Relazione, Cultura e Scienze Umane. I fondamenti del Counseling.

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Relazione, Cultura e Scienze Umane. I fondamenti del Counseling.

E’ questo il capitolo 4.3 del “Manuale per la Formazione IN Counseling”, pubblicato in corso d’opera in questo stesso blog, alla cui presentazione e rampa di lancio puoi accedere cliccando qui.

Il counseling è quella relazione interpersonale in cui un professionista (counselor) aiuta il proprio cliente ad apprendere nuovi e più efficaci modi di affrontare i problemi esistenziali che sta vivendo, quali: difficoltà relazionali, problematiche lavorative, crisi coniugali, mal d’amore, lutti, stati di malattia che non sa come gestire, problematiche scolastiche, cambiamenti indigesti, ecc. ecc.

Noi counselor, aiutando i nostri clienti ad apprendere nuovi e più efficaci modi di affrontare i loro problemi esistenziali, li aiutiamo a sviluppare le loro potenzialità di auto-aiuto.

Ogni volta che qualcuno impara qualcosa di nuovo, cresce, diventa più forte, più capace di affrontare la propria vita, autonomamente; per questo noi counselor possiamo dire che l’aiuto che diamo ai nostri clienti è, principalmente, quello di scoprire come meglio aiutarsi, in proprio.

In altre parole, aiutiamo i nostri clienti ad aiutarsi, confidando molto sul principio tanto caro alla psicologia umanistica, e prima ancora alla maieutica socratica e al buddismo, che una persona abbia già in sé tutte le risorse necessarie per far fronte alle difficoltà del vivere.

Si tenga ben presente, però, che, insieme ai principi della psicologia umanistica e, prima ancora, della maieutica socratica e del buddismo, noi counselor abbiamo accolto ed imparato a valorizzare, e continuiamo a farlo, le ispirazioni ed i saperi, i presupposti culturali e filosofici, di ogni disciplina, scientifica e no, rivolta, direttamente o indirettamente, allo studio e all’espressione del comportamento umano (uno sguardo sulla storia del counseling è proposto in questo stesso manuale nel capitolo 2).

Per questo ci interessano tutte le scienze umane, dall’antropologia alla semiologia, dalla sociologia alla storia delle religioni, dalla retorica alla storia del diritto, dalla pedagogia alla politica e alla storia della filosofia.

Ancor più ci interessa l’arte, in ogni sua espressione, per il suo saper essere un magnifico tramite dei sentimenti e dei significati, che, in modo più profondo, riguardano l’esistenza umana e che più sanno dargli valore.

Considerando la promozione del benessere l’istanza di base del counseling, l’arte ci interessa non solo per le sue funzioni espressive, molto ci interessa per quelle sue valenze catartiche, che tanto hanno aiutato e possono continuare ad aiutarci a stare meglio.

È in virtù di un tale atteggiamento, così “interessato”, che la storia del counseling si è potuta sviluppare e potrà continuare a farlo:

–           accogliendo, integrando e valorizzando contributi provenienti da ogni esperienza umana in grado di migliorare le capacità di noi counselor di adempiere alla nostra “missione”,

che, ricordiamolo, è quella di “aiutare le persone ad aiutarsi” a vivere, al meglio delle proprie possibilità, la propria vita.

Prima di entrare nella presentazione delle più importanti ascendenze culturali del counseling, al fine di valorizzarne più le funzioni di “servizio” (ausilio) che non di “genitorialità”, che le legano al counseling, mi preme ricordare il fatto che il counseling, come professione, nasce ai primi del ‘900 dalla volontà di alcuni insegnanti statunitensi, della scuola media superiore, di aiutare i propri studenti, sia a meglio affrontare le loro esperienze di studio, sia a meglio orientarsi nelle loro scelte post diploma.

In questa funzione di aiuto, questi insegnanti spendevano innanzitutto la loro “umanità”, infarcita dei loro saperi pedagogici e filosofici.

La parte del leone la facevano il loro spirito e le loro intenzioni di “stampo” maieutico, concentrate nella loro volontà di “tirare fuori” dai propri studenti potenzialità e risorse intrinseche, affinché potessero usarle come leve di realizzazione personale.

