Comunicazione ed Interruzioni di Contatto

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Comunicazione ed Interruzioni di Contatto

Il contenuto di questo articolo è parte integrante del terzo capitolo del “Manuale per la formazione in counseling”, progetto editoriale pubblicato in corso d’opera in questo stesso blog.

Per averne il quadro completo, clicca qui.

Elemento fondamentale del modello di comunicazione non violenta qui trattato è l’ascolto attivo.

L’ascolto attivo rafforza l’unità comunicazione/relazione, permettendo tra i parlanti l’instaurazione e lo sviluppo di un buon “contatto”.

Nel linguaggio comune, con tale termine ci riferiamo, solitamente, ad un qualsiasi stato di unione, collegamento, relazione tra due soggetti.

Il contatto al quale qui ci riferiamo, invece, ha una sua precisa identità:

  • quello stato dell’essere, di chi agisce una relazione, caratterizzato dalla consapevolezza di ciò che nella relazione stessa e in chi la sta esercitando sta avvenendo e del come questo avviene.

Il contatto è quello stato dei parlanti, in relazione, che permette loro di comprendersi, nei pensieri, nei sentimenti, nelle parole.

Quando del loro contatto i parlanti sono consapevoli, comprendono anche il “cosa” caratterizza la loro relazione e il “come” questa stia avvenendo.

Lo stare in ascolto rende possibile il contatto (con l’altro e, più in generale, con l’ambiente) e, con esso, lo stato di consapevolezza circa il cosa stia accadendo dentro e fuori di noi.

Quanto più sono consapevole di chi sono, di cosa sto facendo, di come lo sto facendo e del senso che tutto questo ha per me, tanto più posso governare i miei comportamenti, scegliendo quelli maggiormente in grado di realizzare i miei scopi, di soddisfare i miei bisogni.

La stare in ascolto avvia e sviluppa, dunque, i processi di consapevolezza; questi dispiegano i loro effetti su tutte le parti in relazione.

 L’ascolto attivo come sostegno del fluire dei processi di consapevolezza

In un contesto relazionale, l’ascolto attivo accompagna e rende più sicuro il naturale fluire dei processi di consapevolezza dei parlanti, relativamente ai loro bisogni in gioco.

Da un punto di vista generale, la soddisfazione di un qual si voglia bisogno (primario, secondario, fisiologico, psicologico, sociale e chi più ne ha più ne metta!) segue un filo ricorrente di 7 ben riconoscibili fasi:

  1. insorgenza del bisogno (sensibilizzazione)
  2. riconoscimento dello stesso (consapevolezza)
  3. energizzazione (eccitazione)
  4. azione
  5. soddisfazione
  6. rilassamento
  7. equilibrio omeostatico

Facciamo il più classico degli esempi:

  1. insorge in me un bisogno d’acqua (mi viene sete); il mio apparato sensoriale me lo segnala, ad esempio con la secchezza delle fauci ed un vago senso di mancanza (sensibilizzazione)
  2. riconosco di avere sete e di voler bere dell’acqua (consapevolezza)
  3. entro in uno stato di agitazione/eccitazione che corrisponde al mio energizzarmi (per soddisfare un bisogno, abbiamo bisogno di energia che sostenga le relative azioni necessarie)
  4. carico d’energia, passo all’azione (vado alla fontana e bevo)
  5. soddisfo il bisogno di acqua
  6. mi rilasso e godo delle conseguenze sensoriali, relative al mio essermi dissetato, avendo soddisfatto il mio bisogno di acqua
  7. entro in uno stato di equilibrio omeostatico, in cui sono in pace con me stesso e con l’intera mia esistenza (non sono in contatto con alcun bisogno)

È chiaro che questa rappresentazione, della successione delle fasi riguardanti la soddisfazione di un bisogno, corrisponde ad una finalità descrittiva/esplicativa e, quindi, cristallizza una realtà più complessa, in cui le varie fasi non si ritrovano mai, precisamente, distinte e separate fra loro stesse.

Inoltre, vivendo noi esseri umani grazie alla soddisfazione di una complessa architettura di bisogni, molti dei quali, spesso, concomitanti e/o antagonisti, i cicli di soddisfazione dei nostri bisogni procedono, quasi sempre, ingarbugliandosi fra di loro, fino a bloccarsi, ostacolati da istanze di varia natura, corrispondenti alla varietà infinita delle condizioni ambientali-personali, tipiche della nostra esistenza.

