Un tranquillo weekend di paura, alla Scuola IN Counseling

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UN TRANQUILLO WEEK END DI PAURA, ALLA SCUOLA IN COUNSELING.

 Leggendo questo articolo potrai “assaporare il gusto” di quanto accade, e come, alla Scuola IN Counseling Lo Specchio Magico Torino.

Ti si aprirà alla vista uno “scorcio” del nostro particolare modo di fare Formazione.

Chi scrive è Alecsia Martini, una nostra allieva di “fine corso”, che a questo weekend ha partecipato in veste di “osservatrice-tirocinante”.

I weekend di formazione, alla Scuola IN Counseling Lo Specchio Magico Torino, li chiamiamo i “Weekend della Formazione X”, perché di volta in volta affrontano differenti temi, non preordinati, ma “figli” degli stati d’animo emergenti nella nostra “comunità-scuola”, in questo caso: LA PAURA.

Per facilitare la Tua lettura, premetto che:

  1. con il termine “gugulare” (e suoi derivati) Alecsia intende: “fare una ricerca su Google”;
  2. il ricorso a forme espressive gergali e, spesso, da “linguaggio parlato”, è assolutamente incoraggiato nella nostra scuola, dove, oltre ai contenuti affrontati, siamo molto interessati alle atmosfere e alla dimensione estetica in cui sono avvolti.
  3. se leggerai stando in ascolto, col cuore, non potrai non emozionarti;
  4. in questo testo viene più volte proposta la locuzione “fare la spola”.

Nella nostra scuola, col “fare la spola” intendiamo il muoverci, avanti e indietro, tra il concentrarci sul nostro “sentire” e ciò che questo nostro sentire ci porta a pensare e cosa e come questo ci faccia sentire; avanti e indietro, indietro e avanti.

Il nostro “fare la spola” è una sorta di meditazione che integra l’ascoltarsi, il riflettere su ciò che si sente e l’ascoltare l’elaborazione di pensiero che da tutto questo scaturisce; il tutto in una sorta di moto perpetuo tra il nostro “sentire” ed il nostro “pensare”. Buona lettura.

PARTECIPANTI AL WEEKEND.

Allievi: Didi, Dodo, Titti,Tizzy, Gianni, Flo, Marghe, Fra, Fela, Maria, Elena, Franca.

Trainer: Domenico Nigro.

Tema del week end: “La paura. Cosa mi fa, cosa me ne faccio e come, cosa me ne potrei fare e come potrei farlo?”

Reportage a cura di Alecsia Martini.

Domenico mi ha invitata a partecipare a questo weekend di Formazione IN Counseling, in qualità di osservatrice, in seguito alla mia proposta di co-condurre (insieme a lui) il prossimo weekend di febbraio, che avrà lo stesso tema e a cui parteciperà un altro gruppo di allievi della scuola.

La partecipazione e l’osservazione mi permetterà di fare esperienza rispetto al tema e poter proporre un lavoro sulla base di quanto emerge dall’esperienza e dalla mia elaborazione.

Questo spazio mi servirà per “mettermi alla prova” come tirocinante, data la mia “reticenza” nel farlo con altri “mezzi” messi a disposizione dalla scuola e da Domenico.

SABATO 25 gennaio 2020

Partiamo con un giro di prime condivisioni.

Domenico chiede ai partecipanti di “confidare” al gruppo le proprie paure.

Ci soffermiamo sul significato di “confidenza vs intimità”, tema che è già emerso con alcuni, al caffè.

Mi accorgo di un impellente bisogno di “gugolare” il significato etimologico delle due parole e mi chiedo, facendo la spola, “a cosa mi serve?”. La risposta sta nel mio sentire..non saperlo mi agita, mi preoccupa, ho paura che se non comprendo appieno il significato delle due parole non so dare risposta alla domanda che è emersa nel gruppo, suggerita da Domenico:  “qual è la differenza tra intimità e confidenza?”

Non la so, se non “gugolo”.

Ma sto in ascolto e provo a immaginare situazioni in cui secondo me sono stata in intimità con qualcuno.. mi viene in mente Roberto, mio marito, la nostra relazione; cosa lui conosce di me e di quanto solo lui è custode di parti di me che non mostro ad altri. Questa per me è intimità.

Immagino poi situazioni del mio vissuto rispetto alla confidenza.. mi vengono in mente le persone a cui dico “ciao” anziché buongiorno, che fanno parte del mio entourage e con cui , in qualche modo, se pur non approfonditamente, condivido qualcosa.

Ok, può andare.. ora mi sento meglio. .rassicurata, direi.

Col mio gugolare, acquisisco la definizione delle due parole:

INTIMITA’: La sfera dei sentimenti e degli affetti più gelosamente custodita contro la curiosità e l’indiscrezione altrui; ambito privato, domestico.

CONFIDENZA: condizione propria di chi ha fede e fiducia negli altri, stretta amicizia, atto o parola scherzevole di molta familiarità , talvolta anche contrario alla decenza, che si fa altrui.

Mi compiaccio ora, per averci “azzeccato” rispetto all’intimità, ma mi giudico rispetto alla confidenza. E mi accorgo di averlo fatto anche durante il lavoro a scuola: “Mi prendo troppa confidenza. A volte mi accorgo essere funzionale per stemperare il clima e mettermi a mio agio, spesso accorgendomi che anche l’altro, di conseguenza, lo fa. Altre volte ma la prendo prepotentemente e non sempre l’altro reagisce positivamente.. a volte l’altro si irrigidisce come farei anche io, se mi sentissi invasa. Ecco.. invado l’altro.. sarebbe interessante indagare a cosa mi serve, ma il lavoro mi riporta al “qui e ora”.

Osservo il gruppo e scorgo espressioni interrogative rispetto al tema, che Domenico  ribadisce: LA PAURA.

Qualcuno esterna che non è facile trovarne una, perché ce ne sono troppe.

Domenico dice una cosa  per me interessante: se le paure sono troppe, servono per nasconderne una in particolare e  va a finire che ce la teniamo perché diventa difficile decidere da quale cominciare.

Per questo riporta il gruppo all’ascolto e a partire dalla più importante.

Io mi ascolto e mi sento agitata, confusa.

Non trovo la mia paura più importante e mi chiedo nervosamente qual è quella che voglio nascondere?