Le “qualità e capacità umane”, cui questi insegnanti si affidavano, riguardavano, innanzitutto, le proprie competenze relazionali, competenze che permettevano loro di stabilire, con i propri studenti, “campi relazionali” in grado di sostenere, in quegli stessi loro studenti, lo sviluppo di sentimenti di sicurezza e fiducia nei propri mezzi; sentimenti  che avrebbero sostenuto il loro impegno negli studi, migliorato la qualità delle loro analisi, delle loro ricerche e dei loro sforzi volti a conseguire la migliore realizzazione personale e sociale per loro possibile.

Sin dalle sue origini, quindi, il counseling si qualifica per il proprio particolare modo d’essere relazione.

Ed è in questo suo particolare modo d’essere relazione che ritroviamo ancora oggi, sviluppata da una storia ormai più che secolare, l’identità del counseling (non certo nella definizione di sue particolari procedure amministrative, né nell’individuazione di alcun suo particolare spessore epistemologico, come alcuni colleghi counselor sembrano, invece, preferire).

Questo “particolare modo d’essere relazione” dipende, principalmente, dall’operato del counselor, cioè dal modo in cui la relazione di counseling viene “praticata” dal counselor.

A questo particolare modo del counselor di “praticare” la relazione di counseling si associano e conseguono, sia nel counselor, sia nel cliente, da un lato, quei particolari stati emotivi-affettivi, dall’altro, quella particolare facilità di pensiero, di analisi e di visione, che permetteranno al cliente di scoprire come meglio affrontare le difficoltà che sta vivendo e adoperarsi conseguentemente fino a risolverle.

Ma allora, come viene “praticata”, dal counselor, questa relazione di counseling?!

Per meglio rispondere a questa domanda, rivolgiamo innanzitutto l’attenzione alle intenzioni del counselor.

La prima, e più importante, intenzione del counselor è quella di agire, nella relazione con i propri clienti, affinché in loro si attivino e sviluppino quei processi di consapevolezza necessari affinché loro stessi possano, in proprio ed autonomamente, far meglio fronte alle difficoltà rispetto alle quali stanno chiedendo aiuto (ricordiamo? “aiutiamo ad aiutarsi”).

Noi counselor sappiamo che, nelle persone, ai fini dell’attivazione, e sviluppo, di tali processi di consapevolezza, tanto possono fare le relazioni interpersonali, se rispondono a determinate condizioni.

Vedremo adesso quali sono queste condizioni, non senza prima aver affermato che il counseling è quella relazione che, più e meglio di ogni altra, è “caratterizzata, occupata e presidiata” da tali condizioni, che qui elenchiamo:

  1. Il contatto empatico
  2. Il legame affettivo-compassionevole
  3. L’affrancamento dal giudizio
  4. La chiara visione dei diversi ruoli, funzioni, responsabilità di ciascun relazionante
  5. La valorizzazione dei sensi/sentimenti di ciascun relazionante
  6. La valorizzazione dei bisogni di ciascun relazionante, anche in relazione alla valorizzazione del rapporto, che ciascuno intrattiene, con il proprio ambiente di riferimento esistenziale
  7. La valorizzazione dei pensieri e delle istanze culturali proprie di ciascun relazionante
  8. La valorizzazione della volontà di ciascun relazionante
  9. La valorizzazione della personalità di ciascun relazionante
  10. La libertà, l’autenticità e l’onestà d’espressione e di confronto dei e tra i relazionanti.

Tali condizioni relazionali permettono al cliente di meglio entrare e stare in contatto con le proprie sensazioni fisiche, con i propri sentimenti, con i propri pensieri; permettono al cliente di meglio riconoscere l’interazione dei propri sentimenti con i propri pensieri, e viceversa; permettono al cliente di meglio riconoscere il rapporto che tutto ciò ha con i propri comportamenti, con il loro senso, con la loro funzionalità, in termini di efficacia, relativamente alla soddisfazione dei propri bisogni; bisogni che, in tali condizioni relazionali, riescono ad affacciarsi, in modo chiaro, alla coscienza dei nostri clienti.

Tali condizioni sono quindi la fucina che forgia i cambiamenti (di emozioni, di pensieri e di comportamenti) necessari al cliente per affrontare positivamente le proprie difficoltà e superarle.

