L’età adulta

1
836
arlecchinopensoso-picasso

“L’età adulta”. Capitolo 4.7.4 del “Manuale per la Formazione IN Counseling”., di Domenico Nigro, direttore didattico Scuola IN Counseling Lo Specchio Magico Torino.

Per info ed iscrizioni, CONTATTACI.

Cosa ha da sapere un counselor sull’ “età adulta”?

Da un punto di vista fisiologico, entriamo nell’età adulta con il compimento dei nostri processi di crescita e sviluppo.

Non si può dire lo stesso per quelli riguardanti la nostra vita sociale e psicologica, che l’età adulta, semplicemente, attraversano.

Ciò nonostante, anche rispetto ai processi di sviluppo sociale e psicologico, possiamo individuare un suo punto di inizio.

L’età adulta inizia con la maturazione della nostra capacità di provvedere alla soddisfazione dell’intera architettura dei nostri bisogni (vedi capitolo sulla Gestalt), in modo responsabile e sufficientemente buono.

Si ripropone, così, la visione dell’esistenza umana come processo di crescita, sviluppo e maturazione, di facoltà, che ci permettono di passare da una condizione iniziale, neonatale, di assoluta e totale dipendenza dagli altri (insomma uno stato in cui siamo completamente nelle mani dell’ambiente) ad una condizione in cui abbiamo imparato a “mettere le mani nell’ambiente”, autonomamente, opportunamente e responsabilmente, per provvedere alla soddisfazione dei nostri bisogni e al progressivo sviluppo della nostra autorealizzazione.

Come modello ideale (molto ideale!) di riferimento, storicamente determinatosi, in questa nostra società post-industriale, all’alba di questo nostro terzo millennio:

  • L’età adulta è quella fase della nostra vita in cui abbiamo risolto i nostri dubbi sul chi siamo e cosa vogliamo diventare ovvero abbiamo saputo trasformare questi dubbi in istanza cosciente e consapevole di sviluppo e arricchimento della nostra identità personale e sociale.
  • Se, durante la nostra infanzia, la sicurezza del nostro vivere e crescere era nelle mani dei nostri genitori e di tutti quei “soggetti” che si prendevano cura di noi e ci organizzavano la vita, da adulti siamo noi padri e madri di noi stessi; siamo noi stessi, in prima e diretta persona, a prenderci cura di noi e ad organizzarci l’esistenza.
  • Siamo noi ad esercitare l’autorità su noi stessi.
  • Siamo noi a compiere le scelte che ci riguardano e siamo noi ad interagire, responsabilmente, con tutti i “soggetti” che, alla bisogna, mobilitiamo alla cura di noi stessi e/o con i quali ci relazioniamo, funzionalmente, per dare le migliori risposte possibili alle nostre esigenze sociali, ai nostri bisogni personali, ai nostri interessi culturali, ai nostri desideri e alle nostre passioni.
  • L’età adulta è quella fase della nostra vita in cui non abbiamo più “figure e funzioni genitoriali” esterne a noi, le abbiamo dentro di noi e, per questo, abbiamo smesso di cercarle in chi, all’occorrenza, le potrebbe incarnare.
  • Nell’età adulta abbiamo smesso di vivere in funzione di altri e/o per il tramite di altri.
  • L’età adulta è quello stato del nostro vivere in cui sappiamo nutrire sentimenti d’amore nei confronti dei nostri cari e/o dell’umanità intera, ma non li confondiamo con il senso della nostra esistenza, cioè abbiamo ben chiara sia la nostra identità, sia l’ “alterità” Io/Tu, Io/Noi, Io/Voi, Io/Loro.
  • Nell’età adulta possiamo stare in contatto con tutti, ma sappiamo scegliere come e con chi farlo, intrattenendo, alla bisogna, buone relazioni con chi vi sa corrispondere, difendendoci e liberandoci da quelle tossiche.
  • Adulto è chi considera propria responsabilità non solo il saper provvedere ai bisogni materiali della propria esistenza (lavorare, pulire casa, cucinare, fare le lavatrici, ecc.), adulto è colui che sa assumersi le proprie responsabilità in materia dei propri sentimenti e delle azioni che ne conseguono.
  • Adulto è colui che non si fa sopraffare dalla paura, dalla rabbia, dal senso di impotenza e dai dispiaceri che il vivere, immancabilmente, produce.
  • Adulto è colui che sa stare con la sofferenza.
  • Adulto è colui che, in possesso di buone capacità d’analisi della realtà e, quindi anche, della capacità di individuare colpe e responsabilità altrui (il governo, la politica, il capo, il collega, la moglie, i figli, ecc), non si ferma a queste; mette in primo piano le proprie responsabilità, cioè ciò che sente e può fare lui stesso, in prima persona.

Insomma, ciò che caratterizza l’essere adulto è il suo senso di responsabilità ed il proprio stato di consapevolezza.

Sul cosa qui si intenda per responsabilità e consapevolezza, dedico, in particolare, la parte iniziale del capitolo 5.3, “Il saper essere del counselor”, di questo “Manuale per la Formazione IN Counseling”.

Agli stessi concetti, in questo stesso manuale, vengono fatti ricorrenti richiami.

Voglio però, in particolare, qui e ora, riportare una “descrizione” della “consapevolezza”, citandola dal capitolo 5.1  Le esercitazioni di consapevolezza funzionali all’apprendimento del “Saper fare counseling”, facendo “yogging” :

<<Riprendendo quanto già argomentato in varie parti di questo manuale, innanzitutto dichiariamo che:

  1. consideriamo la consapevolezza quello stato individuale in cui una persona ha buona coscienza di quello che gli sta capitando, relativamente ai propri sentimenti, ai propri pensieri e ai propri comportamenti.

Ma questo non è ancora tutto. Perché:

  1. la consapevolezza è quello stato individuale in cui non solo ci rendiamo conto di quello che proviamo, pensiamo e facciamo, ma abbiamo buona coscienza di come ciò che proviamo (alias sentiamo), ciò che pensiamo e ciò che facciamo (alias agiamo) si leghino tra di loro, si influenzino reciprocamente, presiedano alla funzionalità dei nostri comportamenti, relativamente alla loro possibilità di permetterci di soddisfare l’intera architettura dei nostri bisogni (vedi capitolo sulla Gestalt).

C’è ancora qualcosa da precisare in materia di consapevolezza?! Direi di sì:

  1. la consapevolezza è quello stato esistenziale in cui non solo ci rendiamo conto dell’interazione del nostro sentire, pensare ed agire; ci rendiamo conto, anche, di come questo interagisca con il sentire, pensare ed agire altrui e di come il tutto si integri con le più generali condizioni del campo/ambiente in cui ci ritroviamo.>>

Cosa ci può impedire di raggiungere questo stato di consapevolezza e di poter, così, a pieno titolo, vivere al meglio la nostra età adulta?!