Ho freddo, ma sudo. Respiro e mi invito a rilassarmi, che qualcosa mi verrà fuori e proprio quando tocca a me, mi sento sollevata quando Domenico mi dice che nel ruolo di osservatrice posso anche non condividere la mia paura. Bene! Meglio!

Rispondo che preferisco così, perché temo che il mio sentire, che emergerebbe, potrebbe occupare lo spazio in me necessario per accogliere quanto le altre stanno condividendo del loro sentire.

Per la prima volta non penso che l’ho svangata.. ma che ho legittimato la mia volontà verso un  senso di responsabilità che sento nei confronti del gruppo, oggi più che mai.

Comincia il giro dei feedback dei componenti del gruppo, dopo un silenzio che ho fatto fatica a sopportare.

DIDI : “ho paura di perdere mia figlia per morte”.

DODO: “ho paura di perdere mio padre per morte”

Sto in ascolto. Mi chiedo, se prendo questi due feedback e li porto dentro di me, come mi sento? Come con un morsa che stringe la bocca dello stomaco. Appena finisco la spola, Domenico invita il gruppo a stare in ascolto. Osservo i volti: li percepisco stupiti, impauriti, smarriti, preoccupati.

TIZZY: “ho paura di dimenticare chi sono io, chi sono i miei cari”.

Non pronuncia la parola Alzheimer: gliela suggerisce Domenico

TITTI : “ho paura di perdere la memoria, ho paura dell’Alzheimer”.

Titti precisa di averlo sperimentato con suo padre.

Non dice  a parole come si è sentita o si sente ora rispetto alla sua esperienza con la malattia di suo padre, ma scuote la testa come a dire “NO” e sgrana gli occhi, guardando Domenico, poi il gruppo. Senza più parlare.

Mi riporta alla mente i parenti (le figlie di un Signore malato di Alzheimer, nello specifico) del “Caffè dell’Alzheimer” a cui ho partecipato come tirocinante.

Titti ha il loro stesso sguardo rassegnato, il loro stesso modo di dire “No” con la testa, a ribadire ciò che sostengono con forza: non c’è soluzione. Il loro senso di impotenza che poi, durante gli incontri, hanno riconosciuto.

Io sto in ascolto, e sento forte dispiacere, tenerezza e paura.

GIANNI: “ho paura di non essere più presente e di sostegno, economicamente, per la mia famiglia”.

Gianni reattivamente sente il bisogno di precisare che la sua paura è assolutamente infondata.  Lo osservo: gesticola freneticamente, è rosso in volto. So che è iperteso perché ne abbiamo parlato e quindi giustifico questo suo rossore in volto con l’ipertensione. Ma mi accorgo di esserne preoccupata.

Gianni mi stupisce sempre. Per me è fonte inesauribile di spunti di riflessione e ammiro la sua spontaneità e il suo stupirsi sempre per ogni intuizione, propria, del gruppo, di Domenico. Lo stimo e gli voglio un gran bene. Ecco.. sentivo il bisogno di scriverlo e forse glielo ho già detto, così come durante il lavoro a scuola mi sono accorta di come i miei occhi luccicano di tenerezza mentre parla.

FLO: “ho paura dia ammalarmi e di rimanere fisicamente impedita e di tutto ciò che e’ medicale” (aghi, interventi chirurgici)

Flo sente il bisogno di precisare  che se si sottopone, ad esempio, a un prelievo di sangue, perde i sensi e ha esperienza di aver avuto attacchi epilettici in quelle occasioni.

Precisa che la sua paura del “medicale” è più forte nei confronti di “ciò che tocca” (intervento chirurgico, una puntura e quant’altro).

La osservo; ha cominciato la sua condivisione nella sua “solita” posizione “rannicchiata”, con la schiena abbandonata al sedile della sedia, con le ginocchia o un ginocchio stretto al petto.

Quando comincia a dare il feedback, sobbalza , si tira su aprendosi e staccando la schiena dalla sedia. Gesticola con le braccia ampie, come è solita fare quando parla, come ad accompagnare le parole che dice. Noto sulle sue guance, verso le orecchie, il rossore lieve che compare ogni volta che parla nel gruppo.

Domenico interviene dopo le parole di Flo dichiarando il suo bisogno di dare un feedback perché teme di “perdere pezzi”.

Domenico parla di coincidenze e comunanze.

In particolare condivide col gruppo il risuonare in lui la paura di dover dipendere da qualcuno, collegata con la paura di ammalarsi.

Lo osservo: il suo viso pare corrucciarsi; mi chiedo : “sarà la sua paura?” poi faccio la spola e mi chiedo “e io come mi sento quando dipendo da qualcuno? quando non sto bene? dato che purtroppo ne ho esperienza! Non mi piace!! Mi infastidisce e non mi piace chiedere e in più non vedo l’ora che finisca questa forma di dipendenza. Temo sempre che possa durare troppo!”

Flo interviene sul feedback di Domenico reattivamente, dichiarando la forte risonanza che ha sentito con la paura dichiarata da Gianni (la paura di non poter sostenere la famiglia), anche se Gianni non ha parlato di paura di non poterlo fare per malattia.

Torna il silenzio. Osservo il gruppo e mi accorgo che ognuno di loro pare stare in ascolto dopo le parole di Domenico.

Io sto con la mente sul ricordo di quando facevo assistenza ai prelievi nel mio primo impiego dopo gli studi e un giorno arriva un ragazzino con la madre. I due avevano ottima presenza, sembravano benestanti dal vestiario ostentato. Impassibili e contenuti. Mi ricordo di aver percepito il ragazzino controllare la paura con fare spavaldo, nei confronti della madre che invece minimizzava, pur facendo trasparire disagio.

Durante il prelievo il ragazzino sviene, con l’ago in vena e ha una crisi epilettica. La madre si porta le mani al volto e io la allontano chiamo la collega dello studio accanto per dirle di starle vicino, chiudo la porta, tutto accade velocemente. Il ragazzino rinviene con un moto di aggressione.

Lo “bracchiamo” letteralmente, io e il medico, mentre urlo alla collega di venire in soccorso .

Ho le gambe che tremano, ma la forza di un leone nelle braccia che trattengono il ragazzino. Mentre rivedo davanti a me quella scena le sensazioni corporee sono le stesse. Non dico nulla, respiro, mi tocco lo stomaco che sento serrato.