Se, nella propria relazione di counseling, relativamente alle difficoltà esistenziali che sta vivendo, una persona riesce:

  1. a rendersi conto di cosa gli accade, sul piano del proprio “Sentire”e su quello del proprio “Pensare”, in corrispondenza con quello del proprio “Agire”
  2. a scoprire, per questa via, come tutto ciò che fa, pensa e sente siano legati;
  3. a meglio riconoscere, per questa via, i propri bisogni;
  4. a rendersi così conto del modo inadeguato ed inefficace in cui gestisce, con i propri comportamenti spesso nevrotici, quei propri bisogni;
  5. a scoprire (facendone esperienza nella relazione di counseling) cosa e come pensare e come agire per riuscire a soddisfare i propri bisogni, godendo dell’associato, relativo, benessere personale

allora, in questa persona, si accenderà la volontà e la spinta motivazionale a mettere in atto, concretamente, nella propria esistenza, quei cambiamenti (sperimentati e appresi nella relazione di counseling) che gli permetteranno di ritrovare il benessere perduto, relativamente alle situazioni che sta vivendo in preda a mille difficoltà.

Ma cosa porta chi si rivolge al counseling, e di questo fa esperienza, a “rendersi conto” e ad agire di conseguenza a quanto elencato nei cinque punti qui sopra, or ora, esposti?!

Risposta: “le esperienze che vive nella sua relazione di counseling”.

Noi tutti sappiamo quanto il valore di un’esperienza si misuri nella sua capacità di produrre in noi un qualche particolare stato di intensità emotiva, particolarmente utile all’ancoraggio di un qualche apprendimento personale, che segnerà in modo particolare la nostra crescita.

Noi tutti sappiamo quanto la nostra crescita e maturazione personale e tutti i nostri “saperi” siano una funzione diretta delle nostre esperienze di vita.

Impariamo a vivere, al meglio o al peggio delle nostre possibilità, in funzione delle esperienze che viviamo.

Chi si rivolge ad un counselor esperimenta e fa esperienza, nella relazione di counseling, dei “cambiamenti che gli permetteranno di ritrovare il benessere perduto”, apprendendo, per questa via, la capacità di riportare tali cambiamenti, concretamente, nella propria vita.

Ricordate come inizia questo “capitolo”?

<<Il counseling è quella relazione interpersonale in cui un professionista (counselor) aiuta i propri clienti ad apprendere nuovi e più efficaci modi di affrontare i problemi esistenziali che stanno vivendo>>.

Adesso possiamo aggiungere:

<<Lo fa aiutando i propri clienti a fare esperienza, nella relazione stessa di counseling, di come stare ed agire nelle situazioni di difficoltà che sta vivendo>>.

La relazione di counseling è il “palcoscenico” in cui il counselor aiuta il proprio cliente a mettere in scena quello che sta vivendo con difficoltà, per riconoscerne il “copione” e provarne altri, fino a trovare quello che gli permetterà di ritrovare il proprio benessere.

Nella relazione di counseling il cliente è, innanzitutto, “guidato” a fare esperienza di cosa gli accade se sta in ascolto.

È ormai un luogo comune associare counseling ed ascolto; ascolto visto come principale attività del counselor.

Insomma, l’idea è quella che  il counselor “ascolti” chi gli rivolge le proprie richieste d’aiuto.

Come tutti i luoghi comuni, anche questo, non rende giustizia al reale stato delle cose cui si riferisce.

Il counseling è quella relazione in cui quello che avviene, di valore, avviene come risultato delle capacità di ascolto propriocettivo di entrambi i relazionanti (non solo del counselor, anche del cliente!).

Il counselor NON ascolta il cliente.                     

Il counselor ascolta, propriocettivamente, cosa accade in se stesso (si concentra cioè sulle proprie sensazioni fisiche, sulla propria interiorità sensoriale).

Il counselor ascolta cosa accade al proprio “Sentire” quando “accoglie” ciò che il cliente gli porta.

Sul senso di “accoglienza” proprio del counseling, in altre parti di questo manuale vengono proposti vari approfondimenti; qui mi preme precisare che “accogliere”, per noi counselor, vuol dire fare spazio ed ospitare in noi stessi quanto l’altro ci sta portando ed offrendo, per poterlo “sentire”, ascoltandolo propriocettivamente, e, così, riconoscerne il senso ed il valore, per noi e per l’altro.

Dunque, per non perdere il filo del discorso interrotto da quest’ultima digressione sul senso dell’ “accoglienza”, ripartiamo da ciò che l’ha preceduta:

<<Il counselor ascolta, propriocettivamente, cosa accade in se stesso, cosa accade al proprio “Sentire” quando “accoglie” ciò che il cliente gli porta>>, vale a dire:

–           i pensieri, i comportamenti e i sentimenti, contenuti nei racconti del cliente,

–           le forme dei suoi racconti e della sua narrazione,

–           i significati che ai contenuti della stessa narrazione attribuisce e le emozioni, che, con questa, tradisce o esprime esplicitamente.

