Pragmacounseling. Manuale per la formazione in counseling. Capitolo 1

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IL COUNSELING COME PRAGMACOUNSELING.

Il presente articolo fa seguito a:  “Pragmacounseling. Manuale per la formazione in counseling” e precede “Pragmacounseling. Capitolo 2 – La Storia del counseling”.

1. Il Counseling come Pragmacounseling

1.1 Innazitutto
1.2 Lo stato delle cose
1.2.1 Cos’è il “saper far counseling”
1.2.2 A cosa serve “saper far counseling”
1.2.3 Cosa caratterizza il “saper far counseling”
1.2.4 Cosa rende specifico il “saper far counseling”
1.2.5 Come si apprende il “saper far counseling” (dove vengono introdotte la valenza, il concetto e le motivazioni dello “yogging”)
1.2.6 Quali risultati produce il “saper far counseling”
1.2.7 Come si attesta e certifica il “saper far counseling”

 Innanzitutto.

 Il counseling è una relazione d’aiuto professionale fondata sulle capacità ed abilità personali del counselor, che la gestisce, di accompagnare i propri clienti in percorsi di sviluppo di consapevolezza tali da metterli in condizione di meglio affrontare le difficoltà che stanno vivendo, rispetto alle quali chiedono aiuto.

Il tipo di aiuto che il counseling offre si costruisce, nella relazione counselor-cliente, in forza di una specifica e particolare struttura di attività pratiche condotte, professionalmente, dal counselor.

In altre parole, due sono gli elementi che individuano e caratterizzano il counseling come attività professionale, distinguibile da tutte le altre professioni d’aiuto:

  1. il suo essere praticato, da uno specifico professionista denominato counselor, in forza di un’accurata e capace gestione di specifiche, proprie e particolari attività,
  2. che altro non sono che “pratiche”, apprese in forza di una specifica esperienza formativa.

Non sarà mai ripetuto abbastanza:

<<Le attività che caratterizzano ed individuano il counseling sono “pratiche” la cui efficacia dipende dalla capacità di chi le esercita>>.

Per tale ragione sono, anche e comunemente, chiamate abilità di counseling.

Per questa stessa ragione qui si parla di Pragmacounseling, per valorizzare del counseling il suo essere, innanzitutto e sostanzialmente, la pratica (strategicamente organizzata, cioè volta al conseguimento di uno o più scopi specifici) di abilità personali, comunemente chiamate di counseling.

Riprendendo l’idea di counseling qui sopra proposta:

  • “il counseling è quella relazione interpersonale-professionale in cui noi counselor agiamo per attivare e sostenere gli sviluppi di consapevolezza personale necessari ai nostri clienti per meglio affrontare i loro problemi” –

è importante precisare che con la locuzione “consapevolezza personale” intendiamo lo stato di adeguato contatto con quanto stiamo pensando (giudizi, immaginazioni, riflessioni, analisi, ragionamenti), quanto stiamo sentendo (emozioni, sentimenti, sensazioni), quanto stiamo facendo (atteggiamenti comportamentali, automatismi nevrotici, comportamenti ed azioni).

Un contatto la cui funzione è quella di permetterci di RICONOSCERE le interazioni tra quanto sentiamo, pensiamo e facciamo, spingendoci a meglio gestirle, muovendoci verso pensieri, comportamenti e sentimenti funzionalmente in grado di portarci a meglio soddisfare i nostri bisogni, facendoci stare meglio ed in sano equilibrio con il nostro ambiente.

Poiché i processi di consapevolezza che si attivano e sviluppano nel counseling sono funzione diretta delle dinamiche relazionali proprie della relazione di counseling, per fare counseling è indispensabile possedere uno specifico insieme di particolari capacità/abilità relazionali.

È proprio l’uso appropriato di tale specifico insieme di particolari capacità/abilità relazionali che caratterizza il saper far counseling, l’arte cioè di aiutare gli altri a meglio affrontare qualsivoglia  difficoltà del vivere.

Per questa ragione, l’acquisizione di tale insieme di particolari capacità/abilità relazionali ed il saperlo usare in chiave d’aiuto professionale non possono che essere gli ovvi obiettivi didattici di ogni, rispettabile, progetto formativo in counseling.

Per questa ragione la formazione in counseling è un’esperienza assolutamente indicata per chiunque sia, in qualunque modo, animato dal desiderio, dalla volontà, dal bisogno di aiutare il prossimo o, più semplicemente, dalla necessità di affinare le proprie capacità di farlo nelle situazioni di vita personale-professionale in cui questo stia già avvenendo.