Penso che se Flo fosse stata una mia cliente in un counseling individuale, avrei condiviso con lei questa mia esperienza. Per vedere l’effetto che avrebbe potuto farle. Ma non lo è, il setting è diverso. Mi  dico che va bene così e il mio stomaco si riapre. Sento sollievo.

Sto, nel silenzio del gruppo, prendendomelo e distendendomi.

Domenico poi esorta a riprendere il giro di condivisioni.

MARGHE: “io ho paura della morte delle mie figlie”.

La osservo e mentre parla si alza dalla posizione poggiata con la schiena alla sedia. Noto il suo respiro in affanno e un lieve rossore sul suo viso.

Ha bisogno di precisare subito che lega questa sua paura a un periodo di inappetenza di sua figlia, laddove si è trovata a pensare “Se non mangia muore!”.

Lo racconta come un periodo per lei di forte stress e preoccupazione per la gestione delle sue figlie (ha due gemelle) in cui si giudicava costantemente inadeguata.

Racconta di aver trovato rassicurazione solo dalla pediatra da cui ha portato sua figlia in quel periodo, la quale, accogliendo la sua  preoccupazione, le ha rimandato che i bambini hanno ottime capacità di autoregolazione e resilienza.

Domenico sottolinea, dandole il suo feedback, la possibile valenza proiettiva di questa paura (aver paura della morte di un figlio potrebbe essere una proiezione della nostra paura di morire), aggiungendo che la morte di un figlio, per un genitore, può diventare la propria morte, laddove la vita di quel figlio occupi l’intero senso/valore della propria vita.

Io mi accorgo della morsa allo stomaco e della mia tachicardia, ma non le indago, evitandole a piè pari.

Torna il silenzio. Osservo il gruppo, ciascuno di loro ha un espressione corrucciata. Mi colpiscono gli occhi socchiusi di alcune e la bocca all’ingiù. Ma distolgo presto lo sguardo.

Domenico poi esorta a riprendere il giro di “confidenze”.

MARIA: inizialmente divaga, dichiarando che è complicato dare delle priorità (non dice “per me è complicato”)  dicendo che ha dovuto  scartare la prima che le è venuta in mente che è la paura di essere molestata precisando “anche se oggi saprei come fare“.

Si prende tempo. Respira affannosamente, si commuove e dice “OK”

“la paura grande (non dice “ho paura” o “la mia paura”) è che quando i miei genitori non potranno più aiutare mio fratello io..ne sarò capace? quel carico mi fa paura” (Maria ha un fratello disabile).

Maria lascia fluire le lacrime abbassando la testa con quel suo tremolio della bocca che poi ritiene sempre, con fare rabbioso, quasi a redarguirsi per stare piangendo.

A un certo punto tira su la testa, allarga gli occhi e guarda dritto chi ha davanti a sé.

Sembra stare in attesa..di una parola, di un gesto.

C’è silenzio nel gruppo.  Mi accorgo osservandoli, che qualcuno del gruppo è commosso e ha gli occhi lucidi. Franca in particolare mi appare sgomenta. Guardano Maria con quello che io sento essere compassione, dispiacere, tenerezza

Mi commuovo, ma non lascio fluire le lacrime, anzi, mi esorto al “contegno”.

Provo tenerezza per Maria. Vorrei abbracciarla.

Respiro e provo a fare la spola.

Mi vengono in mente i ragazzi con cui lavora la mia amica Patrizia, disabili psichiatrici di tutte le età che io definisco “la mia cura”.

E’ ormai da ottobre che tutti i sabati li incontro, all’interno di un Laboratorio di drammaterapia, dove noi, “abili” e attori per diletto, ci mettiamo in gioco con loro e a me serve, anche, per fare esperienza di tirocinio.

Penso a quando li vedo con le loro famiglie, agli occhi impotenti e pieni di vergogna dei familiari. Perché sì, la loro è vergogna.

La sento tutta quando li osservo in quella situazione. Imbarazzo malcelato.

Sento la loro fatica nella gestione di un familiare disabile.

La fatica e il peso che dichiara Maria.

E penso alla fatica della mia amica Patrizia, nel suo quotidiano,  col suo terzo figlio, che spesso tento prepotentemente di accollarmi, sostenendola; altre volte, solo ascoltandola mentre se ne lamenta. Ho smania di trovarle soluzioni, sempre. Così annaspo. E ogni volta che lo faccio mi risuona la sua paura del “dopo di me”. Che la preoccupa. E a me  terrorizza.

Fatico a stare con questi pensieri. Non riesco a farmene nulla e allora, respiro.

Il silenzio permane e Domenico poi esorta a riprendere il giro di condivisioni.

ELENA: come Maria, dapprima divaga precisando che sta accumulando le paure di tutti, che “ad ogni paura dei compagni se ne aggiunge una che faccio mia“. Sobbalza sulla sedia nel dirlo, si mette in una posizione diritta rispetto a prima, sostenuta. Gesticola con le braccia in apertura ampia . Poi si ritrae con le gambe, arrossisce, sgrana maggiormente gli  occhi e pare impostare la voce.

“Ho paura di perdere i miei figli  (per morte aggiungerà dopo) uno in particolare più dell’altro”.

Sente il bisogno di precisare che “il dirlo mi fa salire la paura“.

Sente il bisogno di precisare il perché della sua scelta.

“Non so perché uno più dell’altro. Forse perché ho un legame diverso? Bo!”

Si rivolge espressamente a Domenico guardandolo dritto negli occhi e a me pare che voglia “estorcere” da lui la risposta alla sua domanda.

Domenico le sorride teneramente allargando le braccia come a dire “Vai a sapere, non lo so!”

Mentre Elena si interroga sul suo perché io mi interrogo sul cosa le serve: si giudica? Si vergogna?. Divento lei e la mia risposta è “Si, si giudica, si vergogna”.

Mi viene in mente mia madre quando dice che “i figli sono tutti uguali” affermandola come una verità assoluta, etica, universale. Mi accorgo di quanto vorrei dire a mia madre che non è vero.

Vorrei dire ad Elena che  la ammiro  per il suo coraggio, per aver fatto una affermazione forte, che trasuda consapevolezza, legittimazione, libertà e forza.

Mi accorgo del mio stupore nel guardarla, lei così piccola e gracile…un concentrato di forza. Vorrei abbracciarla mentre glielo sussurro all’orecchio.