Il counselor condivide, con i suoi feedback e con i suoi comportamenti relazionali, il proprio “sentire”, cioè ciò che coglie dal proprio ascoltarsi (nei termini or ora, qui sopra, esposti); inoltre condivide opportunamente, con buone capacità di comunicazione non violenta, il valore ed il senso che, per se stesso, ha saputo (forte dei propri saperi e delle proprie esperienze di vita) cogliere dal proprio “sentire”, invitando il cliente a fare lo stesso.

Il counselor, nelle sessioni di counseling, per animare l’ascolto, proprio e dei suoi clienti, può proporre loro varie “attività” (dal semplice confronto sulle questioni riportate, a varie forme di espressione e drammatizzazione delle stesse) e confrontare i propri clienti sugli esiti esperienziali di tali attività.

Gli esiti esperienziali su cui il counselor richiama l’attenzione dei propri clienti, e sui quali li confronta, sono i riscontri, riconoscibili, di ciò che gli stessi clienti hanno sentito, pensato e fatto, relativamente a ciò che, nella stessa sessione di counseling, viene, di volta in volta “attivato”.

Tutto ciò, in varie parti di questo manuale, viene denominato:

 “Yogging”, lo Yoga del Sentire-Pensare-Agire.

Lo yoga del sentire-pensare-agire è ciò che noi counselor proponiamo ai nostri clienti, per aiutarli a riconoscere:

  • ciò che sentono, ciò che pensano e ciò che fanno (relativamente ai problemi che stanno vivendo)
  • in che modo tengono insieme ciò che sentono-pensano-fanno e che esiti personali questo produce nella loro esistenza
  • quali altri modi di “tenere insieme” il proprio sentire-pensare-agire possono mettere in atto (cominciando a sperimentarlo, simbolicamente, nella relazione di counseling), per superare le difficoltà che stanno vivendo ed ottenere il benessere agognato.

Alla base dello “Yogging” (lo yoga del sentire-pensare-agire) che il nostro fare counseling propone ai nostri clienti c’è il “contatto empatico” counselor-cliente.

Per noi counselor, condizione fondante la possibilità del contatto empatico è l’ascolto, come pratica corporea-propriocettiva di concentrazione sul nostro sentire, visto come “vissuto” collegato a quanto l’altro sta “portando” nella relazione con noi.

È questo il tramite che ci permette di contattare i vissuti altrui, principalmente sul piano emotivo.

È questo il tramite che ci permette (dopo averlo messo a fuoco con le pratiche di “Yogging”) di confrontare i nostri clienti su ciò che sentono-pensano-fanno, relativamente alle questioni che li stanno mettendo in difficoltà.

Tale confronto compendia le pratiche di yogging e le sintetizza, diventando mezzo di attivazione di quei processi di consapevolezza, che porteranno il cliente alla scoperta/valorizzazione dei propri bisogni e delle proprie migliori possibilità di soddisfarli.

La relazione di counseling è quella relazione che sostiene le possibilità di un sano confronto, counselor-cliente, volto a far scoprire al cliente cosa può fare, e come, di più utile, e funzionale, alla soddisfazione dei propri bisogni; “un qualcosa e un come” che non è dato aprioristicamente, come verità scientifica di cui il counselor è depositario e portatore; un “qualcosa e un come” che emergerà, creativamente, dal confronto sul valore ed il senso delle esperienze vissute nella stessa relazione di counseling.

Il counseling, non ci stancheremo mai di ripeterlo, è una relazione d’aiuto professionale.

Soffermarsi sul fatto che il counseling “è una relazione” è importantissimo, perché è proprio la “relazione” counselor-cliente ciò che rende possibile la funzione d’aiuto del counseling.

L’aiuto che noi counselor offriamo ai nostri clienti consiste nell’aiutarli a vivere (facendogliele sperimentare nella relazione di counseling stessa) delle esperienze che accresceranno, e miglioreranno, le loro capacita di affrontare le problematiche esistenziali che stanno vivendo.

Tali esperienze di crescita sono vissute dai nostri clienti nella loro relazione con noi, counselor.