Una risposta può essere trovata andando a ricercare cosa possa non aver funzionato nelle nostre esperienze di crescita, relativamente al loro agire come leva di sviluppo e riconoscimento dei nostri bisogni e delle nostre migliori possibilità di soddisfarli.

L’idea da cui partiamo è quella, fatta propria dalla psicologia umanistica, di riconoscere ad ogni essere umano la dotazione di innate potenzialità che, sviluppate alla bisogna, lo renderanno capace di far fronte alle necessità cui la crescita personale e sociale progressivamente lo sottoporranno.

Lo sviluppo di tali potenzialità è funzione della capacità di trarre insegnamento dalle esperienze personali che viviamo, quando, per viverle positivamente, non sono più sufficienti i mezzi evolutivi di cui disponiamo e siamo quindi costretti ad inventarcene e apprenderne nuovi.

È in queste occasioni che cresciamo, se non ci facciamo bloccare dalle difficoltà che incontriamo.

Va da sé che le difficoltà non superate nelle età precedenti riverberino i loro effetti in quella che stiamo vivendo.

Le difficoltà dell’infanzia e dell’adolescenza sono trattate nei relativi capitoli di questo stesso manuale, sull’infanzia e sull’adolescenza.

Qui ci concentreremo su quelle tipiche dell’età adulta; ma come non richiamare l’attenzione sul fatto che tutte le difficoltà che nell’intero arco della nostra esistenza noi riscontriamo hanno come comune denominatore il loro essere collegate a vissuti di cambiamento?!

Esempi di cambiamento:

  • Da una condizione in cui i nostri bisogni vengono soddisfatti dalla mamma, tempestivamente, man mano che si affacciano (e a volte anche prima!), ad una condizione in cui tutto viene progressivamente riorganizzato (temporalmente e per quantità/qualità di soggetti che intervengono) sulla base di criteri di compatibilità con istanze che, da un lato, includono sempre più i bisogni altrui, dall’altro si collegano allo sviluppo quantitativo e qualitativo dei nostri stessi bisogni (insomma, smettiamo di avere la mamma a nostra completa disposizione e la mamma smette di considerarci, sempre, il suo primo bisogno da soddisfare; cominciamo così a fare i conti con la complessità dell’esistenza).
  • Lo sviluppo quantitativo/qualitativo dei nostri bisogni accompagna la nostra crescita, segnata dai relativi momenti di cambiamento, quali, ad esempio, il passaggio da un “habitat” circoscritto alle mura domestiche a quello della scuola d’infanzia, materna, elementare, ecc. ecc., in quella progressione che Freud inquadra come processo di passaggio da uno status psicologico dominato dal fantastico “principio del piacere” ad uno dominato dal famigerato “principio di realtà”.
  • E che dire dei cambiamenti collegati allo sviluppo fisiologico e alle relative funzioni psico-motorie ed organico-ormonali?!

Tutta la nostra vita scorre sul filo del cambiamento.

Se il cambiamento è ciò che caratterizza l’esistenza umana, essere capaci di affrontare i cambiamenti, assumendosi in prima persona la responsabilità di provvedere alla gestione di ciò che serve per farlo, è, in prima ed ultima istanza, la condizione che più caratterizza l’essere adulti.

Nasciamo attraverso un cambiamento di stato (dal ventre materno al mondo).

Viviamo passando attraverso continue tappe di cambiamento, fisico, morfologico, emotivo, intellettuale, sociale, funzionale.

Ogni cambiamento, piccolo o grande che sia, è un potenziale momento di crisi dell’esistenza.

Ogni cambiamento propone condizioni esistenziali per la cui gestione, in prima battuta, non siamo, personalmente, in tutto e per tutto ancora attrezzati.

Cosa accade quindi che ci permette di superare le nostre difficoltà di gestione dei nostri cambiamenti esistenziali, trasformandoli da crisi esistenziali in momenti di crescita?

Quello che accade accade in funzione del nostro essere animali sociali, la cui esistenza è resa variamente possibile dall’integrazione sociale e ambientale.

Laddove il singolo individuo, da solo, non può provvedere al superamento delle proprie difficoltà, può contare sul soccorso ambientale, in primis della sua socialità più stretta.

Tutte le forme di vita umana si sono storicamente organizzate in strutture (dalla famiglia, al gruppo dei pari, alle associazioni religiose e politiche, alle reti di vicinato e amicali, all’istituzione scolastica, alle bande criminali, ecc. ecc.) che prevedono specifiche funzioni di aiuto per il singolo in ogni suo momento di difficoltà.

Nel corso della nostra crescita, alias del nostro processo di maturazione dall’infanzia all’età adulta, cambia il modo in cui possiamo e sappiamo “contare” sul soccorso ambientale, passando da una situazione in cui lo riceviamo passivamente, perché tutto è nelle mani dell’ambiente (non siamo noi bambini che decidiamo alcunché in materia di gestione dei nostri cambiamenti esistenziali ) ad una situazione in cui lo gestiamo attivamente, scegliendolo per quantità/qualità, forme e contenuti.

Questa è l’età adulta!

L’età adulta è il tempo in cui diminuisce fortemente/quantitativamente l’aiuto esterno di cui abbiamo bisogno per vivere (fermo restando il fatto che nessuno può vivere senza l’aiuto altrui!) ed è la fase della nostra vita in cui, quando ci serve, meglio sappiamo ricercarlo, accoglierlo ed accettarlo.

Questa capacità, unita al pieno sviluppo delle nostre facoltà mentali, motorie e della nostra intelligenza emotiva, ci permetterà di adempiere al meglio alle responsabilità cui l’età adulta ci chiama:

  1. Lavorare per provvedere alla nostra esistenza e al suo sviluppo, materiale, morale e spirituale, nonché per provvedere a chi si ritrova alle nostre dipendenze;
  2. Contribuire alla salvaguardia del nostro ambiente naturale e ad ogni tipo di sviluppo sociale in grado di migliorare la nostra esistenza, sia individuale, sia sociale;
  3. Prenderci cura dei nostri figli e dei loro bisogni evolutivi;
  4. Affrontare positivamente le difficoltà cui l’attività lavorativa, la vita sociale e i personali cambiamenti fisiologici ci sottopongono;
  5. Chiudere le nostre “gestalt” rimaste aperte, dall’infanzia all’adolescenza.