Dopo essersi presa del tempo, mentre tiene sempre lo sguardo su Domenico quasi ancora in cerca di risposte, Elena poggia di nuovo la schiena alla sedia e incurva le spalle. Il suo tono di voce si abbassa leggermente. Il rossore sul suo viso aumenta. Racconta che in occasione di una banale (così la definisce) visita sportiva il medico le comunica che ha riscontrato nell’esame a cui l’ha sottoposta una anomalia meritevole di approfondimenti. L’atteggiamento di Elena è minimizzante.

Domenico, verso il quale lei è sempre rivolta, le rimanda di non evitare tutto questo e di adoperarsi per approfondire la questione.

Lei in un modo quasi infantile gli risponde che si lo farà e che questa esperienza le ha fatto vedere la sua modalità che attiva quando ha paura. Poi dice, dritta e autosostenuta, quasi impostata:

“ho paura di morire di una malattia importante”.

Con questa affermazione di Elena io vado altrove. Ho paura di rimanere agganciata alla  sua paura che è stata il mio fardello per anni, dopo la mia malattia. Mi dico “Ale l’hai già vista, ci hai già lavorato, adesso basta”.

Faccio la spola e mi chiedo a cosa mi serve fare ciò che faccio con la mente. Non lo so, non rispondo. Con la scusa di prendere una caramella, mi giro di lato e provo a immaginare la mia paura di morire come un cane al guinzaglio che mi segua al passo. Ogni tanto mi guarda e i nostri sguardi si incrociano. Mi immagino accarezzarla come faccio con il mio cane, per rassicurarla, per dirle “so che ci sei, su dai ora sta buona lì”.

Mi sento rasserenata. E questo fa emergere chiara la mia paura. L’unica: “ho paura di soffrire. di provare dolore”.

FRANCA: “ho paura di dipendere da qualcuno”.

Domenico coglie da questa condivisione di Franca, lo spunto per ribadire degli aspetti didattici della formazione in counseling, ribadendo quanto il “sentire” stia alla base del nostro modo di pensare e fare counseling.

DOMENICO: “Sono Franca. Mi metto in ascolto e riconosco la mia paura di dipendere da qualcuno. A cosa devo questa paura? Ho forse avuto, o sto forse avendo, esperienze dolorose di dipendenza da qualcuno? Sicuramente immagino che il dipendere da qualcuno non possa che procurarmi sofferenza! C’è forse qualcuno che dipende da me che non sopporta questa cosa?”

Di Franca conosciamo i vissuti di sofferenza maturati nella relazione con sua madre, collegati a continue sue esperienze di rifiuto; così come sappiamo dei deficit di autonomia e indipendenza di suo figlio. L’intera storia di vita di Franca è caratterizzata da “contatti con l’ambiente” (per usare una terminologia di stampo gestaltico) in cui l’essere dipendenti è una condizione di vita carica di sofferenza.

Se siamo Franca, se con lei abbiamo un contatto empatico, possiamo stupirci che abbia paura di dipendere da qualcuno?!

Non sentiamo noi stessi quella paura?

Riconoscere quella paura, condividerla col nostro cliente (immaginando d’essere in una relazione di counseling), dandole dignità e valore, ci permette di confrontarlo sul cosa poter fare, di buono e utile, di quella paura.

La nostra capacità di gestire questo confronto valorizza il nostro fare counseling, già qualificato dalla nostra capacità di stare in contatto empatico, attivandolo e facilitandone gli sviluppi, col nostro cliente.

Questo è quanto vogliamo imparare a  fare con la nostra formazione in counseling.”

Sulle parole di Domenico Franca ha la bocca in giù, serrata e la testa inclinata di lato.

Mi è evidente il suo continuo distrarsi e sfuggire alle parole di Domenico.

Domenico se ne accorge e le lancia una provocazione, probabilmente per richiamarla all’ascolto.

Considerando l’atteggiamento di Franca un suo tentativo di “evitare” lo stare in contatto con la sua paura, Domenico riprende la precedente condivisione di Elena, richiama il suo “evitare” ciò che la spaventa; se evita la paura, non sta male, sottolinea Domenico.

Elena? Mi dico..e io non faccio lo stesso? Mi accorgo che mi sto giudicando. E riaggancio al guinzaglio la mia paura. Tutto sommato l’ho accolta e questo mi rassicura. Respiro e mi distendo, distendo le gambe, le braccia, i piedi.

Franca ora reagisce all’ascolto delle parole di Domenico; sente il bisogno di sottolineare ciò di cui si è resa conto e dice “la mia è una prospettiva miope; evitando la mia paura, sul momento non soffro, ma quando la contatto soffro ancora di più”.

Domenico sostiene Franca in questo processo di consapevolezza dicendole  che solo comprendendo a pieno quanto la sua paura le sta dicendo potrà scegliere qualcosa di buono per lei.

A me risuona fortemente.

Domenico chiede a Franca se condivide il valore delle sue parole; Franca risponde di scatto  “Sì”,  drizzandosi sulla sedia.

Penso che questo sia un buon modo per verificare che l’interlocutore stia comprendendo quanto gli viene proposto/offerto e lo stia facendo proprio.

Mi piace e mi dico “lo utilizzerò!”

Domenico poi provoca Franca  chiedendole se così la soluzione è pronta. Lei risponde di “No”  e questo genera un momento di ilarità nel gruppo.

Nel gruppo ci scambiamo sguardi di “intima complicità” e a me questo risuona come un senso di compiacimento di ciò che dall’esperienza stiamo apprendendo tutti.

Domenico dice al gruppo che nel fare counseling, a noi interessa, nel “qui e ora”, cosa Franca se ne fa della sua paura; il comune riconoscimento della cosa, tra counselor e cliente, sostiene il fluire dei processi di consapevolezza attivati nella e dalla relazione di counseling.

E che questo sarà quanto faremo in questo weekend: indagare sul cosa facciamo con e delle nostre paure, come lo facciamo, cosa fa la paura  nella nostra vita, cominciare ad immaginare cosa potremmo cambiare e come per farcene qualcosa di buono.

Per chiarire il concetto, Domenico fa al gruppo un esempio sulla sua esperienza: racconta che agli inizi della sua formazione in counseling ha scoperto di stare spesso con le natiche (le definisce chiappe) strette, tese . Racconta di essersi  poi accorto essere una sua reazione alla sua paura e di aver anche scoperto di cosa.