Sono vissute nella relazione con noi, ma soprattutto grazie ad essa.

Per questo, sarebbe opportuno riformulare la definizione:

“il counseling è una relazione DI aiuto professionale”,

trasformandola in:

“il counseling è una relazione professionale CHE aiuta”.

In cosa consiste questo aiuto?

Consiste nel dare la possibilità di sperimentare, e così apprendere, modi diversi, da quelli abituali, di vedere, pensare, sentire, gestire e stare con le proprie difficoltà; modi assolutamente più capaci di produrre buoni esiti nella gestione di quelle stesse difficoltà.

La relazione di counseling è il “teatro” che  permette e rende possibili tali sperimentazioni, facendole diventare esperienze di crescita personale capaci di far superare le “impasse” in cui, chi si rivolge al counseling, si ritrova.

Dunque ciò che qualifica il counseling è l’essere relazione; una relazione che provvede a far vivere delle esperienze personali che produrranno la crescita personale necessaria ad affrontare e a superare le difficoltà che si stanno affrontando.

Il counselor ha il compito di gestire, opportunamente, questa relazione.

La “gestione” della relazione di counseling, ad opera del counselor, consiste nel suo “saper stare” nel processo relazionale; un saper stare centrato sulle sue capacità di accoglienza, ascolto, osservazione non giudicante, confronto critico-autentico-onesto-compassionevole.

Un processo è la successione di accadimenti tra loro collegati, ma non preordinabili (perché se no sarebbe un programma), di cui ciascuno è “output”/funzione di quelli che l’hanno preceduto (cioè si definisce proprio grazie a quelli, e non ad altro).

Principio di base di ogni relazione è il legame tra le azioni dei relazionanti.

L’etimologia della parola relazione è da ricollegarsi al latino relatio, a sua volta da relatus, participio passato di referre = riferire, riportare, stabilire un legame, un rapporto, un collegamento…, che nella relazione di counseling è sempre una funzione del “contatto empatico” counselor-cliente.

Non può esserci azione del counselor che non corrisponda, in modo coerente, congruo ed adeguato, a quanto il cliente stia facendo, dicendo, pensando, sentendo.

Il filo del processo degli accadimenti relazionali si srotola come conseguenza del “come e con cosa” il counselor risponde agli imput relazionali (“pensieri-parole-opere-ed-emozioni” scambiati col cliente), facendosi guidare dal proprio sentire, opportunamente integrato dal proprio riflettere sullo stesso.

Saranno gli “accadimenti relazionali” (uno stato d’animo piuttosto di un altro, un pensiero e una visione nuova, la sperimentazione di un’azione al posto di un’altra, un effetto catartico, ecc. ecc….) a decretare la trasformazione di un vissuto relazionale (quello del counseling) in esperienza di apprendimento di nuove possibilità di “pensieri-parole-opere-ed-emozioni” in grado di trasformare l’esistente, fino a renderlo accettabile e (perché no?!) gradevole e soddisfacente.

Questo è il counseling: un processo relazionale, che diventa esperienza di apprendimento; un processo relazionale sostenuto, agevolato, reso possibile dalle capacità di accoglienza, ascolto, osservazione non giudicante, confronto critico-autentico-onesto-compassionevole, del counselor.

Nella propria esperienza formativa IN Counseling, il counselor apprende un particolare modo di stare in relazione, quel modo di stare in relazione  centrato sulle pratiche di accoglienza, ascolto e osservazione non giudicante e di confronto critico-autentico-onesto-compassionevole, che metterà in atto quando farà counseling con i propri clienti.

La conoscenza di teorie in grado di spiegare l’efficacia, i “perché” ed i “per come”, di questo particolare modo di stare in relazione, così come la conoscenza delle ascendenze storico-culturali da cui tali teorie possono essere scaturite, assumono valore per noi se e quando possono aiutarci a stare nelle nostre relazioni di counseling, sia corrispondendo al meglio alle istanze che, nelle stesse, i nostri clienti pongono, sia gestendo il confronto critico, con loro, in modo sapiente e saggio.

La principale “forza” su cui si basa, in generale, la capacità di stare in relazione e, in particolare, di sostenere il confronto critico, del counselor con i propri clienti, è certamente data dal suo saper stare in contatto empatico con loro, dal suo saper stare in ascolto, accogliere, comunicare in modo autentico-onesto-compassionevole.