Chiunque sia in qualche modo cultore delle forme, dei contenuti, delle caratteristiche dell’esistenza umana, nelle sue dimensioni storico-sociali, antropologiche, psicologiche, sa quanto nell’uomo il bisogno di dare aiuto incontri quello di riceverlo e sa quanto questi due bisogni articolino l’aiuto come bisogno costante, che accompagna l’esistenza umana in ogni sua circostanza sociale, storicamente e geograficamente determinatasi.

Oggi, in molte parti del mondo, il counseling è una tra le possibilità che l’uomo ha per soddisfare il proprio bisogno d’aiuto, sia quello di darlo, sia quello di riceverlo.

Con la nostra formazione in counseling, noi counselor:

  • sperimentiamo quanto la soddisfazione di ogni bisogno sia funzione del positivo fluire dei processi di consapevolezza ad esso collegati;
  • impariamo quanto il sano fluire dei nostri processi di consapevolezza dipendano dal grado di buona, perché congrua e funzionale, integrazione di quanto “sentiamo”, “pensiamo”, “facciamo”;
  • apprendiamo quanto dalla qualità di tale integrazione dipendano gli stati di benessere/malessere esistenziale di chi ci chiede aiuto e di noi stessi.

Dalla nostra formazione in counseling e dal nostro fare counseling traiamo il senso di quanto la qualità di tale integrazione sia una funzione diretta del grado di responsabilità di chi è chiamato a gestirla.

Parliamo, qui, di “responsabilità”, riferendoci al suo valore etimologico:

– “responsabilità” = respònsum (latino risposta) + abilità = “abilità di risposta”, alias capacità di dare risposte funzionali ed efficaci a quanto siamo chiamati a fare.

Noi counselor sappiamo quanto “consapevolezza” e “responsabilità” siano un binomio inscindibile: non si dà l’una senza l’altra.

Responsabilità del nostro “ascolto”, della nostra “osservazione non giudicante”, del nostro “senso critico”, della nostra “buona volontà”, del nostro “coraggio” e della nostra “intelligenza emotiva”.

Consapevolezza di una congrua e funzionale integrazione del nostro “sentire”, “pensare” ed “agire”, funzione diretta del nostro essere “attivamente presenti” (cioè adeguatamente e funzionalmente in contatto con quanto stiamo sentendo, pensando ed agendo) nelle circostanze della nostra esistenza che lo richiedono, per soddisfare un nostro bisogno e/o per aiutare al meglio chi, da solo, non riesce a soddisfare i propri e, per questo, ci chiede aiuto.

Se ciò che caratterizza il counseling è “ciò che facciamo noi counselor e come lo facciamo”, parlare di pragmacounseling rende giustizia al valore pragmatico del counseling e sottolinea la necessità di mettere al centro di ogni percorso di formazione in counseling, e di ogni definizione di counseling, la sua dimensione pratica-esperienziale.

Riconoscendo il valore pragmatico del counseling, diventa ovvio e consequenziale caratterizzarne i percorsi formativi su registri pratico-esperienziali.

Per questo la formazione in counseling non può che essere, innanzitutto, una “palestra”, in cui ci si esercita e ci si allena a meglio integrare “ciò che pensiamo”, “ciò che facciamo”, ciò che “sentiamo” (alias ciò che proviamo percettivamente/sensorialmente).

La formazione in counseling è una palestra in cui si impara a meglio riconoscere ciò che sentiamo-pensiamo-facciamo e si apprende come meglio gestirlo, per stare meglio e per essere poi in grado di sostenere i nostri clienti a fare altrettanto (possiamo aiutare qualcuno a fare qualcosa che noi stessi non sappiamo fare?!).

La bellezza della formazione in counseling è, quindi, quella di essere un percorso di formazione professionale, che è soprattutto una vera e propria, magnifica, esperienza di crescita e di arricchimento personale, che qualifica l’esistenza di chi la vive, migliorandone il modo di stare al mondo.

La formazione in counseling ci abitua ad integrare funzionalmente pensieri, sentimenti e comportamenti, rendendoci capaci di aiutare i nostri clienti a fare altrettanto con i loro pensieri, con i loro comportamenti, con i loro sentimenti; questo li aiuterà a sviluppare i loro stati di consapevolezza personale, che li sosterranno nell’attivazione e nello sviluppo di pensieri e sentimenti in grado di orientarli verso comportamenti più utili al loro benessere e al miglioramento della loro esistenza.

Promuoviamo l’utilizzo del concetto di pragmacounseling anche per il suo essere portatore di una visione del counseling che ci semplifichi il definirlo, aiutandoci a meglio rispondere a domande quali:

  • Cos’è il counseling?
  • Cosa lo caratterizza?
  • Cosa lo rende specifico?
  • Cosa lo differenzia da altre tipologie di relazione d’aiuto?