Dei punti qui sopra elencati analizzerei più dettagliatamente i numeri 3, 4 e 5, proponendo singole trattazioni sui seguenti temi:

  1. L’età adulta come opportunità di chiusura delle gestalt aperte;
  2. L’età adulta e la genitorialità;
  3. I cambiamenti fisiologici ed i correlati psicologici e sociali dell’età adulta.

 L’ETÀ ADULTA COME OPPORTUNITÀ DI  CHIUSURA DELLE GESTALT APERTE

Fermo restando che, per una più chiara e completa comprensione di cosa si intenda per “gestalt”, rimandiamo allo specifico capitolo sulla Gestalt, in questo stesso manuale, il tipo di “gestalt” cui qui ci riferiamo riguarda l’esperienza, portata a positivo compimento, di apprendimento di cosa e come fare per superare un qualche nostro particolare momento di difficoltà/crisi esistenziale.

Per spiegarci meglio, tenendo conto che, per tenere il passo con la progressione di quanto la vita ci richiede per essere vissuta, viviamo continue esperienze di crescita, attraverso le quali sviluppiamo le nostre capacità di rispondere positivamente allo sviluppo delle nostre necessità e dei nostri bisogni esistenziali, consideriamo ciascuna di queste “esperienze di crescita” una “gestalt”, cioè una struttura, dinamica e complessa, di impulsi emotivi, sensoriali e di pensiero, che si trasformano in sentimenti, pensieri ed azioni, che sviluppano le abilità e le competenze di cui necessitiamo per provvedere alla nostra esistenza.

Perché questo avvenga, è fondamentale che la costruzione di tali “strutture dinamiche” si completi, cioè si chiudano le nostre “gestalt aperte”.

Ogni qual volta ci troviamo di fronte ad una qualche nostra difficoltà del vivere, nel gergo gestaltico, diciamo che una “gestalt si apre”, cioè si avvia un processo di strutturazione di un’esperienza per il cui tramite, se quella “gestalt verrà chiusa” positivamente, si sarà compiuto quanto serve per la nostra crescita, il nostro sviluppo e/o, in prima ed ultima istanza, la nostra sana sopravvivenza.

Ogni momento della nostra esistenza, sin dalla prima infanzia, in cui ci accade di ritrovarci in situazioni in cui qualcosa di ciò che ci serve per stare bene (di qualsivoglia genere e tipo, materiale, morale, affettivo, ideale) ci viene a mancare o qualcosa di nuovo dobbiamo “aggiungere”, una gestalt si apre ed il chiuderla positivamente ha il valore di soddisfazione di un nostro bisogno, dal riempirci la pancia al non essere soli, dalla rassicurazione affettiva al riconoscimento personale/sociale, dalla garanzia di una adeguata residenza abitativa all’ottenimento di ciò che si ricerca e desidera, in ambito professionale, sociale, spirituale.

Nel corso della nostra crescita personale, in quelle età in cui prevalente è la responsabilità ambientale relativamente alla soddisfazione dei nostri bisogni esistenziali (principalmente quelli di accudimento, cura e sviluppo personale), ci può capitare di aprire varie gestalt, senza riuscire a chiuderle, senza cioè aver maturato la capacità di gestire, degnamente, le nostre responsabilità del vivere.

Ecco perché possiamo diventare adulti, fisicamente, senza essere cresciuti, psicologicamente e socialmente, senza aver cioè maturato la capacità di rispondere adeguatamente a quanto la vita ci propone.

Quando questo avviene, qualcosa deve essere andato storto nella relazione individuo ambiente e, il più delle volte, le responsabilità maggiori non possono che essere ascritte alle funzioni ambientali, date le condizioni di “minorità”  dell’individuo-bambino.

La gran parte delle capacità che permettono ad un adulto di assolvere alle proprie responsabilità, dipendono da apprendimenti personali, maturati nell’età infantile ed adolescenziale in forza di esperienze dipendenti dall’habitat socio-relazionale in cui le stesse si svolgono, un habitat socio-relazionale che il bambino né può scegliere, né ha la forza di modificare.

Quando qualcuna di queste “capacità” non viene sviluppata, possiamo scommettere sul fatto che siano state in qualche modo disfunzionali le relazioni interpersonali, psicologiche e socio-culturali nel cui ambito si sarebbero dovute formare.

  • Un adulto che non ha la capacità di fidarsi, o di diffidare, quando questo è ciò che gli serve per stare bene,
  • un adulto che non sa attivarsi autonomamente, laddove questo è possibile, per affrontare e risolvere i propri problemi,
  • un adulto che non ha sviluppato senso critico ed autonomia di pensiero,

è un adulto che, molto probabilmente avrà vissuto “esperienze” che non glielo avranno insegnato.

  • Un adulto che accetta passivamente ingiustizie ed oppressioni varie,
  • un adulto che si aspetta che siano gli altri a risolvere i suoi problemi,
  • un adulto che si considera sostanzialmente incapace/inadeguato a far fronte, personalmente, alle proprie necessità/difficoltà esistenziali,

è un adulto che è rimasto nello stato infantile della propria esistenza: un adulto-bambino impotente di fronte al dolore, alla vergogna, all’angoscia e alla paura; un adulto-bambino che risponde con rabbia capricciosa alle proprie frustrazioni, un adulto-bambino che vive in preda alla paura d’essere abbandonato, del mancato riconoscimento e della negata protezione altrui; un adulto-bambino fermo alle condizioni di debolezza psico-fisica dell’età infantile; un adulto-bambino che non si è accorto d’essere cresciuto, d’esser diventato grande e forte, non più alla mercé di adulti che tutto potevano su di lui, contro i quali nulla avrebbe potuto opporre.

Tutti arriviamo all’età adulta con qualche gestalt ancora aperta, che non siamo riusciti a chiudere, proprio perché, in mancanza di un adeguato soccorso ambientale, o perché non ancora “maturi” psico-fisicamente e intellettivamente, non disponevamo di quanto ci sarebbe servito per chiuderle.

Ma adesso che siamo adulti, adesso che la forza fisica non ci manca più, adesso che le nostre facoltà intellettive si sono sviluppate, adesso che possiamo interagire con gli altri e con il nostro ambiente da posizioni che non sono più di “minorità”, siamo chiamati dalla nostra vita a mobilitarci, al meglio delle nostre possibilità, per colmare le lacune che i nostri processi di crescita emotiva, culturale, comportamentale hanno mantenuto.

In quanto adulti, abbiamo la capacità/possibilità di “sopportare” la sofferenza cui il crescere ci può sottoporre, quella sofferenza cui non potevamo far fronte da bambini.