Aggiunge di accorgersi che ancora ora, a volte, lo fa, ma molto meno che in passato. Dicendolo dichiara al gruppo che ora si accorge di “cosa fa”, in misura decisamente maggiore di un tempo, avendo sviluppato una certa abitudine a “stare in ascolto del proprio sentire, senza contrastarlo ma accogliendolo”.

Dice che durante le condivisioni del gruppo si è accorto di aver contattato (sentito in sé stesso) tutte le paure condivise da ciascun partecipante al gruppo.

E rassicura tutti noi, sottolineandolo, che avere paura è un accadimento naturale e spontaneo, assolutamente lecito.

Quello che facciamo delle nostre paure, con loro e in loro preda, può diventare “illecito” o comunque disfunzionale al nostro e all’altrui benessere.

Così come può diventare fonte di crescita, miglioramento, sviluppo e benessere, imparare a riconoscere le nostre paure, ad accoglierle, a stare con loro, trovando buoni modi per farlo e per gestirle, ogni volta che le proviamo.

Diversamente da quanto molte volte facciamo: non vogliamo la paura, la giudichiamo male, ci inventiamo mille modi per evitarla, per negarla, per sopprimerla.

Io respiro, lungo. Finalmente.

Osservo il gruppo e lo sento “distendersi”.

Domenico ci guarda tutti, accennando un sorriso che sento carico di tenerezza e dice “oggi lavoriamo su queste dinamiche”.

FELA: è l’ultima a dare il suo feedback perché come al solito è arrivata in ritardo.

Il gruppo al suo arrivo la accoglie con un moto di ironia rispetto al suo ritardo cronico, scherzando e prendendola teneramente in giro mentre tenta di giustificarsi con il suo modo dolce e ritenuto.

Io sono felice che sia arrivata, felice di vederla e sento nei miei occhi manifestare tutto l’affetto e la tenerezza che ho per lei. Mi dispiaccio di non poterla abbracciare subito. Lo farò appena possibile, contenendo l’impeto. Fela ora è pronta per il suo feedback: “ho paura del giudizio degli altri”.

Lo dice richiudendosi nelle spalle , con un tono di voce infantile, agitando tutto il busto.

Domenico dice di riconoscere un “comun denominatore” nelle condivisioni del gruppo:

LA PAURA della MORTE.

Mi stupisco: mi chiedo reattivamente “che c’azzecca la paura del giudizio altrui di Fela con la morte?!?”

Guardo il gruppo cercando sguardi sostenenti il mio stupore. Ne scorgo alcuni, altri meno.

Domenico fa un esempio di quanto appena affermato: se gli altri mi giudicano male, mi rifiutano, rimango sola, sono reietta dal mio ambiente, che mi tiene in vita; l’allontanamento dall’ambiente mi porta inevitabilmente alla morte (pensiamo alla funzione di garanzia di sopravvivenza che il rapporto con la madre, che è l’ambiente del figlio, svolge per il figlio,  dalla sua nascita fino all’acquisizione di un livello minimo di autonomia e indipendenza).

“Cavolo è vero!!”.

Parto con la mente a quanto ho appreso in terapia: il bambino maltrattato ha paura di morire.

Ovviamente evito a piè pari la mia esperienza di bambina, ma rivedo la mia recente esperienza: in uno scontro con Ivan (mio figlio), in preda all’esasperazione per il suo continuo sfidarmi l’ho spinto e strattonato. Ilaria (l’altra mia figlia più piccola) mi ha visto e si è avvicinata a me da dietro, piangendo rattristata, potrei dire angosciata. Mi ha detto, con voce sommessa “Mamma non trattare così male Ivan”. Io la abbraccio, accorgendomi che sì, ho perso le staffe, esagerando. Le dico con voce ironica “ma scusa quando ti picchia e tu mi chiami per dirmi di picchiarlo perché ti ha picchiata allora?” lei mi risponde “Ma tu scherzi… Adesso no!”

I miei figli sono cane e gatto, se ne dicono delle peggio, cercandosi poi morbosamente in assenza l’uno dell’altra. Ma ora poco importa. Ilaria ha avuto paura.

E io provo un’immensa gratitudine nei suoi confronti per avermela fatta vedere.

Mi ha fatto vedere quanto vedendomi per la prima volta non accogliente e accudente come lei si aspetta, io abbia probabilmente infranto la sua idea di permanenza del nostro rapporto simbiotico.

Avrà avuto anche lei paura di morire?, mi chiedo. Ovviamente ora provo angoscia. Respiro ma il respiro non si placa. Mi dispiaccio di quanto accaduto ancora ora. Ma non mi giudico. L’ho già fatto in quel momento, durante e dopo quell’esperienza.

Ora guardo il “come” e il “cosa” e tento di farmene qualcosa.

Domenico propone un momento di meditazione che, da qualcuno, viene accolta di buon grado, da altri con sbuffate e disappunto.

Prima di cominciare chiedo a Domenico cosa devo fare, se fare l’esercizio o osservare il gruppo. Mi dice di fare l’esercizio e come al solito sento salire la preoccupazione, che si manifesta con calore al volto e tachicardia.

Ho esperienze passate di meditazione che mi hanno messa in contatto con la mia paura di perdere il controllo, laddove emozioni ingovernabili hanno fatto capolino.

Per riuscire a stare con ciò che sento, respiro, mi metto in posizione di autosostegno con la schiena, staccandola dalla sedia, cerco una posizione che si confaccia, mi metto comoda e provo a seguire il consiglio di Giuliana: anziché chiudere gli occhi, la meditazione può essere fatta fissando un punto in basso davanti ai piedi; questo permette di entrare in contatto con sé senza  rischiare di perdere il contatto con l’ambiente. Ci provo, come ho fatto altre volte, ma niente, ci sto scomoda. Chiudo gli occhi e comincio l’esercizio.

Il mandato è quello di centrarsi sul “qui e ora” e sul tema del week end, sulla propria paura, la più importante, quella già espressa nelle condivisioni iniziali.