<<Il counseling è una relazione d’aiuto professionale praticata da uno specifico professionista, denominato counselor, in forza di uno specifico e particolare modo di stare con se stesso, in relazione con i propri clienti, gestendone opportunamente le dinamiche di comunicazione, con l’intento preordinato di sostenere, in loro, sviluppi di consapevolezza tali da migliorare significativamente le loro capacità/possibilità di affrontare le situazioni problematiche che stanno vivendo, rispetto alle quali chiedono aiuto>>.

Da tale visione del counseling deriva che:

<<Il “particolare modo di stare con se stessi, in relazione con gli altri,” che il counselor adotta nelle proprie relazioni di counseling, è il più importante obiettivo formativo della formazione in counseling, ne rappresenta il tratto distintivo, perché caratterizza ed individua, in modo specifico, cosa voglia dire essere un counselor, cosa voglia dire fare counseling>>.

Tale visone del counseling e del “cosa voglia dire essere un counselor” è sostenuta da una “banale” ovvietà: << Per fare counseling, bisogna saperlo fare>>.

Saper fare counseling è funzione diretta del saper gestire, utilizzandola al meglio, una specifica architettura di atti/competenze relazionali, che potremmo definire “caratterizzanti” il fare counseling:

  • Accogliere
  • ascoltare in modo propriocettivo/empatico
  • comunicare in modo non violento, compassionevole ed efficace
  • osservare senza giudicare
  • avere una presenza attenta, consapevole e interattiva col proprio cliente (cioè “esserci” nella relazione, stare dentro la relazione, in contatto empatico col cliente; diversamente da quanto fanno altri professionisti della relazione d’aiuto, che considerano il proprio coinvolgimento umano, nella relazione con i propri pazienti, un’interferenza, un fattore di disordine, di mancanza di controllo e di verificabilità scientifica)
  • incontrare l’altro, suscitando sentimenti di fiducia, riconoscimento, rassicurazione, conforto
  • accompagnare gli altri in percorsi di sviluppo di consapevolezza personale tali da metterli in condizione di meglio affrontare i loro problemi e, magari, risolverli
  • gestire le operazioni di marketing personale funzionali al procacciamento del proprio lavoro.

Questi sono gli atti/competenze relazionali che caratterizzano il fare counseling professionalmente!

Riconoscere del counseling il suo valore squisitamente pragmatico non vuol dire non considerare l’importanza, per chi lo eserciti professionalmente, di uno specifico background culturale in grado di contenere una buona conoscenza della natura umana, delle sue declinazioni storiche, antropologiche, sociologiche e psicologiche.

Il “saper far counseling” è sempre sostenuto da una certa conoscenza dell’uomo, in particolare:

  • dei suoi processi di crescita,
  • dei suoi cicli di vita personale/sociale/di gruppo,
  • delle sue dinamiche psichiche, socio-culturali e di comunicazione interpersonale,
  • delle sue caratteristiche legate all’appartenenza di genere.

Per tale ragione, in questo testo, a queste “conoscenze” sono dedicati specifici capitoli, per dare alla nostra visione del counseling come “pragmacounseling” una cornice di riferimenti, teorici e ideali, che ci aiuti a valorizzarla e, naturalmente, a metterla meglio in pratica.

Circa il rapporto tra riferimenti teorico-ideali e apprendimento esperienziale, voglio fare un esempio:

tra sapere, da un punto di vista teorico-ideale, cosa e come fare per accogliere-ascoltare l’altro, nonché quali siano le condizioni e le tecniche che lo renderebbero possibile, e “saperlo fare” concretamente, sapere cioè accogliere/ascoltare adeguatamente chi viene, col proprio carico di tensioni emotive e materiali, a chiederci aiuto, c’è una distanza che solo l’apprendimento pratico del particolare modo di “accogliere/ascoltare”, messo in atto da un bravo counselor nelle sue relazioni di counseling, può colmare.

Proprio perché mirata all’acquisizione di saperi pratici, la formazione in counseling si qualifica come modello pedagogico di formazione pratica-esperienziale, dove ciascun allievo più che “imparare” in funzione di ciò che gli viene insegnato, “apprende” in funzione di ciò di cui fa esperienza diretta-personale.

L’apprendimento di cui parliamo necessita di un “lavoro” personale di conoscenza di sé, con particolare riferimento al riconoscimento/rielaborazione di quelle proprie istanze emotive e culturali che potrebbero ostacolare il riuscire ad “accogliere/ascoltare” l’altro.

Alla formazione in counseling si accede con alle spalle un’esperienza di vita e di formazione personale che, in materia di conoscenza dell’uomo, non può non aver già strutturato buone basi.

Su di queste, chi si occupa di formazione in counseling interviene “ad hoc”, per rafforzarle ed integrarle, secondo il fabbisogno di ciascun proprio allievo.

