Attenzione al linguaggio non verbale # Comunicazione efficace

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peter-lindbergh

Comunicazione efficace, precetto n° 9:

“Attenzione al linguaggio non verbale”.

Il contenuto di questo articolo è parte integrante del terzo capitolo del “Manuale per la formazione in counseling”, progetto editoriale pubblicato in corso d’opera in questo stesso blog.

Per averne il quadro completo, clicca qui.

 

I DIECI PRECETTI DELLA COMUNICAZIONE EFFICACE

  1. “Prima comprendere l’altro”
  2. “C’è un luogo ed un tempo per ogni cosa”
  3. “Accogliere”
  4. “Ascoltare”
  5. “Agire”
  6. “L’autenticità e il rispetto”
  7. “L’ Io – Tu; il discorso diretto e biunivoco”
  8. “Ci sono parole che aiutano e ci sono parole che bloccano”
  9. “Attenzione al linguaggio non verbale”
  10. “L’emozione non mente come la mente”

 “Attenzione al linguaggio non verbale”

Prima del verbo il corpo, le sue espressioni, i suoi gesti, il suo muoversi nello spazio.

Il corpo con i suoi riflessi involontari, non governati, cioè, da un’intenzione o una finalità cosciente, e il corpo utilizzato volontariamente come mezzo d’espressione e di comunicazione.

Il genere umano si è evoluto, ha sviluppato le sue forme sociali e le proprie esperienze relazionali per circa due milioni d’anni, senza ricorrere all’articolazione verbale, senza l’uso della parola, eppur comunicando.

La conquista del linguaggio verbale ha arricchito il potenziale di comunicazione del genere umano e ha così, anche, permesso lo sviluppo massificato di comportamenti, in epoca preverbale, più difficilmente praticabili: l’inganno, la menzogna, l’ambiguità, il disconoscimento.

Con ciò, l’uomo è arrivato ad oscurare e/o a perdere parti importanti del proprio sentire (emozioni e sensazioni), riducendo, per questo fatto e su questo lato, quel potenziale di comunicazione e di sviluppi relazionali che, su altri piani e per altri versi, è andato ampliando vertiginosamente grazie alla scoperta e al progressivo utilizzo del linguaggio verbale.

Ma il corpo e le sue espressioni sono rimaste, continuano ad accompagnarci, anche quando non lo vogliamo, anche quando non lo sappiamo e non ne siamo coscienti.

Il nostro corpo (con le sue espressioni involontarie e le sue manifestazioni ingovernabili) comunica soprattutto quello che non diciamo, quello che non vogliamo dire, quello che non sappiamo di aver bisogno di dire.

Il progressivo sviluppo del linguaggio ha accompagnato e sostenuto il progressivo sviluppo della mente umana attraverso un progressivo sviluppo della sua facoltà di articolare e sviluppare pensieri sempre più complessi e astratti e sempre più distanti e scollegati dalle istanze corporali, dai suoi bisogni, dalle emozioni e dalle sensazioni che in esso albergano.

Ma per quanto questa dinamica sia stata portata avanti dal genere umano, l’uomo continua ad essere un tutt’uno, mente, corpo, spirito (alias gli stati dell’animo: emozioni, sensazioni, sentimenti), anche quando “pensa” al proprio corpo come altro da sé! (accadimento riconoscibile, ad esempio, nell’espressione: “il mio corpo mi dice che …”; se il corpo è mio, chi sono io che posseggo questo corpo?!)

Il corpo continua ad essere fucina di bisogni e albergo di sentimenti e, per ciò stesso a manifestarli e ad esprimerli, anche contro la volontà cosciente della mente.

Il corpo continua, così, a parlare, ad utilizzare un proprio linguaggio, magari più criptico, spesso più discreto di un tempo, ma sempre presente e del quale, in chiave di efficacia comunicazionale, è fondamentale tenere conto.