Io sto con la mia, la mia paura di soffrire; immediatamente mi vedo seduta in terapia, davanti alla terapeuta, luogo dove ho deciso, finalmente, di affrontare il mio dolore. Fa male: il respiro si accorcia, il volto si scalda, non voglio stare lì voglio andarmene. Peggio è.. torno al muretto dove sono stata per anni, tutti i giorni, immobile e inerme, quando mio padre ritardava a venire a prendermi all’uscita di scuola. Lui mi aveva detto di mettermi lì, per non dare nell’occhio, allontanandomi dal cancello della scuola, probabilmente perché, rispetto “al venirmi a prendere in ritardo”, i miei genitori erano già stati richiamati dalla scuola.  Non ho paura; ho solo freddo, fame, sono annoiata. Ma presto mi ci abituo. Vedo quel giubbotto verde, i miei codini, a legare i miei capelli lunghi. Sorrido, ma sono commossa. Deglutisco e mi accorgo del nodo in gola, Fuggo da quell’immagine. Non bado ai pensieri che sopraggiungono ma vedo davanti a me il lampadario e il soffitto della sala operatoria.

“Che cavolo è?!?” penso “Ah sì, la radicalizzazione del mio melanoma,  Candiolo.”

Sento il freddo gelido sulla pelle nuda, sotto il camice verde inconsistente. E risento ancora le voci spensierate del chirurgo che parla di tette e nasi delle sue pazienti e di come è stato bravo a ricostruirli a puntino.

Lo sento avvicinarsi, non lo vedo in faccia e mai più lo vedrò, mentre dice “Uh che schienona!” e subito un pizzico e poi un bruciore intensissimo, a cui non ero preparata.

Penso all’anestesia, mentre il mio corpo immobile si agita dentro come percorso da una mandria di bufali impazziti.

Sento un suono insistente di un monitor o qualcosa del genere, poi l’aria spostata dall’infermiera che si para davanti alla mia faccia e dice “Ohi che succede che sei immobile? ma ti è schizzata la pressione alle stelle!!!”.

“Ho un pelino malino!” dico stringendo i denti con voce ironica.

L’infermiera mi redarguisce con tenerezza dicendo di farmi sentire se mi accorgo di qualcosa.

L’unica cosa che dico , uscendo dalla sala operatoria, è “Grazie a tutti!” e poi, in risposta al  “come è andata?”, di quella che credo fosse un infermiera: “sono sola contenta di aver fatto la ceretta ad ogni centimetro del mio corpo stavolta!”

Lei ridendo mi risponde “ok, ma cerca di non farti più vedere da queste parti”.

Mi rivedo piangere sul finire di quella frase e per tutto il percorso del corridoio fino all’ascensore.

Sento il bisogno di muovermi sulla sedia, ora, durante la meditazione, per dare contegno al nodo in gola che sento, nel rivedermi piangere. Mi sento angosciata.

Oggi riconosco in tutto questo la mia modalità evitante dinanzi al dolore, sia fisico che emotivo. Trattenendo le lacrime durante la meditazione riconosco il controllo che agisco sulle mie emozioni.

Mentre scrivo, però, ho il viso rigato dalle lacrime.

Mi sto concedendo quel dolore. E va bene così. Mi accorgo del mio “come” e del mio “cosa” e per me è tanta roba.

Verso la fine dell’esercizio qualcuno tossisce, poi Domenico ci richiama a tornare in gruppo, non prima di darci il mandato di tradurre in azione, ancora con gli occhi chiusi, la paura che abbiamo contattato, emettendo un suono, facendo un gesto.

Apro gli occhi con fatica, che sento umidi e appiccicati.

Fisso il punto davanti ai miei piedi.

Riesco ad emettere solo un suono muto, che simula il “soffio” di un gatto in situazione di pericolo.

Le mie mani simulano una zampa con gli artigli ben in vista, che graffiano (pur non riconoscendolo) il pericolo che percepisco (mi torna in mente Domenico, quando dice che non può esserci percezione senza qualcosa da percepire; percezione e oggetto percepito sono un binomio indissolubile).

Finito l’esercizio di meditazione Domenico invita il gruppo a muoversi nella stanza, per riattivarsi e tornare al qui e ora, dando poi mandato di dare una forma espressiva alla paura, chiedendosi “quando ho paura, cosa mi accade e dove, nel mio corpo, in me stessa? Dove la trovo? In che parte del corpo?”.

Domenico ci chiede di aprirci alla possibilità di ri-sperimentare, esprimendole con il corpo, le sensazioni avute durante la meditazione, quelle associate alle nostre paure.

Aggiungerà dopo, durante la condivisione, che questo è paragonabile all’esasperare un gesto o una particolare forma di comunicazione non verbale del cliente, rimandandogliela, per riportarlo alla consapevolezza di ciò che fa.

Ricordo un counseling individuale con lui, in cui prima si è messo a fare con me, proprio ciò di cui sta parlando, esasperando il mio gesticolare e agitare il corpo, parlando; poi mi ha chiesto di rifarlo io stessa, ma questa volta intenzionalmente e il più esageratamente possibile, per poi chiedermi come mi sentivo e se la cosa mi dicesse qualcosa.

Io mi sento in agitazione, la mia paura, vista durante la meditazione, mi agita, come mi agita stare con la forma espressiva dei miei compagni. Quando mi accorgo della mia ansia che faccio? Ovvio, essendo “paracula” la tengo a distanza, “me ne libero” in fretta!

Domenico mi richiama chiedendomi di uscire dall’esercizio e di osservare il gruppo, stando con quello che accade.

TIZZY saltella in modo convulso per la stanza, poi si ferma di colpo, si tocca la testa e riparte a saltellare

MARIA si porta verso terra,  cammina con le mani e le ginocchia a terra poi si rialza e gira sospetta per la stanza, cingendosi il collo con le mani. Ha il viso corrucciato, oserei dire in preda al terrore. Incomincia nervosamente a mettere in ordine le sue cose, senza un senso reale, a pulire la sedia con un fazzoletto, compulsivamente, per poi sedercisi, sulla punta, irrigidita.

TITTY si mette tra due sedie, contro il muro, prende la testa tra le mani, racchiusa tra le ginocchia.

FLO cerca immediatamente un angolo e ci si ferma tutto il tempo col viso contro il muro e la testa china.

DODO cammina veloce, senza meta, poi cerca la finestra e la apre cercando affannosamente aria.

FRANCA cammina con il corpo in tensione, poi si ferma, chiude le spalle e poi gli occhi.

