita.

Tale sistema avrà tanta più “buona funzionalità” quanto più sarà elevato lo stato di consapevolezza degli individui che lo compongono.

Il Counseling è una relazione d’aiuto che si ripromette di migliorare lo stato delle cose che riguardano coloro che ad esso si rivolgono, attraverso modalità di relazione/comunicazione volte a sviluppare e migliorare i loro stati di consapevolezza.

Per ognuno di noi, lo sviluppo ed il miglioramento dei nostri stati di consapevolezza è un’istanza di “buona funzionalità” utile a noi stessi e, più in generale, a tutta la “rete di elementi vitali” (alias all’ambiente) alla quale partecipiamo.

Ecco quindi che relazionarsi con le modalità proprie delle relazioni di Counseling diventa funzione di benessere, di sviluppo e di miglioramento non solo per chi si ritrova ad affrontare una qualche particolare situazione di difficoltà, ma per tutti noi, in ogni circostanza del nostro vivere quotidiano.

Insomma, se il Counseling è nato al mondo come relazione d’aiuto centrata sulla capacità di accogliere, sostenere ed orientare, in vista di migliori sviluppi personali, chi, per qual si voglia particolare ragione, si ritrovi alle prese di qualsivoglia difficoltà esistenziale, per la cui gestione non siano sufficienti, contingentemente, le proprie risorse personali-sociali, nelle condizioni socio-culturali in cui ci ritroviamo, il Counseling ed i suoi insegnamenti possono diventare un’esperienza ed un orizzonte culturale di opposizione alle derive distruttive che ogni essere umano ha imboccato e contribuire, così, a rilanciare l’umanità intera verso più sani obiettivi di progresso e di civiltà.

Con la Scuola IN Counseling – Lo Specchio Magico – Torino, mi riprometto di sostenere lo sviluppo di tutte le abilità di counseling (abilità di comunicazione, di relazione e di consapevolezza, innanzitutto!) delle persone che di questa Scuola vorranno seguire le attività didattiche.

Contattami.

Domenico Nigro.

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