In quanto adulti, possiamo dar maggior valore alle istanze di crescita personale che si muovono dentro di noi, accettandone le sfide.

In quanto adulti, possiamo finalmente scegliere se continuare ad essere oppressi o muoverci per liberarci da ciò che ci opprime o, almeno, cercare di diminuirne il carico.

In quanto adulti che arrivano a maturare il bisogno di tale scelta, possiamo incontrare varie opportunità per soddisfarlo.

Qualunque questa sia, avrà in qualche modo a che fare con la mobilitazione di esperienze in grado di sviluppare i nostri stati di consapevolezza.

Da questo punto di vista, un percorso di counseling o, ancor più, una Formazione IN Counseling, rappresentano una tra le opportunità di maggior valore.

 L’ETÀ ADULTA E LA GENITORIALITÀ’

Una delle esperienze più caratterizzanti lo status di adulto è quella della genitorialità, più come funzione socio-relazionale che biologica.

La prima è la funzione di accudimento, protezione, sostegno e guida che gli adulti svolgono nei confronti dei figli alle prese con i loro processi di crescita e sviluppo; la seconda è quella di mettere al mondo dei figli.

È evidente la derivazione del termine genitorialità da quello di genitore, ma, mentre con genitore si intende “colui che genera”, con genitorialità ci si riferisce soprattutto “alle funzioni di chi si prende cura di chi è stato generato”, che non necessariamente, tutte e sempre, sono a carico del genitore biologico.

Tale precisazione non è di poco conto, perché la cura dei figli non è mai stata, antropo-storicamente e da un punto di vista sociale, un dominio esclusivo dei genitori.

La genitorialità, nella storia umana, è sempre stata una funzione socialmente distribuita e variamente organizzata, comprendendo anche chi genitore non è!

Chiunque e a qualsiasi titolo interviene nell’accudimento, nella protezione, nel sostegno alla crescita e nell’orientamento alla vita sociale di un bambino e/o di un adolescente, incidendone sugli esiti, svolge una qualche funzione genitoriale.

C’è un’importanza particolare nel riconoscere tale cosa.

Possiamo considerare la genitorialità una potenzialità del genere umano che si esprime, sviluppa e valorizza, nell’esistenza dei singoli, in svariate forme.

Nella maggior parte dei casi coincide con il desiderio di avere uno o più figli, con il metterli al mondo e con le relative cure a questi prestate, ma non possiamo confondere procreazione e genitorialità.

Fare un figlio è una funzione fisio-biologica che gli esseri umani possono assolvere senza per questo essere in grado di adempiere alle funzioni genitoriali o, più semplicemente, senza essere in contatto con il bisogno di svolgerle.

Viceversa, possiamo assolvere alle funzioni genitoriali, sentendone il bisogno, pur non facendo/avendo figli nostri.

Comprendere ed aver ben chiaro questo fatto è di grande aiuto per noi counselor, quando ci troviamo ad aiutare persone in difficoltà perché non riescono ad avere un figlio oppure perché sono in difficoltà a svolgere le funzioni di genitorialità nei confronti dei propri figli, ovvero quando sono chiamati a farlo nei confronti di figli altrui.

Procreazione e genitorialità sono due potenzialità distinte, corrispondenti a bisogni distinguibili.

Adempiere a funzioni di genitorialità, quando viene fatto spontaneamente e di propria volontà, è la risposta ai propri bisogni di:

  1. accudire,
  2. proteggere,
  3. sostenere,
  4. guidare la crescita e lo sviluppo non solo dei propri figli biologici, ma di chiunque ne incarni caratteristiche similari o ne possa rappresentare le veci.

La mancata comprensione di questo fatto alimenta il malessere esistenziale di chi, in contatto con il proprio bisogno di maternità/paternità, alias di genitorialità, non vede altra possibilità per soddisfarlo che quella di avere un figlio proprio, generato da sé, anche quando questo dovesse essergli impossibile.

La procreazione è collegata ad un bisogno primario, quello sessuale; la genitorialità è collegata ad una complessa articolazione di bisogni che più si inquadrano in una sfera “secondaria” (vedi la classificazione che dei bisogni secondari propone Maslow), cioè affettivi, relazionali, identitari.

Grazie a Dio non c’è bisogno di fare un figlio per soddisfare i nostri bisogni sessuali e, nemmeno, per soddisfare quelli genitoriali!

Insomma, si può vivere, e bene, anche senza fare figli.

I bisogni affettivi, relazionali, identitari, nelle nostre esistenze, trovano le più svariate possibilità di soddisfazione a prescindere dall’avere o meno dei propri figli biologici.

La procreazione è un bisogno che riguarda la sopravvivenza della specie, non quella della singola persona.

La specie umana morirebbe, estinguendosi, se nessuno facesse figli, non se qualcuno non ne fa!

Basta che li faccia una certa quantità di persone e anche con moderazione, altrimenti ci troveremo presto in una grave crisi planetaria di sovrappopolazione, dove i primi a rimetterci sarebbero i soggetti più deboli e, tra questi, i bambini (insomma, potremmo considerare il fatto che non tutte le persone contattino il proprio bisogni di fare figli, o non tutti riescano a farlo, come una misura naturale, olistica, di controllo delle nascite!).

La vita del singolo individuo, almeno sul piano della propria sopravvivenza, non dipende dal suo fare figli.

Certo, una mancata maternità/paternità può provocare forte malessere esistenziale, quando la si desidera e/o si è fortemente identificati con modelli culturali, ed ideali di sé, che prevedono la maternità/paternità biologica come caratteristica ineludibile di realizzazione ed affermazione personale-sociale.

Spesso questi modelli culturali-ideali “vessano” le donne, molto più che gli uomini, agendo come credenze collettive dalla forte valenza discriminante:

“il destino di una donna è quello di diventare madre e di prendersi cura dei figli, se non fa figli non potrà mai essere una donna completa”;

“nel mondo del lavoro e, più in generale, in quello pubblico, una donna non potrà mai fare quello che fa un uomo (se accade, è un’eccezione che conferma la regola), condizionata com’è dal suo bisogno prioritario di curare i propri figli”.

Invece si può essere uomini a tutto tondo, pur non facendo figli.

Invece, per un uomo, la cura dei propri figli non potrà mai essere fuorviante rispetto al proprio impegno lavorativo e/o pubblico.

Chiara è la determinazione storico-culturale di simili credenze.

Ma altrettanto chiara è la necessità di riconoscerle come tali, cioè “valori” culturali che ciascuno può fare propri o meno e corrispondervi con maggiori o minori difficoltà, sia in un caso che in un altro.