DIDI cammina a braccia conserte con andatura lenta, con lo sguardo misto tra preoccupazione e paura.

FELA si ripara la testa tra le braccia, poi cerca un angolo e ci si sdraia in posizione fetale. Piange e piangendo batte i pugni sul pavimento.

MARGHE sta ferma immobile, respirando affannosamente, cerca lo sguardo dei compagni, quasi a cercare aiuto

ELENA ha le spalle chiuse, cammina lentamente poi si ferma. Tenta di riprendere il passo, tentennando, ma alla fine rimane ferma, con lo sguardo nel vuoto.

GIANNI vaga senza meta con una camminata rigida, regolare. Poi improvvisamente si blocca rimanendo fermo fino alla fine dell’esercizio.

Domenico invita ad avviarsi verso la fine dell’esercizio, camminando nella stanza con movimenti tesi a lasciare andare le tensioni, distendendo il corpo.

Qualcuno si abbraccia, quasi a stemperare la tensione e la paura contattate nell’esercizio, cercando sostegno nell’abbraccio.

È ora che io faccia esperienza della bellezza che scaturisce dal gruppo!

Mi commuovo stando con il piacere che sento nelle viscere ad osservarli in quello che fanno.

Sento il bisogno di “ributtarmi “ nel gruppo, lo faccio istintivamente, do e prendo abbracci a qualcuno, indistintamente. Che goduria!! ora mi sento meglio, distesa direi.

Finito l’esercizio ci rimettiamo in cerchio e Domenico chiede al gruppo un feedback su ciò che ognuno ha sentito durante l’esercizio in termini di emozioni provate, sentimenti, sensazioni, dichiarando che, se il feedback assume i toni di condivisione di un’esperienza (quindi al nostro sentire riusciamo a collegare il senso che ha avuto per noi, come questo si sia potuto integrare con quello che abbiamo fatto e cosa possa invitarci a fare), questo può aggiungere significato e  valore a ciò che abbiamo vissuto.

FLO: “non sono riuscita a ricontattare la mia paura, sono rimasta sul piano mentale, Conosco cosa provo quando ho paura e quello che faccio ma non l’ho contattato. Sono delusa di non percepire, nel  corpo, cosa sento quando ho paura”.

Durante l’esercizio si è raccolta in sé, in un angolo. Mi ha colpita. Mi dico “chissà, magari cercava il suo sentire”. Rimango con la mia fatica rispetto all’ermeticità di Flo. E ora me ne sgancio rassegnata.

GIANNI: “So bene cosa provo quando ho paura. Sento un blocco allo stomaco e l’irrigidimento di una spalla (se la tocca). Durante l’esercizio ho fatto la spola e sono ‘andato in palla’, perché mi sono accorto che trovo soluzioni e scuse per rassicurarmi delle soluzioni che ho trovato, ma in realtà non ne tengo conto. Per questo mi sento impotente. Gioco a ping pong tra rassicurazione e azione per dissolvere la mia paura”.

Durante l’esercizio Gianni vagava agitato ma contenuto e poi di improvviso si fermava, mi pareva confuso, spaesato.

Domenico gli chiede: “Gianni quanto sei soddisfatto da 1 a 10 di cosa fai con la tua paura?”

Gianni risponde, reattivamente (senza starci a pensare, immediatamente), 5.

Questo genera ilarità nel gruppo, che guarda Gianni con tenerezza, come faccio anche io.

Gianni ci sta un po’, poi, con la sua genuinità, risponde di essere contento di aver riconosciuto la sua paura nel momento in cui l’ha nominata e di essersi accorto di accoglierla a tratti, dipendentemente da quanto è “forte”. Dice teneramente che questo per lui è già “tanta roba”.

TITTI : sente tutt’ora un blocco allo stomaco, dice di aver visualizzato , durante la meditazione, una macchia nera che, dichiara, l’abbia riportata alle crisi di nervi che in passato aveva contro di sé.

“Mi sentivo paralizzata e volevo sparire”.

Le credo. E’ sparita con la testa tra le mai, nel suo buco, tra le ginocchia, in quell’angolo. Paralizzata. Mi sono paralizzata lì con lei.

DIDI: “ho fatto fatica durante la meditazione, non riuscivo neanche a pensare e mi irrigidivo. Quando Domenico ci hai chiesto di renderla fisica (cioè agire la paura con il corpo) mi sono accorta di avere mal di stomaco e nausea, sensazione che contatto quando ho paura. Mi ha fatto bene il momento degli abbracci, che mi ha permesso di condividere con gli altri il peso della mia paura”.

Didi aveva le braccia conserte sullo stomaco mentre camminava. Probabilmente consolava il suo stomaco. Ho visto il suo mega sorriso (spesso contenuto, ritenuto) e i suoi occhi farsi lucenti quando l’esercizio è finito e si è potuta godere gli abbracci.

Domenico interviene dopo il feedback di Didi dichiarando che il momento dell’esercizio in cui ha dato il mandato di rioccupare lo spazio e camminare sciogliendo le tensioni, lo ha voluto per far fare esperienza al gruppo  del fatto che, se un’azione connota la paura, altre possono esserne l’antipodo: dopo l’abbraccio posso mollare la paura.

Domenico richiama la nostra attenzione sul fatto che l’opposto della paura possa essere la fiducia e, in particolare, l’amore.

Mi  meraviglio: mai avrei avuto tale intuizione. Che tra l’altro, ammetto anche a me, non mi risuona. Ma voglio starci e vedere l’effetto che fa.

TIZZY dà un pezzo del suo feedback proprio su questa intuizione, che io mi accorgo ben presto, con dispiacere, di non aver colto.

DODO: “la paura mi attira, è un emozione che riconosco come imput che mi muove all’azione. Però devo muovermi facendo qualcosa di funzionale, diversamente mi prende male”.

Dodo durante l’esercizio cammina ininterrottamente. Percepisco ora molto chiaro il suo “muoversi all’azione”. Sento fatica rispetto al suo vagare senza meta. Mi manca l’aria, come è mancata a lei nell’esercizio.

FELA: “ho tachicardia ora che tocca a me dare il feedback. Temo tutti i giudizi. Mi sento leggera ora che ho dato il feedback”.

Io “ripasso “ mentalmente ciò che Fela ha fatto con il corpo durante l’esercizio. Sento confusione rispetto al suo feedback, ciò che dice con ciò che ha fatto mi pare non abbia corrispondenza.

