Accogliere # Comunicazione efficace

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Comunicazione efficace, precetto n° 3:

“Accogliere”.

Il contenuto di questo articolo è parte integrante del terzo capitolo del “Manuale per la formazione in counseling”, progetto editoriale pubblicato in corso d’opera in questo stesso blog.

Per averne il quadro completo, clicca qui.

I DIECI PRECETTI DELLA COMUNICAZIONE EFFICACE

  1. “Prima comprendere l’altro”
  2. “C’è un luogo ed un tempo per ogni cosa”
  3. “Accogliere”
  4. “Ascoltare”
  5. “Agire”
  6. “L’autenticità e il rispetto”
  7. “L’ Io – Tu; il discorso diretto e biunivoco”
  8. “Ci sono parole che aiutano e ci sono parole che bloccano”
  9. “Attenzione al linguaggio non verbale”
  10. “L’emozione non mente come la mente”

 “Accogliere”.

Quando il nostro comunicare integra armoniosamente i tre tempi dell’Accogliere, Ascoltare ed Agire, il contatto con l’altro funziona meglio ed è più funzionale a migliori sviluppi relazionali.

Da un punto di vista generale, il contatto è un bisogno che rimanda ad altri bisogni: di incontro e di confronto, di comprensione, di riconoscimento e di sostegno, di apprezzamento, di fiducia…

Nei singoli e di volta in volta particolari casi, per stabilire un contatto e svilupparlo, è indispensabile riuscire ad individuare quali specifiche “esigenze”, nostre e del nostro interlocutore, siano in gioco.

Consideriamo, qui, come “esigenza” ogni impulso emotivo, ogni sentimento e sensazione, ogni valore o norma culturale, ogni atteggiamento mentale e comportamentale, ogni bisogno in gioco, nel “qui e ora” del contesto relazionale in cui sta avvenendo la nostra comunicazione.

Per comunicare efficacemente, abbiamo bisogno di considerare tali “esigenze” come le istanze che muovono la volontà ed il comportamento nostro e del nostro interlocutore.

Quanto più queste “esigenze” ci saranno chiare, perché ci saremo curati di scoprirle e/o riconoscerle, tanto più sapremo come “usarle” per rendere massimamente efficace la nostra comunicazione.

Potremmo sintetizzare il tutto nella affermazione che per comunicare efficacemente è indispensabile sapere cosa il nostro interlocutore voglia da noi e cosa noi vogliamo da lui?

Scoprirlo sarà sicuramente una funzione correlata alla “temperie” della nostra comunicazione.

Per comunicare efficacemente con qualcuno è certamente fondamentale stabilire con lui un clima di reciproca disponibilità al muoversi reciprocamente incontro.

Ciò che più facilita l’altro a venirmi incontro è il fatto, preliminare, che io sia disposto a muovermi verso di lui.

Per poterlo fare, ho bisogno innanzitutto di “sapere dove si trovi (sia fisicamente, sia mentalmente, sia emotivamente) e comprendere come ci stia”.

Proprio per questo, (facendo attenzione a non dare niente per scontato) parto dall’ “osservarlo”.

Il mio “osservarlo” riconosce il valore del primo assioma della “Pragmatica della comunicazione umana” (Paul Watzlawich): “non si può non comunicare”, che qui rielaboriamo in “tutto comunica, anche ciò che non vogliamo” (nella doppia valenza: sia “ciò che non vogliamo comunicare” sia “ciò che non vogliamo che comunichi”).

Osservo tutto di lui, guardandolo:

dov’è? come occupa lo spazio? quanto mi sta distante o vicino? quali sono le caratteristiche del suo abbigliamento? quali posture assume? come sono il suo sguardo e le sue espressioni facciali? come si muove, come parla (dai toni alle forme espressive)? come respira? come reagisce a quello che faccio e dico?

Il mio “osservare” è integrato dal mio “sentire”, acustico e propriocettivo.

Sento i suoi toni, gli echi dei suoi stati d’animo.

Riconosco la particolarità delle sue parole (ricercate, volute o buttate lì?)