Per noi counselor è importante aver chiaro che se il cliente è identificato con una certa credenza, qualunque questa sia,  o con un bisogno che non può soddisfare per via biologica, avrà bisogno del nostro aiuto se da tali identificazioni scaturirà un qualche suo malessere esistenziale.

Esempi:

  1. il caso di una coppia che non può avere figli e li vuole solo per via biologica;
  2. il caso di una donna che pur potendoli avere, non vuole figli e per questo subisce forme di discredito sociale;
  3. il caso di un uomo che non si “sente” in grado di avere dei figli e gestirne le conseguenze, e per questo si “sente” inadeguato;
  4. il caso di un uomo che preferisce impegnarsi più nella cura dei figli che in quella del proprio lavoro e per questo viene, in vario modo, criticato.

Una volta compreso che la genitorialità è una funzione che riguarda sia i singoli individui, sia la collettività, nelle sue varie declinazioni più o meno istituzionalizzate (non solo i genitori biologici, ma quelli adottivi, i membri della rete parentale-amicale, le organizzazioni pubbliche deputate alla formazione scolastica, all’assistenza sociale e alla gestione dei minori con difficoltà familiari, le associazioni private di volontariato, ecc. ecc.), ed acquisita una conoscenza di base sul come potrebbe muoversi un genitore in difficoltà e bisognoso d’aiuto, materiale/organizzativo, ciò che molto più facilmente può capitare a noi counselor è rispondere alla richiesta di aiuto di un genitore alle prese con le proprie responsabilità genitoriali, che non sa gestire.

Accudire un figlio, proteggerlo, sostenerne lo sviluppo e guidarne la crescita (sotto ogni punto di vista, fisico, culturale, emotivo, spirituale, sociale)   è un compito che un adulto assolve, più o meno adeguatamente, in corrispondenza dei propri valori culturali, delle esperienze genitoriali che, come figlio, ha vissuto, del contatto emotivo che lo lega ai propri figli o alle proprie funzioni genitoriali (anche nei confronti di figli altrui), delle risorse materiali di cui dispone, del sostegno sociale su cui può/sa contare.

Tutto questo universo dovrà essere esplorato, nella relazione di counseling, e debitamente valorizzato.

Certo è che, per un cliente che ci chiede aiuto relativamente alle proprie difficoltà genitoriali, il fare counseling con noi rappresenta una ghiotta occasione per chiudere le gestalt che ha lasciato aperte, relativamente al rapporto con i propri genitori, con il mondo degli adulti, con il proprio essere adulto e con le funzioni che questo comporta.

Nella vita di tutti noi, la relazione con i nostri genitori (o con chi ne ha svolto le funzioni) è un campo esistenziale dal valore fondamentale, relativamente alla formazione del nostro “essere” adulti e ai modi in cui lo decliniamo.

Dall’esperienza che un bambino e un adolescente vive con il mondo degli adulti, principalmente con le forme e i contenuti che questo fornisce in materia di funzioni genitoriali (includendo in queste, non solo quelle della famiglia d’origine, ma  tutte le attività sociali e affettive che sostengono la crescita dei “minori”, dalla scuola d’ogni livello e grado al Sistema Sanitario Nazionale, dagli istituti di assistenza sociale varia al Tribunale dei Minori, ecc. ecc.) si formano le caratteristiche di personalità su cui ciascuno poggia il proprio modo di vivere la propria esistenza.

Come potrebbe essere altrimenti, se la genitorialità è la funzione di accudimento, protezione, sostegno e guida che gli adulti svolgono nei confronti dei figli alle prese con i loro processi di crescita e sviluppo?!

Nelle caratteristiche di personalità di un individuo troveremo sempre tracce importanti dell’influenza genitoriale o, almeno, del modo in cui lo stesso vi ha risposto.

Non vorrei, però, con questo, essere incluso tra chi suole imputare all’ambiente e/o alle funzioni genitoriali l’intero merito o l’intera colpa di quello che siamo e/o facciamo.

Da gestaltista, condivido l’idea che tutto accada al “confine del contatto individuo-ambiente” o, in parole più semplici, tutto accade in forza di come l’individuo contatta l’ambiente, con quale stato d’animo, quali aspettative, quali risorse attive; tutto accade in forza di come l’individuo risponde al contatto ambientale e alle sue sollecitazioni.

Su questo piano è evidente la possibilità che ad uguali condizioni ambientali, alias influenze genitoriali, individui diversi rispondano in modo differente.

Ma ciascuno risponde in forza delle proprie capacità/possibilità di risposta, che da bambini nessuno ha ancora potuto sviluppare al meglio delle proprie possibilità e, giocoforza, per  qualcuno queste possibilità di risposta potranno non essere state sufficienti a permettergli di chiudere le gestalt aperte, nel processo di crescita personale, al tempo della propria infanzia e/o adolescenza.

Proprio per questo c’erano i “grandi”! in primis i genitori, per aiutare i bambini a reggere l’urto del contatto ambientale e delle difficoltà della loro crescita.

Proprio per questo la responsabilità degli adulti, alle prese con le loro funzioni genitoriali, sono più rilevanti di quelle di chi di tali funzioni è fatto oggetto, nel corso della propria crescita.

Ora, ciò su cui vorrei richiamare l’attenzione è la possibilità di utilizzare il proprio agire le funzioni genitoriali come opportunità per chiudere quelle gestalt che nella relazione con i nostri genitori sono rimaste aperte, impedendoci di  maturare, pienamente, le “competenze” tipiche dell’età adulta:

  • indipendenza e autonomia di pensiero, azione, sentimento;
  • metabolizzazione del principio e delle funzioni di autorità e relativa capacità di interagirvi positivamente (accogliendolo o respingendolo, alla bisogna);
  • riconoscimento di sé, dei propri ruoli e funzioni sociali;
  • consapevolezza emotiva (con particolare riferimento alla capacità di gestire, in modo sufficientemente buono, i propri sentimenti e le proprie emozioni: paura, sofferenza, rabbia, sicurezza/insicurezza,fiducia, ecc.);
  • senso e funzioni della responsabilità/attivazione personale (con particolare riferimento al “che fare” per una buona gestione della soddisfazione dei propri bisogni)
  • la capacità di risolvere e/o “lasciare andare” le varie sofferenze vissute durante l’infanzia-adolescenza.