La qualità della nostra esistenza è una funzione della qualità del fluire, fino al buon compimento, dei cicli di soddisfazione di tutti i nostri bisogni.

Ogni qual volta il ciclo di soddisfazione di un nostro bisogno subisce una qualche forma di interruzione, noi viviamo uno stato di vario malessere.

Il sano fluire dei cicli di soddisfazione dei nostri bisogni dipende dal sano fluire dei processi di consapevolezza ad essi associati.

Concentrarsi sul ciclo di soddisfazione dei nostri bisogni, riconoscendone la successione di fasi che li caratterizzano, ed i loro contatti con gli associati processi di consapevolezza, ci aiuta a individuare dove tali successioni potrebbero essersi interrotte (laddove dovessimo riconoscerci un qualche stato di malessere) e, lì, intervenire opportunamente.

Come?

Lo vedremo più avanti, nel capitolo V, dove parleremo di “Yogging”.

Per ora, “accontentiamoci” di specificare che il fluire, e il compimento positivo, del ciclo di soddisfazione di un bisogno dipende dal sano fluire del processo di consapevolezza ad esso associato.

Ecco perché il “ciclo di soddisfazione di un bisogno” viene anche chiamato (Gestalticamente) “processo di consapevolezza” ed inquadrato nella successione di 7 fasi, associate parallelamente a quelle del “ciclo di soddisfazione del bisogno” già inquadrato:

  1. sensibilizzazione
  2. consapevolezza
  3. eccitazione
  4. azione
  5. contatto (l’atto del soddisfare il bisogno)
  6. soddisfazione (nel senso di “godimento” dell’avvenuta soddisfazione del bisogno)
  7. confluenza (stato di pace ed indistinzione generale, con sé stessi e con il mondo)

In una relazione, l’ascolto attivo lubrifica e agevola i processi di consapevolezza che sostengono la soddisfazione dei bisogni, che nella e dalla relazione stessa vengono messi in gioco.

La materia “soddisfazione dei bisogni” comporta per ciascuno di noi la gestione di una serie di difficoltà (pratiche, sociali, culturali, emotive), che non sempre viene affrontata in modo adeguato.

Quando tali difficoltà si presentano in un contesto relazionale, chi si ritrova ad affrontarle può (più o meno inconsapevolmente) “gestirle” attraverso una di quelle modalità comportamentali che la Gestalt qualifica come: “interruzioni di contatto”.

Riconoscerle e procedere ad una loro consapevole gestione, rende più sane ed efficaci le relazioni tra le persone.

Le interruzioni di contatto

Le interruzioni di contatto, del processo di consapevolezza che sostiene la soddisfazione dei nostri bisogni, ci deprivano di una piena soddisfazione degli stessi nostri bisogni.

Sono dei “ cattivi funzionamenti” del comportamento umano, che hanno, tuttavia, una loro “utilità”: ci permettono la sopravvivenza in momenti di particolare difficoltà.

Ne è un esempio la “desensibilizzazione”: l’abitudine a non sentire gli stimoli dolorosi (fisici ed emotivi), tipica, ad esempio, di chi si “ammazza di lavoro” o “trascura i propri affetti”, pur di

raggiungere gli obiettivi che si prefigge; l’uomo impara a filtrare il dolore, ma isola se stesso dai piaceri e dalle gioie della vita.

Le interruzioni di contatto qui presentate sono modalità comportamentali di stampo nevrotico, confondono i mezzi con i fini e ne dissociano i rapporti (esempio: mangio per soddisfare non la

fame ma il bisogno d’affetto).

Di seguito introduciamo, schematicamente, le sette interruzioni di contatto, che la Gestalt principalmente riferisce, riprendendo la classificazione proposta da Petruska Clarkson (in Gestalt Counseling, Sovera, Roma 1992).

Ritorneremo sulle interruzioni di contatto, meglio esplicitandole, nei capitoli 4.4 (La Gestalt. La teoria dei bisogni. Il processo di soddisfazione di un bisogno e le interruzioni di contatto) e 5.B (le esercitazioni / attività di Yoga S.P.A. funzionali all’apprendimento e alla capacità di utilizzo delle “pratiche” del counseling).