Mi accorgo delle mie sensazioni, associate a ciò che guardo e sento.

Osservo tutto ciò.

Lo scopo del mio osservare è doppio:

  1. scoprire quanto lui sta esprimendo di sé
  2. accoglierlo, per poterlo ascoltare.

Questo accogliere ha innanzitutto il valore di “prendere, portare e tenere dentro di me, facendogli spazio,” quanto il mio interlocutore sta esprimendo, intenzionalmente o meno!

Tengo il tutto dentro di me per poterlo  ascoltare (tale dinamica verrà ripresa e approfondita nel “precetto” successivo) e sentirne gli effetti, innanzitutto emozionali.

Come mi fa sentire stare con ciò che ho accolto dell’altro e sto tenendo dentro di me?

Riesco ad accogliere, e ascoltarlo, anche ciò che sto sentendo in forza del mio ascoltare ciò che ho accolto dell’altro?

Alias: come mi fa sentire stare con ciò che sto ascoltando? Riesco ad accoglierlo?

Affinché questo possa avvenire è fondamentale la mia capacita di tenere a bada ogni mio giudizio.

Per usare una rappresentazione semiologica, prendo coscienza dei “significanti” che l’altro mi sta presentando senza associarli, ancora, ad alcun “significato”.

Accoglierli, cioè far loro spazio dentro di me, tenerli in me, per poterli ascoltare e sentirne gli effetti, innanzitutto sensoriali-propriocettivi (psicofisici: emozioni, sensazioni, sentimenti); è questa l’accoglienza di cui qui si parla!

Il guardare senza interpretare, giudicare, valutare; osservare punto e basta, riempiendomi gli occhi, la mente e la memoria di pure e sole immagini (segni-significanti, e non segnali-significato, di una realtà che non voglio dare per scontata, perché la voglio scoprire con tutto il carico di novità possibili, di cose mai viste che mi può offrire) è una delle tecniche maestre di meditazione orientale.

Con tale tecnica, chi si dedica alla meditazione mira a sviluppare i propri stati di coscienza, di consapevolezza e di intelligenza.

Osservare i nostri interlocutori senza mischiarvi nostri giudizi e nostre interpretazioni è cosa alquanto difficile; è un esercizio che necessita di impegno e di allenamento.

Ugual cosa è l’osservare quanto ci accade (a livello sensoriale, di emozioni, sensazioni, sentimenti) nell’accogliere ciò di cui ci accorgiamo dell’altro, osservandolo.

La mia “osservazione” continuerà per tutto il tempo in cui avrà luogo la comunicazione, sostenuta da una particolare, altra, mia attività: l’esplorazione.

Come volessimo scoprire un territorio che ci interessa conoscere, dal quale vogliamo essere accolti e del quale accogliamo ogni scoperta.

Nel guardare il nostro interlocutore, noi esploriamo il suo “esserci” e il suo “stare lì con noi”; cosa fa? Come lo fa? Cosa prova? Cosa vuole?

E noi cosa facciamo e come? Cosa proviamo? Cosa vogliamo?

La qualità del nostro saper accogliere e stare con tutto ciò influenzerà significativamente la nostra comunicazione e la sua efficacia.

Il senso ed il valore di questo nostro “accogliere” è uno stadio che precede, ma non prelude obbligatoriamente l’accettare ciò che abbiamo accolto.

L’accoglienza di cui qui si parla ha, “semplicemente”, a che fare con l’apertura e la disponibilità a far spazio dentro di sé per tenerci, il tempo di scoprire cosa di buono poterne fare, ascoltandolo, quanto l’altro vuole e può dirci, vuole e può esprimere di sé.

L’accoglienza di cui qui parliamo è, anche, il saper fare la stessa cosa degli effetti scaturiti in noi da ciò che accogliamo dell’altro.

Per accedere alla lettura di ciascuno dei 10 precetti sulla comunicazione efficace, nonché a quella di ogni parte del “Manuale per la formazione in counseling”, già pubblicata, clicca qui.

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