Riprendendo quanto affermato qui sopra, nella parte in cui abbiamo trattato l’età adulta come opportunità di  chiusura delle gestalt aperte, ricordiamo che un adulto che non abbia maturato tali “competenze” rischia d’essere un adulto-bambino, impotente di fronte al dolore, alla vergogna, all’angoscia e alla paura; un adulto-bambino che risponde con rabbia capricciosa alle proprie frustrazioni, un adulto-bambino che vive in preda alla paura d’essere abbandonato, del mancato riconoscimento e della negata protezione altrui; un adulto-bambino fermo alle condizioni di debolezza psico-fisica dell’età infantile; un adulto-bambino che non si è accorto d’essere cresciuto, d’esser diventato grande e forte, non più alla mercé di adulti che tutto potevano su di lui, contro i quali nulla avrebbe potuto opporre.

Ma ora, affrontando le proprie funzioni genitoriali, prendendosi cura dei propri (e/o di altri) bambini, questo adulto-bambino può rivisitare tutte quelle proprie esperienze che l’hanno lasciato in queste condizioni e, vivendone di nuove, trovare i funzionali rimedi a quell’insieme di stati emotivi e di difficoltà mentali-comportamentali or ora riportati.

Ora che è “un adulto grande e forte” e che, da questa posizione, può far vivere ai propri figli esperienze di buona crescita, facendolo, vi parteciperà lui stesso, e da tale partecipazione potrà imparare a chiudere quelle proprie gestalt che lo mantenevano in quella condizione di “adulto-bambino” spaventato, insicuro, inconsapevole delle proprie possibilità di buona gestione delle proprie difficoltà esistenziali.

Un adulto che, per questo, volesse chiedere aiuto ad un counselor, potrebbe nella relazione di counseling, far esperienza delle sue possibilità d’essere protetto e di proteggere, d’essere rassicurato, di rassicurare e di stare con la sofferenza.

Grazie a questa esperienza potrà vivere nuovi stati d’animo, più connotati sul piano del coraggio, della fiducia, della speranza e della proattività.

Tutta “roba” che potrà riportare nelle proprie funzioni genitoriali e, così, qualificarle, permettendosi di vivere esperienze che lo aiuteranno a chiudere le sue gestalt aperte, nel rapporto con i propri genitori e con chi ne ha svolto funzioni assimilabili.

È proprio dal rapporto con i propri genitori, avuto da bambino, che l’adulto può partire per trarre buone indicazioni sul come svolgere al meglio le proprie funzioni genitoriali.

Che esperienze ha fatto del, e nel, rapporto con i propri genitori?

A cosa gli sono servite?

Quanto lo hanno aiutato?

Quanto lo hanno messo in difficoltà?

Riesce, oggi che è adulto, a vedere le identità e le differenze tra il proprio modo di pensare e di agire e quello dei suoi genitori? Ne riconosce pregi e difetti?

Quali caratteristiche della propria personalità e del proprio modo di vedere il mondo, e di viverci, riconosce come dipendenti dall’educazione genitoriale ricevuta e dal modo in cui è stato “trattato” dai propri genitori? Quali e quante, invece, riconosce come formatesi in forza di altre, proprie, esperienze?

I suoi genitori sono stati autoritari con lui? O puntavano a coinvolgerlo, autorevolmente, in ciò che gli richiedevano?

O forse erano troppo permissivi?

Ha avuto genitori “negligenti”?

Oppure genitori “dissonanti”, che “predicavano una cosa e ne facevano un’altra”?

Forse i suoi genitori sono stati buoni esempi di comportamenti virtuosi e maniere gentili e civili?

La psicologia è prodiga di indicazioni sulle relazioni di causa-effetto tra uno stile genitoriale (autorevole, autoritario, permissivo) e le conseguenze di personalità, nella formazione degli individui.

Quello che a noi qui più interessa sottolineare è l’importanza dell’educazione genitoriale, per le sorti esistenziali delle persone.

Un bambino, per “crescere bene” ha bisogno sia di autorevolezza, sia di autorità, sia di permissività, distribuite secondo criteri di opportunità e funzionalità.

Nella nostra esistenza, saremo più volte, Tutti, chiamati a rispondere positivamente, funzionalmente,  per il nostro benessere individuale e sociale, all’autorità; così come ci capiterà senz’altro di doverla esercitare.

Ne saremo capaci?!

A Tutti noi ci capiterà di aver bisogno del consenso altrui e/o di doverlo assegnare; aver fatto buona esperienza di cos’è e come funziona l’autorevolezza, ci sarà allora di grande aiuto.

Tutti noi ci ritroveremo a dover prendere decisioni,in autonomia e piena indipendenza, ovvero in contrasto da chi vorrebbe poter decidere al posto nostro.

Se non avremo fatto esperienza delle nostre possibilità di farlo, se cioè non ci sarà stato “permesso” da piccoli, più facilmente la cosa ci risulterà difficile!

La vita ci chiamerà a prenderci cura, in prima persona, di noi stessi e ci chiederà, anche, di aiutare il prossimo.

Certo, in questa funzione, è più facile pensare che ci abbia penalizzato aver avuto genitori che ci hanno accudito in modo “negligente” ( hanno fatto per noi decisamente meno di quello di cui avevamo bisogno, da loro) o si siano proposti come “cattivi esempi” (in psicologia si usa un termine specifico:  si parla di “dissonanza”), ma madre natura ci ha fornito la potenzialità di imparare anche dagli sbagli fatti e dai torti ricevuti e tante sono le persone che hanno imparato a prendersi cura di loro stessi e degli altri proprio in risposta al non aver ricevuto loro stessi le cure di cui avevano bisogno!

Nella visione delle cose qui privilegiata, al centro dell’esistenza individuale c’è l’individuo, con le sue potenzialità di apprendere (alias prendere, imparare e fare proprio) dall’ambiente intero (non solo dai genitori) quanto gli serve per vivere.

I genitori fanno parte dell’ambiente, non lo esauriscono.

Quello che non ci hanno dato, o ce lo hanno dato male, è sempre stato un qualcosa da loro stessi “appreso” dall’ambiente, secondo le loro capacità/possibilità; un qualcosa che adesso, da adulti, possiamo prendere noi, prescindendo dalla loro mediazione, in forza delle nostre personali capacità/possibilità e del nostro volerle/saperle sviluppare.

Gli stili educativi, gli ideali e i valori (con particolare riferimento alle identificazioni di genere sessuale, al senso di responsabilità individuale, a quello sui valori di collaborazione/competizione sociale, alle scelte morali e/o ideologiche), che la famiglia incarna e veicola, rappresentano il più ampio contesto socio-culturale in cui la famiglia stessa è inserita.

Ogni comportamento individuale vi fa, in qualche modo, riferimento, rispecchiandone i valori, i modelli ideali, le necessità, i funzionamenti e le contraddizioni.