 Desensibilizzazione: la minimizzazione della sensazione

Nella “desensibilizzazione”, il nevrotico evita di fare esperienza di se stesso o dell’ambiente.

Dal caso, banale, di rimanere distesi al sole per troppo tempo, a quelli più estremi della non curanza dei bisogni corporei, come avviene in quelle persone che si vantano di quanto siano in grado di bere (alcolici) o di stare svegli e lavorare in condizioni di stress, senza considerare il prezzo di salute che questo comporta.

La desensibilizzazione può verificarsi in qualunque stadio del ciclo di consapevolezza; per esempio quando, invece di godere del ristoro conseguente alla soddisfazione di un qualunque bisogno, ci mettiamo a fare qualcos’altro.

Un certo grado di desensibilizzazione può far parte del vivere sano, ogni qual volta ignoriamo un bisogno per soddisfarne un altro, più importante.

 Deflessione: evitare l’impatto ambientale

“Deflessione” significa deviare dal contatto diretto con l’altra persona e/o con l’ambiente.

Deflettiamo ogni qual volta prendiamo le distanze e, con i più svariati sotterfugi dialettici, non ci facciamo coinvolgere nelle nostre relazioni, con gli altri, con l’ambiente.

Esempio della donna che chiede all’uomo: «Mi ami?» e lui risponde:

«Cosa intendi per amore?».

La deflessione di solito è dannosa e, metaforicamente, sottrae il gusto ai contatti ricchi e vividi.

Tuttavia la deflessione può essere utile per gestire situazioni pericolose (tipo il sottrarsi da forme invasive di propaganda o di disinformazione).

 Introiezione: essere governati da “doveri” assunti acriticamente e inconsapevolmente

L’“introiezione” è il meccanismo iniziale col quale assumiamo, ingurgitiamo senza masticare e/o elaborare, cibo, idee e regole da altre persone, quelle con le quali, in particolare, spesso senza esserne consapevoli, ci identifichiamo.

“Ingoiamo” regole tipo “devi sempre lavorare duro”, “devi privilegiare i bisogni altrui”, “devi controllare i tuoi sentimenti”, oppure attribuzioni quali “tu sei quello pigro”, “tu sei più creativo

di tua sorella”, “tutti gli uomini della nostra famiglia finiscono alcolisti”.

Le persone che abitualmente introiettano sono sempre prese da ciò che “devono” fare.

Mancano di un senso interiore di auto-governo riguardo ai propri bisogni.

I loro introietti sono estranei a loro stessi e rispondono a degli stereotipi culturali.

L’introiezione può essere utile ogni qual volta si devono apprendere, velocemente, delle capacità e si prende come esempio qualcuno particolarmente abile in quel specifico campo di interesse.

L’introiezione non mobilita l’uomo verso la sperimentazione di ciò che è meglio per sé, negandogli, così, la possibilità di compiere quelle azioni realmente in grado di procurargli piena soddisfazione.

 Proiezione: vedere negli altri ciò che non riconosco in me stesso

Riprendendo le parole di Frederick Perls: «Dicendo proiezione, vogliamo intendere tutte le manifestazioni del vostro comportamento (caratteristiche, atteggiamenti, sentimenti, eccetera) che,

pur appartenendo per intero alla vostra personalità reale, non vengono mai sperimentate come tali; esse vengono attribuite agli oggetti o alle persone che fanno parte dell’ambiente, e poi sperimentate come qualcosa che viene diretto da parte loro verso di voi, piuttosto che viceversa. Ad esempio, colui che opera una proiezione, inconsapevole del fatto che respinge il contatto con gli altri, crede che siano gli altri a respingere lui; oppure, inconsapevole delle sue tendenze a fare degli approcci di natura sessuale, pensa che siano gli altri a farli nei suoi confronti» (Perls et al.).

Spesso c’è un fondo di verità in una proiezione, ma chi proietta rivolge la propria attenzione quasi esclusivamente fuori da sé e, per lo più, sperimenta se stesso come impotente a cambiare le situazioni critiche che lo riguardano.