A questa “forza”, può essere aggiunto uno straordinario valore: la conoscenza del counselor in materia di “natura e cultura umana”:

–           quali sono le istanze che muovono il comportamento umano? Quali sono i suoi bisogni? In che modo, storicamente, individualmente e socialmente, li ha soddisfatti? A cosa deve i suoi stati emotivi? In che modo può intervenire su di questi per migliorarli, quando vive condizioni di malessere?

Certo, le conoscenze dell’uomo, cui un counselor si affida non possono essere quelle che lo inscrivono in qualche dinamica meccanicistica, deterministica, che lo fagocitano inesorabilmente.

Le conoscenze dell’uomo che ispirano noi counselor sono quelle che vedono l’uomo come soggetto capace di interagire, a proprio vantaggio, col proprio ambiente e con l’intera propria vita, traendone la migliore soddisfazione ed il miglior benessere possibile.

Di tali conoscenze, proponiamo qui una carrellata di parti costitutive, caratterizzate dal proprio essere:

1.      particolarmente capaci di sostenere le ragioni e la forza del counseling e

2.      particolarmente utili al nostro fare counseling, per la quantità e la qualità di saggezza che offrono a noi counselor, quando ci ritroviamo a gestire i nostri confronti critici con i nostri clienti e/o, quando ci ritroviamo a lavorare come Trainer/Formatori di counselor.

Possiamo partire dalla conoscenza della sofferenza, visto che la sofferenza (seppur in vari toni e forme) è riscontrabile in, e muove, ogni richiesta d’aiuto che noi counselor riceviamo.

Sapere della sofferenza, dei suoi motivi e dei buoni modi di affrontarla, gestirla e superarla, è una conoscenza molto utile a chi fa, o vuole fare, counseling.

Della sofferenza, dei suoi modi di affrontarla, di gestirla e superarla, non conosco insegnamenti di maggior valore di quelli del Buddha.

Direi di più, le pratiche di accoglienza, di ascolto, di osservazione non giudicante, di confronto critico-autentico-onesto-compassionevole, proprie del counseling, molto (praticamente tutto) devono al buddismo o, se non originano direttamente da lì, per qualche strana magia, ne ripropongono comunque la sostanza.

In particolare, le pratiche di accoglienza, di ascolto, di osservazione non giudicante, di confronto critico-autentico-onesto-compassionevole, proprie del counseling, molto devono alle pratiche meditative e filosofiche del buddismo, in particolare a quelle della Scuola Mahayana (grande veicolo), quella da cui discende il buddismo tibetano (quello del Dalai Lama, tanto per intenderci).

Ecco allora il Buddismo come una tra le più importanti Ascendenze e tra i più importanti Ausili Culturali del Counseling.

Ecco allora che per un counselor in formazione studiare il Buddismo e le sue pratiche diventa un’esperienza formativa di grande valore, oserei dire “di insostituibile valore”.

Abbiamo visto quanto ciò che, principalmente, qualifichi il counseling sia il suo essere relazione.

Tutto ciò che il counselor può mettere in funzione, per aiutare il processo relazionale a fluire nel modo più sciolto e sano possibile, sarà sempre benvenuto!

Le capacità di comunicazione del counselor, in tal senso, sono fondamentali.

Per questo, in questo manuale, all’ “arte della comunicazione” è dedicato l’intero capitolo 3.

Per questo tutti i saperi e le conoscenze che un counselor può apprendere studiando i presupposti, i fondamenti, i valori, la struttura delle forme e dell’arte del comunicare, faranno parte dei suoi Ausili Culturali più importanti.

Ben vengano quindi tutti gli studi di “Linguistica”, di “Filosofia del linguaggio”, di “Semiologia”, di “Retorica” e di “Letteratura”, che un counselor voglia/riesca a far propri.

Rispetto alla “Letteratura” come materia di studio per la formazione di un counselor, val sicuramente la pena richiamare l’attenzione sul fatto che, a fondamento della capacità di fare counseling, di un counselor, risiede la sua consapevolezza ed intelligenza emotiva.

Consapevolezza ed Intelligenza Emotiva sono “materia” di formazione, per ogni counselor, ma non tanto su piani teorici, quanto su quelli pratico-esperienziali, affrontati per il tramite del lavoro di auto-coscienza e auto-conoscenza.

Per tale lavoro, fondamentale è saper riconoscere, denominare, descrivere ed esprimere l’intero arco di emozioni e sentimenti proprio di ogni essere umano.