Diversamente, la comunicazione fra due parlanti si trasforma in interrelazione inconsapevole fra quattro comunicatori: due “io”, scissi in due “menti” più i due relativi corpi.

Le menti si parlano fra loro (con tutte le ambiguità capaci di produrre), i corpi si parlano fra loro.

Il corpo dell’uno parla alla propria mente e al corpo dell’altro e viceversa, con tutti gli interscambi possibili.

Ma i messaggi non arrivano, non sono riconosciuti, l’incomunicabilità regna sovrana, il distacco e il conflitto prevalgono.

La scissione dell’“io” in corpo e mente, che tanto ha caratterizzato la storia della nostra umanità (soprattutto in occidente), non produce solo malessere e disagio individuale, diminuisce fortemente la vera possibilità di incontro, di contatto e di relazione fra le persone.

Prestare attenzione alla comunicazione, renderla efficace, vuol dire prestare la massima (e consapevole) attenzione all’integrazione dei propri “linguaggi” (quello della mente: il verbale; quello del corpo: il non verbale); vuol dire prestare la massima (e consapevole) attenzione agli altrui “linguaggi”, individuarne i segni, riconoscerne i significati.

Così il capire apre la strada al farsi capire, perché è collegato al “sentimento” delle proprie emozioni, alla consapevolezza dei propri bisogni, al riconoscimento delle altrui emozioni e degli altrui bisogni e i pensieri che ci scambiamo verbalmente rappresentano realmente ciò che sentiamo, ciò che vogliamo, permettendoci così, di volta in volta, di scegliere consapevolmente ciò che meglio può produrre la nostra e l’altrui soddisfazione.

Attenzione al linguaggio non verbale, dunque!

I canali attraverso cui fluisce lo scambio comunicativo sono tre:quello del pensare, quello del sentire, quello del vedere.

Due sono appannaggio del non verbale (il sentire, il vedere); due su tre: una netta maggioranza!

Chi può negare d’essere maggiormente colpito dalle posture, dai toni, dalla mimica di un oratore, piuttosto che dalla “lettera” delle sue parole?

E cosa dire della nostra attitudine a pensare per immagini, a vedere e a trasformare in immagini tutto ciò con cui entriamo in contatto?

La nostra stessa memoria conserva più agevolmente immagini, sensazioni e sentimenti, piuttosto che parole!

Tale modello mnemonico ci accompagna dalla nostra infanzia, quando intuivamo proprio dalla mimica e dai toni verbali dei nostri genitori l’approvazione o il dissenso per le nostre azioni e facevamo le nostre prime esperienze di ciò che questo rappresentava per noi, sul piano delle emozioni e delle sensazioni.

Fermo restando che riconquistare competenze sul piano della comunicazione non verbale è un’operazione possibile unicamente dedicandocisi esperienzialmente (cosa cui la formazione in counseling cura opportunamente!), affrontando, qui, la dimensione conoscitiva della comunicazione non verbale, ci “accontentiamo” di presentare una carrellata di elementi particolarmente salienti, riguardanti, per l’appunto, la comunicazione non verbale.

 Il respiro

Respirare è un’azione automatica, pressoché incosciente, ma è un’azione che noi tutti possiamo gestire consapevolmente.

Per lo più respiriamo senza tenere conto del farlo e, così facendo, ne lasciamo alle nostre parti inconsce il governo.

I bisogni fisiologici da un lato, il soprassalto emotivo dall’altro, ne scandiscono il ritmo, lo accelerano, lo trattengono, lo equilibrano.

A ciascun bisogno e a ciascuna emozione corrisponde un respiro, ora affannoso, ora lungo, a volte di pancia, a volte a pieni polmoni; momenti di apnea si succedono, in associazione al bisogno di fuggire un’emozione: pietrificarsi per non sentire il dolore, per sconfiggere una paura.