Così, ad esempio, nelle società preindustriali ed in quelle ancora oggi caratterizzate da attività artigianali e contadine, in famiglia vengono promosse abilità pratiche fin dall’infanzia, i ragazzi godono di maggiore autonomia, cominciano a lavorare e ad essere produttivi più precocemente.

Spesso i bambini lavorano, partecipando così, in maniera integrata, ad un mondo che in altri contesti socio-culturali è deputato esclusivamente agli adulti.

La cosa ha riflessi contraddittori.

Per certi versi può rappresentare un deficit di attenzioni e cura, da parte dei genitori nei confronti dei figli.

Per certi altri, può rappresentare un importante input alla crescita personale, sollecitando lo sviluppo del senso di responsabilità individuale e del valore della collaborazione sociale.

Certo è che il tutto risponde ai modi in cui tali società si sono organizzate per garantire la sopravvivenza dei propri membri e/o il loro benessere.

Nel rapporto tra organizzazione economica-sociale e dimensione culturale in cui questa avviene e che questa influenza, si inscrivono le infinite variabili di declinazioni pratiche del comportamento umano, in generale, e di quello relativo alle funzioni e alle “pratiche “ genitoriali, in particolare, nonché sulla prevalenza di uno stile genitoriale (autoritario-autorevole-permissivo) piuttosto che un altro.

In alcuni contesti socio-culturali prevale il valore della permissività e della non interferenza, relativamente al comportamento infantile, preferendo il valore della curiosità, dell’esplorazione e della scoperta a quello dell’obbedienza.

In altri è addirittura considerato sconveniente il fare domande!

In alcuni contesti la gestione minuziosamente programmata e organizzata delle giornate è un valore forte.

In altri si preferisce “il genio e la sregolatezza”.

E così via.

La differenza di valori fa sì che identici comportamenti, in contesti sociali diversi, siano promossi o sanzionati.

Certo è che tutti i genitori del mondo, di tutti i contesti storici-sociali, abbiano sempre avuto la convinzione di agire per il meglio dei propri figli.

Ma il “meglio” è sempre un valore relativo.

Aver coscienza di questa relatività ci aiuta a non dare per scontato “ciò che è meglio” e ci induce a ricercarlo in funzione dei bisogni soggettivi, nei contesti in cui si evidenziano, cui si riferisce.

Riconosciuto il bisogno evolutivo che si vuole soddisfare, e le sue possibilità d’essere soddisfatto date le condizioni ambientali, ciò che ne aumenta o diminuisce le possibilità di soddisfazione, sono le “pratiche” genitoriali, cioè i comportamenti specifici che un genitore adotta nell’espletamento delle proprie funzioni:

  • legge per e con i propri figli?
  • Interagisce con loro e come? Lo fa “faccia a faccia” o in altro modo?
  • Separa gli spazi di vita tra sé e i figli e in che modo e misura?
  • Gioca con loro o li sollecita a farlo da soli?
  • Cosa vieta e cosa promuove?
  • Propone valori e comportamenti differenti secondo criteri di appartenenza sessuale?

Certo ognuno fa quel che può e sa.

È ovvio quindi che avere buona coscienza e conoscenza degli step e dei bisogni evolutivi dei nostri figli, può aiutarci ad essere dei genitori migliori.

Anche per questo, nel presente manuale, dedichiamo capitoli specifici all’infanzia e all’adolescenza.

In questa sede proponiamo una raccolta di input, ad hoc, per genitori desiderosi d’essere bravi genitori:

  • Dedica tempo ai tuoi figli, riempiendolo di comunicazioni positive e di riguardi affettuosi.
  • Incoraggiali a comportarsi secondo le loro migliori possibilità, usando l’elogio, la rassicurazione e il coinvolgimento.
  • Cerca di essere un buon esempio, loro imparano più da quello che fai che da quello che dici.
  • Usa con loro tutta la benevolenza di cui disponi (e se è poca, impegnati ad aumentarla!).
  • Scegli forme di comunicazione gentile e premiali per i loro successi.
  • Non dare troppe regole, ma insegna loro le più importanti.
  • Aiutali a fare esperienza dei loro limiti e dei tuoi.
  • Aiutali ad esprimere quello che sentono e pensano e a confrontarsi su tutto ciò, innanzitutto con te.
  • Guidali nel bonario riconoscimento delle relazioni di causa-effetto; sia quelle che possono gestire, sia quelle che sfuggono al loro controllo.
  • Contienili, quando necessita, e lasciali liberi tutte le volte che te lo chiederanno, potendoselo permettere.
  • Sanziona adeguatamente le loro scorrettezze, ma permetti loro di sbagliare.
  • Premia l’impegno e la buona volontà, prima dei risultati che ottengono.
  • Osservali e ascoltali, per intuire le loro potenzialità e aiutarli a valorizzarle, indirizzandoli opportunamente, secondo ciò che è buono per loro, anche quando non dovesse esserlo per te.

 I CAMBIAMENTI FISIOLOGICI ED I CORRELATI PSICOLOGICI E SOCIALI DELL’ETÀ ADULTA

Sul piano fisiologico, l’età adulta è un opposto delle età che la precedono.

Nasciamo che siamo deboli e gracili; crescendo attraversiamo la nostra infanzia e la nostra adolescenza, uscendone forti e robusti.

Insomma, un vero e proprio percorso di crescita, sviluppo, miglioramento.

Nell’età adulta, invece, entriamo che siamo forti e robusti e ne usciamo che siamo deboli e gracili.

Insomma, un percorso a ritroso, di decrescita, involuzione, peggioramento.

Da questo punto di vista, dunque, l’età adulta è un “pezzo” della nostra vita, costellato da cambiamenti difficili da digerire.

I cambiamenti del nostro stato fisiologico sono accompagnati da quelli morfologici e dal susseguirsi progressivo di “dolorini” fisici vari.

Diminuzione delle masse magre (muscolari) ed aumento di quelle grasse; rinsecchimento della pelle, che diventa sempre più rugosa, perdita dei capelli e loro imbianchimento,  diminuzione del vigore fisico, della vista, dell’udito, delle capacità motorie e della libido e … mi fermo qui perché mi sto intristendo (ahahahahahahahah, ma mi scappa anche da ridere!).

Eh già! diventiamo grandi e cominciamo ad invecchiare, anche quando, per essere vecchi c’è ancora tempo.

Come viviamo il nostro processo di invecchiamento?

Invecchiare con disinvoltura o, almeno, senza patire troppo i correlati pratici ed emotivi del nostro invecchiamento fisiologico, dipenderà sostanzialmente dal nostro accettarlo, cosa che, a sua volta, molto dipenderà dalla quantità/qualità di soddisfazioni personali con cui riusciremo ad accompagnarlo.