Di tale sapere, la storia della letteratura mondiale è massima espressione.

Non si tratta di studiarla, ma di avere familiarità con quei poeti e quegli scrittori che, con le loro poesie ed i loro scritti, prima e meglio di tutto e di tutti, hanno saputo parlarci dell’animo umano, dei suoi tormenti e delle sue passioni, fornendocene un’ampia ed approfondita conoscenza; padroneggiare tale conoscenza non può che aiutarci ad essere dei bravi counselor!

E che dire della Filosofia?

Tutta la storia della filosofia può fornire spunti ed “Ausilio” al counseling.

Ma conoscerne alcune “anime”, in particolare, può aiutare la nostra capacità di stare nelle nostre relazioni di counseling, gestendole meglio.

Sono quelle “anime” che meglio rappresentano, esprimono e “giustificano” la filosofia del counseling.

Tra queste, ricordiamo la Maieutica Socratica (già citata nella parte iniziale di questo capitolo), ma come non sottolineare quanto sia importante, per un counselor, conoscere i fondamenti della Fenomenologia e dell’ Esitenzialismo?!

Rispetto alla Filosofia Maieutica ricordiamo il fatto che anche la “filosofia” del counseling ripropone l’idea che quanto serve ad un uomo per il proprio benessere risieda in se stesso, anche se il più delle volte nascosto.

È questa un’ “idea” condivisa dallo stesso buddismo e ampiamente ripresa dalla psicologia umanistica.

Filosofia Maieutica, Buddismo, Psicologia Umanistica e Counseling, condividono l’intenzione e la volontà di “lavorare” affinché quanto serve al benessere umano, nascosto nei meandri della sua mente e della sua anima, venga opportunamente “estratto”, tirato fuori ed adeguatamente utilizzato.

Per quanto riguarda la Fenomenologia, anticipiamo quanto siano cari, a noi counselor, i suoi insegnamenti circa l’inesistenza di una realtà assoluta delle cose e degli accadimenti che riguardano la vita umana.

Quello che conta per ciascun essere umano è la percezione che di ciascun accadimento quell’essere umano confeziona per se stesso; intorno a questa percezione lui matura le sue esperienze; quelle stesse esperienze con le quali lavoriamo noi counselor.

Per questo noi counselor siamo interessati alla dimensione fenomenologica dell’esistenza, sia la nostra, sia quella dei nostri clienti; per questo, su di questa “lavoriamo” e, di questa, abbiamo grande rispetto.

E che dire dell’ Esistenzialismo?

Come il Buddha, anche noi counselor, preferiamo dar valore al presupposto filosofico che non ci sia alcun “vero sé” (inteso come istanza preordinata e preesistente l’esistenza reale e concreta delle persone) da realizzare nella nostra vita; non ci sia alcun “essere” dal valore assoluto che si debba realizzare in noi; ma ci siano tante possibilità di “essere”, funzione del rapporto col nostro ambiente e del rapporto che intratteniamo col contesto storico-temporale in cui viviamo.

Di tutte le possibilità d’ “essere”, nello scorrere temporale della nostra esistenza, cerchiamo la migliore possibile, quella che ci possa far star meglio; le nostre possibilità d’ “essere” mutano nel tempo, in funzione del nostro crescere e del nostro migliorare le nostre capacità di stare al mondo.

Dell’Esistenzialismo storico, quindi, noi counselor sposiamo la visione dell’ “essere nel tempo che scorre”, un “essere” mutevole, alla continua ricerca della propria migliore espressione possibile, quella che, più di altre, sarà fonte del nostro benessere (ricordiamo che il counseling è “promozione del benessere”!).

Anche per questo vediamo i problemi in cui si dibattono i nostri clienti come crisi, piccole o grandi, dell’esistere (l’essere nel tempo) e, mai, come problemi (gli psicologi parlerebbero di disturbi) del sé e/o della personalità dei nostri clienti (infatti gli psicologi parlano di pazienti, da curare, non a caso).

Ma, a proposito di psicologi e quindi di psicologia, la storia e l’armamentario teorico-culturale del counseling si sono arricchiti (molto) grazie al contributo di una particolare scuola, quella della  Psicologia Umanistica.

La psicologia umanistica rilancia la visione olistica (propria delle filosofie orientali) dell’uomo: un tutto in cui nulla accade in ogni sua parte che non sia in qualche modo collegato ed interagente con le altre.