Il respiro è così il più importante indicatore di uno stato emozionale e/o di bisogno, ma il suo essere così intimamente legato alle emozioni, ai bisogni, è un legame di reciprocità: emozioni e bisogni influenzano lo stato del respiro così come lo stato del respiro è in grado di influenzare emozioni e bisogni.

Prestare attenzione al proprio e all’altrui respiro, esserne consapevoli, imparare a governare coscientemente il proprio modo di respirare (innanzitutto respirando sempre e comunque, il più

possibile con respiri completi, di piena inspirazione ed espirazione) è condizione di base per “sentire” realisticamente cosa stia realmente capitando, a noi (innanzitutto) e all’altro e poter, quindi, consapevolmente ed efficacemente intervenire su di sé, sull’altro, sulla relazione.

Il respiro è vita, respirare ci aiuta a gestire il contatto con l’altro, anche perché e contagioso: quando agisco consapevolmente sulla mia respirazione, il ritmo che ad essa imprimo risuona in tutto me stesso e lancia la sua eco sull’altro, che può aprirsi al contagio e rafforzare così la sintonia di emozioni e di sensazioni.

 La postura

Impariamo a distendere il busto: il nostro diaframma dà “fiato alle trombe”, nel senso che i polmoni incamerano più aria, e di riflesso le corde vocali sono più sollecitate: la voce esce forte e chiara. Una postura scorretta favorisce l’effetto opposto: voce debole e tremante.

Anche qui i nostri atteggiamenti fanno riferimento ad ataviche reazioni di sopravvivenza: ci si “rimpicciolisce” di fronte alle minacce, quasi a voler scomparire, a non farsi notare. Le braccia avvolgono l’addome, si incrociano a difesa della minaccia incombente.

Le gambe si accavallano, tentando di contenere la loro espansione nello spazio.

Viceversa, tendiamo ad apparire più grandi e imponenti quando minacciamo qualcuno. L’adrenalina dilata i lineamenti del volto, la pelle congestionata si imbrunisce, i bulbi piliferi si contraggono e sembriamo più grandi di quanto non siamo.

Un atteggiamento corporeo “aperto”, disteso, e una corretta postura del busto non solo rendono rilassati, aiutano la respirazione e ci fanno realmente sentire più calmi e a nostro agio, ci

permettono di concentrarci su quanto vogliamo dire, ci predispongono all’accoglienza dell’altro e, quindi, facilitano il contatto e il positivo sviluppo relazionale.

Una tecnica adottabile per favorire la rilassatezza consiste nel posizionare il corpo in maniera asimmetrica rispetto all’interlocutore: il “fronteggiarsi” (avulso da un contesto di particolare intimità)

può, più facilmente, alimentare stati relazionali improntati alla conflittualità.

 I limiti/confine e le distanze

Ciascuno di noi circoscrive intorno a sé uno spazio immaginario a protezione della propria integrità fisica e psicologica. Tale spazio è indubbiamente mutevole in funzione delle particolari situazioni

(personali, relazionali, culturali) in cui ci ritroviamo.

Quando questo spazio viene “invaso”, quando cioè qualcuno (o qualcosa) vi si introduce, senza una debita autorizzazione, facilmente possiamo reagire con comportamenti di fuga o di aggressione (e quindi non sostenenti alcuna efficacia comunicazionale).

Il nostro muoverci nello spazio, il nostro occuparlo (anche con oggetti di nostra pertinenza) segnala (non verbalmente) il senso e la misura dei nostri limiti/confini.

Prestare attenzione e agire rispettosamente nei confronti di una tale istanza, imparare a riconoscere i “confini” di cui abbiamo bisogno e di cui abbisognano le persone con cui entriamo in

relazione, governarne l’esistenza e/o l’inesistenza, insomma: gestire le distanze e i confini tra noi e l’altro è una precauzione di base fondamentale in materia di gestione efficace della nostra comunicazione.

 I gesti

La nostra gestualità è uno degli elementi più espliciti della comunicazione non verbale.