 Retroflessione: fare a me stesso quello che ho bisogno di fare all’altro

“Retroflettere” significa “volgere indietro”. Ci sono due tipi di retroflessione.

Il primo si ha quando facciamo a noi stessi quello che vorremmo fare a qualcun altro (o a qualcosa d’altro).

Ciò deriva probabilmente dagli esiti per noi insopportabili relativi a ciò che, originariamente, abbiamo fatto (o avremmo voluto fare) nei confronti di altri (persone o oggetti).

Rivolgiamo l’impulso aggressivo verso noi stessi (forma estrema: il suicidio).

Impariamo a retroflettere quando i nostri sentimenti e i nostri pensieri non sono tenuti in considerazione o quando veniamo puniti perché esprimiamo i nostri impulsi naturali.

Ci è stato insegnato che l’aggressività è cattiva; tuttavia, valorizzandone il suo senso originale, di “arrivare a”, la Gestalt la considera indispensabile alla vita, all’amore e alla attività produttiva.

Retroflettere può essere utile (quando ci serve, ad esempio, a non urlare in faccia al capo durante una riunione di lavoro), diventa negativo se non ci consente di esprimere mai la nostra offesa

e/o la nostra rabbia.

Il secondo tipo di retroflessione la attiviamo quando facciamo a noi stessi ciò che vorremmo ci venisse fatto da qualcun altro (ci accarezziamo, metaforicamente o concretamente, in cambio di carezze che non riceviamo).

Possiamo, ad esempio, dare a noi stessi l’attenzione, la cura e l’amore che non ci hanno dato i nostri genitori.

Quando questo non ci impedisce di prendere dall’ambiente ciò che l’ambiente stesso può darci, può essere un buon modo per auto-sostenersi.

 Egotismo: bloccare la spontaneità con il controllo

L’“egotismo”, in Gestalt, riguarda la propensione a parlare di se stessi e delle proprie relazioni con gli altri e con l’ambiente, invece di dare pieno corso alla fase del ciclo di consapevolezza in

essere.

Tale “abitudine” impedisce la realizzazione dei propri bisogni e impedisce l’instaurazione di contatti sani e soddisfacenti.

Esempio: l’oratore che si compiace della propria eloquenza, disinteressandosi di quanto chi lo ascolta lo stia seguendo; o quella persona che si racconta tutti i buoni motivi che ha per mettere

in atto un certo progetto, senza passare mai all’azione.

L’egotismo è una delle risposte comportamentali prodotte da un eccesso di elucubrazioni relative all’esperienza in corso ed è caratteristico di chi, invece di vivere appieno le proprie esperienze,

ci si fa su delle “stupende seghe mentali”!

 Confluenza: vicinanza disfunzionale

La “confluenza” è la condizione di chi non riconosce i confini tra il sé e l’altro.

Se in taluni casi la confluenza è una parte necessaria e sana dello sviluppo (pensiamo al legame madre/neonato), la fusione permanente con l’altro rappresenta un deficit di consapevolezza

che rende l’individuo incapace di riconoscere (e soddisfare) i propri, specifici, bisogni, conducendolo alla perdita di sé.

Nella confluenza ritroviamo sia l’incapacità di tollerare la differenza nell’altro, sia l’avversione a riconoscere il proprio valore.

In una relazione a due “fusa”, nessuno dei due può affermarsi e svilupparsi a pieno.

La confluenza può anche manifestarsi come un’insana, estrema, identificazione con parti specifiche della propria quotidianità, ad esempio il lavoro: identità personale e professionale diventano indistinguibili, con tutto ciò che questo comporta, per l’individuo, in materia di difficoltà esistenziali.

Nelle nostre relazioni, tutti quanti noi agiamo, a volte l’una, a volte l’altra interruzione di contatto; saperle riconoscere, in noi e negli altri, è una funzione innanzi tutto della nostra capacità di stare in ascolto e di accogliere quanto, nelle situazioni relazionali in cui ci ritroviamo, sta accadendo.

Riconoscere e accogliere quanto sta accadendo ci permette di modificarlo, ci permette di riprendere il contatto interrotto e rilanciare la relazione, quando valutiamo opportuno e possibile il farlo.

Per accedere alla lettura di ogni parte del “Manuale per la formazione in counseling”, già pubblicata, clicca qui.

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