Certo, ci aiuterà molto sapere che l’invecchiamento è una “pena” condivisa, dalla quale non scappa nessuno.

Ma ancor di più ci aiuterà il riuscire ad armonizzare il processo di invecchiamento fisiologico con l’assolvimento delle nostre funzioni, che ci saremo personalmente assegnati e di cui ci riconosceremo socialmente investiti.

Ci aiuterà, quindi, cosa più importante di tutte,  il riuscire a soddisfare i nostri bisogni, nella loro progressiva crescita, quantitativa e qualitativa (nasciamo che abbiamo bisogno di mangiare, bere, dormire, di contatto fisico e poco altro ancora, tutto “garantito” e donato gratuitamente; da adulti, ai bisogni primari si aggiungono una lunga fila di bisogni secondari, di relazioni sociali, di conoscenza, di spiritualità, di creatività, di affermazione personale; tutti bisogni la cui soddisfazione non è “garantita” da alcunché; tocca a noi darci da fare).

Insomma, ci farà bene considerare che sì, cominciamo e continuiamo ad invecchiare, fisiologicamente, da adulti, ma, da adulti, continuiamo a crescere socialmente e psicologicamente e, in collegamento a quanto e a come sapremo/potremo vivere questa crescita, noi staremo bene e sapremo meglio accettare il nostro invecchiamento fisiologico, “compensandolo” alla grande col cumolo di soddisfazioni esistenziali che riusciremo a cogliere.

In altre parole, tutto dipende da come e quanto sapremo crescere ed invecchiare, con particolare riferimento ai contenuti di soddisfazioni personali di cui sapremo, riusciremo a, riempire la nostra vita.

E a noi counselor cosa potrà capitare di dover “incontrare”, facendo counseling con i nostri clienti adulti (che è bene precisare, rappresentano il target più cospicuo del nostro lavoro)?

  • Molti ci porteranno le loro difficoltà di affermazione realizzazione lavorativa, costellate da dinamiche relazionali conflittuali e frustrazioni varie.

E allora, a noi counselor, ci aiuterà sapere che la realizzazione lavorativa-professionale soddisfa non solo bisogni di sussistenza e sicurezza materiale, personale; tale realizzazione molto ha a che fare con un’affermazione di sé, che, nel nostro contesto storico-sociale, incornicia un “io” non sempre “reale”, il più delle volte idealizzato, associato com’è a modelli culturali cui è pressoché impossibile corrispondere.

Ci farà bene avere una buona coscienza/conoscenza di questi modelli, per aiutare i nostri clienti a riconoscerli come “altro” da sé, quando proprio questo sono!

Saper lavorare, con i nostri clienti, sul riconoscimento dei rapporti che intercorrono tra quello che siamo, possiamo e vogliamo, personalmente, e quello che ci viene proposto dai modelli ideali cui aderiamo, è una competenza importante per noi counselor; ci aiuta ad aiutare i nostri clienti a dar valore a quello che concretamente possono realizzare e già hanno realizzato, aiutandoli a mollare pericolose, immaginarie, identificazioni psicosociali.

  • Molti ci porteranno problematiche legate alle proprie relazioni familiari, con coniugi, fidanzate/i, figli, parenti, amici.

E allora, a noi counselor ci aiuterà sapere che tutto ciò che ci “giochiamo” fuori di noi ha, ed è, un riflesso di quello che “gioca” dentro di noi: i nostri sentimenti, le nostre emozioni, i nostri bisogni, i nostri pensieri. Saper indagare questa materia, sapere come fare (che è il sapere più importante di noi counselor) a riconoscerla e a farla riconoscere, è l’aspetto più qualificante del nostro lavoro.

  • Molti ci porteranno la propria incapacità di fare delle scelte.
  • Molti ci porteranno le loro paure.
  • Molti ci porteranno la propria indisponibilità ad accettare quello che gli sta capitando.
  • Tutti ci porteranno la difficoltà di stare al passo di ciò che è cambiato e/o sta cambiando nella propria vita.

Lo ripetiamo: “Tutta la nostra vita scorre sul filo del cambiamento”, nell’età adulta ci sono cambiamenti  di “status” particolarmente importanti e, spesso, particolarmente difficili da gestire.

Ogni cambiamento di ruolo-funzione sociale, in ambito

  • lavorativo (dal primo impiego agli “scatti” di carriera e/o di mansioni),
  • sociale (la maggiore età, lo stato civile, gli incarichi pubblici),
  • privato (lasciare la famiglia d’origine, sposarsi, separarsi, cambiare residenza geografica),

rappresenta un momento di possibile “crisi dell’esistenza”, perché quello che c’era prima non c’è più ed al nuovo non abbiamo ancora imparato a far fronte.

In queste occasioni, quando l’aiuto che riusciamo a darci, e/o a reperire nel nostro ambito socio-relazionale,   non è sufficiente, chiedere aiuto ad un counselor è certamente una buona possibilità, per venirne fuori al meglio!

Molto si potrebbe ancora approfondire sull’età adulta, ma, la sua visione d’insieme, che mi ripromettevo di mettere a fuoco, mi sembra definita, quindi, ritengo di potermi fermare qui; non senza però lanciare, sul tema “I cambiamenti di status dell’età adulta”, due pietre nello stagno.

Le due “pietre” sono la “maternità” e la “menopausa”.

Due cambiamenti di “status” particolarmente rilevanti, e critici, per la, e nella, esistenza delle donne.

Due cambiamenti di forte impatto, sia personale, sia sociale.

Di questi, però, preferirei che a parlarne fosse una donna.

Per cui, ne inserirò la trattazione, in questo manuale, appena una collega (o anche un’allieva) counselor me ne proporrà una, in grado di soddisfare il nostro bisogno di conoscenza sul cosa possa voler dire, rappresentare, significare, in questo nostro tempo storico-sociale, per chi la vive, l’esperienza della “maternità” e/o quella della “menopausa”.

1 comment

  1. Edoardo 16 aprile, 2021 at 11:03 Rispondi

    Caro Domenico,
    ho trovato la lettura di questo capitolo del manuale molto interessante. Forse sarà dovuto al mio momento cronologico di vita e l’avvicinamento a quella fase discendente che riporti nel testo? 🙂
    Cmq l’ho trovato un testo fluido, che ti cattura nella lettura e nei contenuti riportati. Utilissimo come riferimento nel lavoro di counseling , ma anche un buono spunto per riflettere sulla nostra adultità, sul percorso di vita individuale di ognuno di noi.