Segnala uno stato d’ansia proteggersi il corpo con le braccia conserte (per rendere neutra questa gestualità, si può frapporre tra se e le proprie braccia una cartellina o un libro, senza troppo stringere; una sorta di “coperta di Linus” che ci può infondere, ed emanare di conseguenza, sicurezza).

Puntare il dito ha chiaramente un intento minaccioso; la nostra sincerità traspare dall’apertura dei palmi (il segno di Gesù).

L’attenzione è segnalata da “un appoggiare il mento sulle nocche chiuse”, da “uno sgranare gli occhi, muovendo lentamente il capo su e giù”; segnali di distacco, quando non di vera e propria

disapprovazione, sono il distogliere lo sguardo, o spiluccare i vestiti.

L’invito è quello di prestare attenzione e governare la propria gestualità coerentemente con le intenzioni della propria comunicazione, così come di notare questi e altri intuitivi segnali corporei,

che i nostri interlocutori emettono, per poter consapevolmente prenderne atto e agire di conseguenza.

 Il paraverbale: le tonalità, il ritmo, i colori della voce

C’è differenza di messaggio tra una voce suadente e calma e una stridula e concitata?

E che dire della gestione strategica delle pause e/o di un incalzante incedere discorsivo?

E la modulazione dei toni, ora alti e aggressivi, ora bassi, dimessi e, addirittura, flebili?

L’arte oratoria poggia il proprio valore e la propria efficacia, massimamente, sull’opportuna gestione di tali elementi, tutti attinenti a quella dimensione che, per il suo essere associata a quella verbale, pur non facendone parte, chiamiamo: paraverbale.

Chi parla con un tono di base neutro ed enfatizza oculatamente le parole chiave del proprio discorso, scandendole con opportune pause, manifesta sicurezza.

Chi parla con “mono tono” (qualunque esso sia, alto o basso) continuo e ininterrotto, segnala distacco e/o disinteresse da ciò che dice, così come chi produce improvvise accelerazioni discorsive.

Il ritmo del discorso va curato: parlare “a macchina” o troppo lentamente non aiuta il contatto, più facilmente lo interrompe.

 Gli occhi

Il contatto visivo, il guardarsi negli occhi è una delle forme di comunicazione non verbale maggiormente ambivalente e ricca di implicazioni emotive.

Ci si guarda negli occhi per esprimere amore o per esprimere odio.

Il guardarsi negli occhi è una delle forme di confronto e/o di incontro più diretto, immediato ed esplicito.

Quando due parlanti si guardano in faccia, con postura aperta e rilassata, è certa una comunione di sentimenti, o un forte reciproco interesse, sostenuto da assenza di paura per ciò che questo comporta o potrebbe comportare.

Ma guardarsi in faccia, puntandosi lo sguardo negli occhi, è anche un chiaro segnale di sfida e di aggressività, e allora la postura non sarà aperta e rilassata.

Uno sguardo sfuggente è, di volta in volta, sintomo di una qualche emozione che si vuole celare (paura, imbarazzo, vergogna) o, paradossalmente, esplicitare (“non ti guardo in faccia, per rendere chiaro il mio disinteresse”).

Il contatto visivo è un elemento di forte caratterizzazione della qualità del contatto fra i parlanti, per questo è importante imparare a gestirlo, pur con tutte le difficoltà che questo comporta.

Forse subiamo gli influssi di esperienze negative, magari associate alla pretesa dei nostri genitori di farsi guardare in faccia quando ci sgridavano, sta di fatto che guardando l’altro negli occhi, facilmente, possiamo andare incontro a, o provocare, sensazioni di disagio.

È bene tenere conto di ciò, prestando attenzione alla gestione dei nostri e degli altrui sguardi.

Per accedere alla lettura di ciascuno dei 10 precetti sulla comunicazione efficace, nonché a quella di ogni parte del “Manuale per la formazione in counseling”, già pubblicata, clicca qui.

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