Fela durante il feedback comincia a inanellare tutta una serie di “devo, devo, devo” agganciandosi all’imperativo del suo mantra, derivante dal fatto che da poco ha cominciato ad avvicinarsi al buddismo. Io faccio fatica a seguirla, complice la stanchezza, così mi accorgo di allontanarmi con i pensieri.

Mi riporta nel “qui e ora” una affermazione di Domenico durante il feedback che dà a Fela: le dice che si è accorto della sua eccitazione nel dare il feedback, che associa al desiderio di far bene una cosa che le piace.

Domenico sottolinea che, così come, quando vogliamo e desideriamo una cosa, ci muoviamo per prenderla e, se qualcosa ce lo impedisce, ci blocchiamo con conseguenze di malessere; se blocchiamo il ciclo di soddisfazione di un qualsivoglia bisogno (e la paura è sia un’emozione/sentimento che può bloccare uno di questi cicli, sia un bisogno che reclama la sua soddisfazione) ci ritroviamo necessariamente a fare i conti con qualche nostra forma di malessere.

Spesso con la nostra paura blocchiamo la nostra eccitazione, che è uno step fondamentale del ciclo di soddisfazione di ogni nostro bisogno/desiderio/volontà.

Domenico riporta il gruppo sull’importanza del chiedersi “a cosa mi serve ciò che faccio?”.

Fa un esempio: a cosa mi serve giustificarmi? Forse a consolare la certezza del fallimento a cui mi aggrappo? Quando ho paura, che conoscienza ho di ciò che realmente può accadere?

Che differenza c’è tra la probabilità che accada ciò che temo e la possibilità che accada realmente?

Sono concetti che in questo momento faccio fatica a comprendere e a fare miei.

Sono le 18,30, sono stanchissima, ho una forte sonnolenza e il dolore alle spalle e al collo, che mi tormenta da giorni, è diventato più forte. Lo controllo con insofferenza. Mi massaggio, ma senza sollievo. Sono soddisfatta della giornata, del mio essere stata osservatrice, anche se sono ancora agganciata alla mia paura di fallire.

Mi soffermo a cercare di capire la differenza tra comprendere e capire, che Domenico si sta sforzando di spiegarci, ma fatico a coglierla.

Mi dico: “lascia perdere, ci tornerai domani. Ora fai ciò che puoi, con la forza che hai. Stai.”

FRANCA ed ELENA non danno il loro feedback su quest’ultima parte di lavoro; s’è fatto tardi.

Mi appunto, per il giorno successivo, “interrogare Elena sul feedback”. Della defezione di Franca non mi accorgo. Mi accorgo però della mia stanchezza, estrema.

Domenico chiude riconoscendo la sua stanchezza e quella del gruppo.

Ci dà appuntamento a domani per il prosieguo dei lavori.

Io torno a casa in macchina, fiera di me per questo, stanca ma soddisfatta.

Prendo un antidolorifico per zittire il mio male alle spalle e al collo. E prendo sonno facilmente.

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Il reportage di Alecsia finisce qui, anche se il weekend di questa “Formazione X” è proseguito il giorno dopo, domenica.

Preferiamo lasciare al ricordo di chi vi ha partecipato, e all’immaginazione di chi ha letto fin qui, la ricostruzione di quanto accaduto.

Ribadisco: SE SEI ARRIVATOA LEGGERE FINO A QUI E VUOI SAPERNE DI PIU’ SULLA NOSTRA SCUOLA IN COUNSELING, CONTATTACI.

4 comments

  1. Titti 18 febbraio, 2020 at 08:53 Rispondi

    Ciao Domenico. Ho letto con molta attenzione il “reportage” di Alecsia sul weekend. L’ho trovato davvero sostenente. Mi ha trasmesso calore, conforto e anche commozione leggere la descrizione che ha fatto Ale di me (senza, giudizi, ma solo pura osservazione) e degli altri compagni del gruppo. Devo ammettere che rileggere l’esperienza mi ha aiutata a rinforzare un po’ il mio sentire ( in realtà avrei voluto scrivere autostima ) il che mi rincuora e mi fa pensare che forse non sono “sbagliata”. Mi soffermo su di me anche perchè la descrizione delle altre persone ed esperienze le trovo esatte così come sono….ma ripeto leggere la descrizione di me mi ha aiutata a percepirmi in un altro modo. Grazie a te e ad Alecsia che è stata anche molto attenta ai particolari.
    Titti.

  2. Paolo 18 febbraio, 2020 at 11:05 Rispondi

    … il lavoro dello scrittore, del poeta, dell’artista è quello di dare forma, voce, colore a ciò che sta dietro all’intelletto. Mi stupisco ancora ad accorgermi di quanto sia più facile lasciare che sia la mente a raccontare e mi stupisco ancora nell’accorgermi che una semplice attenzione a ciò che del nostro corpo e delle nostre emozioni ignoriamo, riesca a cambiare non solo un racconto ma il senso della nostra esperienza.
    Ottimo lavoro Ale, bravo Dome. Un abbraccio a tutt*.
    Paolo.

  3. Dodo 18 febbraio, 2020 at 14:34 Rispondi

    Ciao a tutti!
    Cara Alecsia,
    ho letto stando in ascolto il tuo scritto-report ; mi sono commossa e mi è piaciuto molto. Me lo sono proprio goduto !!! Adesso sono ancora più consapevole di quanto la paura prima di “attivarmi” mi faccia agitare, mi renda irrequieta. Mi sono resa conto del mio stato di apnea che precede “l’azione”. Grazie . Ho rivissuto tutto il lavoro svolto durante il weekend e voglio dire che sei stata molto brava e attenta a riportare le emozioni che sono emerse. Grazie anche per aver condiviso la tua paura. Complimenti!!! A te e a Domenico
    Abbracci !!! Dodo

  4. Margherita 19 febbraio, 2020 at 09:43 Rispondi

    Cara Alecsia, provo un grande senso di gratitudine per il lavoro da te svolto. Mi sono vista con occhi esterni e questo mi ha fatto rivivere le emozioni che ho vissuto quel giorno e coglierne delle nuove. Mi hai inoltre permesso di fare luce su alcuni punti che mi ero persa e non mi ero neanche accorta di perdere. Complimenti sinceri!
    Margherita

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