I contributi di maggior valore della Psicologia Umanistica scaturiscono dall’ambito psicoterapeutico.

Il “focus” della psicoterapia umanistica è la persona, vista nella sua interezza (non solo nei suoi stati psichici disturbati/malati), di soggetto in continua, spontanea e naturale, crescita ed evoluzione.

Una persona vista come soggetto responsabile della propria vita e delle proprie azioni, in grado di trovare il proprio cammino verso la propria realizzazione, soprattutto quando vengono valorizzate le sue potenzialità, i suoi sentimenti, la sua responsabilità (in particolare nei suoi momenti di crisi esistenziale, quando cioè più ne ha bisogno).

La Psicologia Umanistica ha una visione della condizione umana basata sulla libertà e responsabilità individuale, sull’importanza assegnata al significato/valore delle emozioni e dei sentimenti, come guida per la migliore soddisfazione dei bisogni umani.

In contrapposizione ad una visione dell’essere umano meccanicista e determinista (propria della Psicologia “accademico-scientifica” del tempo), gli psicoterapeuti umanisti puntano a valorizzare l’autorealizzazione, la creatività, le scelte individuali; hanno a cuore la dignità della persona e lo sviluppo del suo potenziale latente.

Insomma, una ripresa ed un rilancio in grande stile di quanto il primo counselor della storia (Frank Parsons) scriveva, nel 1909, nel suo “Choosing a Vocation” (vedi cap. 2 di questo manuale).

Ora:

  1. ritornando alle domande che hanno introdotto quest’ultima digressione sui riferimenti culturali e le conoscenze che integrano le abilità di counseling e ne facilitano l’esercizio: quali sono le istanze che muovono il comportamento umano? Quali sono i suoi bisogni? In che modo, storicamente, individualmente e socialmente, li ha soddisfatti? A cosa deve i suoi stati emotivi? In che modo può intervenire su di questi per migliorarli, quando vive condizioni di malessere?
  2. riconoscendo le forme culturali e di organizzazione sociale, storicamente determinatesi, dell’esistenza umana, come risposte possibili ai bisogni esistenziali dell’uomo e, quindi, in grado di “parlarci” di tali bisogni,

tra i più importanti riferimenti culturali di noi counselor non possiamo trascurare gli insegnamenti provenienti dall’antropologia culturale e dalla sociologia.

Nelle forme della propria cultura ed organizzazione sociale l’uomo ha sempre attualizzato le proprie possibili risposte alle istanze del proprio vivere:

Come fare a rimanere vivi, in tutte le circostanze vitali che mettono a repentaglio la nostra vita? Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo da morti? Come lo facciamo? Come risolviamo tutti i turbamenti emotivi cui la vita ci sottopone? Come soddisfiamo i bisogni materiali e spirituali della nostra esistenza?

Antropologia culturale e Sociologia sono le “scienze umane” che si dedicano a tali studi; la prima sul versante delle forme culturali, la seconda su quello dell’organizzazione sociale, dell’esistenza umana.

Per questa ragione, conoscenze di tipo antropologico culturale e sociologico non possono che essere di grande aiuto alla competenza professionale di un counselor.

Beati quindi quei counselor che, di tali conoscenze, potranno beneficiare, alla bisogna, nel corso delle loro attività di counseling.

Ma c’è un impianto teorico che, relativamente alle conoscenze di chi scrive, ha il pregio di riassumere e valorizzare tutti i “saperi” e le conoscenze incarnate nella sequenza di riferimenti culturali qui sopra richiamati: dal buddismo a quelli socio-antropologici, passando attraverso le filosofie maieutica, esistenzialista, fenomenologica, l’arte del comunicare, gli studi sul linguaggio e sulla letteratura, l’utilizzo delle più disparate forme d’espressione artistica e delle teorie e pratiche messe a punto dalla psicologia umanistica.

Mi riferisco all’impianto teorico che struttura la Psicoterapia della Gestalt, principalmente nei termini in cui ce l’ha proposta Fritz Perls.

Alla teoria della gestalt, al buddismo, alla fenomenologia e alla psicologia umanistica, saranno dedicati, nei prossimi capitoli, alcuni specifici approfondimenti, per circostanziare, in questo manuale per la formazione IN Counseling, le conoscenze e i riferimenti culturali che consideriamo di base e di particolare utilità per il nostro “saper far counseling”.

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