Concludo questa parte introduttiva ribadendo che, con la scrittura di questo libro, voglio sostenere una visione del counseling come attività professionale in cui la pratica vale mille volte più di ogni teoria, confidando che questo possa aiutare a riconoscere la possibilità che alla formazione pratica-esperienziale del counseling possano accedere Tutti, anche i non laureati, purché abbiano buone capacità di apprendimento personale, buona propensione al confronto interpersonale, uno sviluppato senso critico, una buona disponibilità a mettersi in gioco emotivamente e, in ultimo, una cultura di base in grado di reggere e valorizzare gli approfondimenti teorico-culturali funzionali allo sviluppo del percorso stesso di formazione in counseling.

Nei confronti di chi richiede di iscriversi ad una scuola di counseling, la valutazione che tale cultura di base e le possibilità soggettive di poterla opportunamente sviluppare, siano sufficienti a garantire una proficua partecipazione alla formazione in counseling stessa,  non può dipendere dalla semplice verifica del possesso di un qualsivoglia titolo di studio e/o di una qualsivoglia età anagrafica.

Più adeguatamente, tale valutazione emergerà come risultante di un apposito programma di introduzione al percorso di formazione in counseling, in cui si verificheranno le compatibilità pratiche con un’efficace partecipazione allo stesso.

Se il candidato allievo dimostrerà di potere e sapere stare nei lavori di gruppo organizzati per la formazione in counseling, sarà compito dell’ente formativo gestire l’efficace offerta di un piano di studi mirato, affinché l’allievo acquisisca le conoscenze teoriche indispensabili al buon “funzionamento” delle competenze di counseling che andrà acquisendo.

Di tali “conoscenze teoriche” questo libro vuol essere, anche, una sorta di breviario.

 

  Lo stato delle cose.

In Italia, il counseling è una libera professione non regolamentata, NON inquadrata in alcun sistema ordinistico, di “Collegi” e “Albi” professionali.

Quindi, formalmente/giuridicamente, in Italia, per fare counseling non è richiesta alcuna obbligazione che non rientri nei più generali canoni del rispetto delle leggi vigenti in materia di attività professionali, (artistiche, artigianali e intellettuali) non regolamentate.

Senza istituirne l’obbligo, il legislatore riconosce il diritto (non il dovere) a chiunque eserciti una professione non regolamentata, quindi anche a chi fa counseling professionalmente, di autoregolarsi, soprattutto per il tramite di forme di associazionismo privato (Legge 14 gennaio 2013, n. 4).

Quindi e paradossalmente, IN PRATICA, nei confronti del Counseling, in Italia, ci ritroviamo in una situazione particolarmente “fortunata”.

Perché?

Perché in Italia, PRATICAMENTE, l’unica reale “OBBLIGAZIONE” che, legittimamente/eticamente, può essere richiesta a chi fa counseling è quella di “SAPERLO FARE” (includendo in tale sapere, anche, quello del procacciarsi i clienti per farlo).

Se considerassimo il “NON SAPER FARE COUNSELING” motivo sufficiente ad impedire a chiunque il farlo, diventerebbe centrale dar valore a cosa voglia dire “saper far counseling”.

Chi non sa fare counseling difficilmente, se non è uno stupido e/o un malfattore, si mette a farlo.

Se ci prova, difficilmente riesce a trovare clienti e, laddove dovesse riuscirci, li perderebbe immediatamente, essendo incapace di soddisfare i loro bisogni d’aiuto.

Banalmente, se riconoscessimo quanto il “SAPER FAR COUNSELING” sia la qualità più importante per poterlo fare,

  1. cosa sia il “saper far counseling”,
  2. a cosa serva,
  3. cosa lo caratterizzi,
  4. cosa lo renda specifico,
  5. come si acquisisca il saperlo fare,
  6. quali risultati produca,
  7. come lo si attesti e certifichi,

diventerebbero le questioni fondamentali su cui, in materia di counseling, varrebbe la pena confrontarsi.

A tali questioni, con questo libro, si vuol dare alcune, importanti, risposte, sperando che possano aiutare chi, per qualunque ragione, interessandosi di counseling, si ritrovasse a leggerlo.

 

1. Cos’è il “saper far counseling”?

Saper far counseling è saper accogliere chi chiede aiuto, saperlo ascoltare empaticamente, saperlo confrontare criticamente, gentilmente; senza alcun pregiudizio.

Saper far counseling è saper comunicare in modo gentile, non violento ed efficace.

Saper far counseling è saper osservare senza giudicare, cogliere, accogliere e stare con quello che il cliente porta con sé e di sé nella relazione: i suoi stati d’animo, emotivi, mentali e comportamentali, soprattutto quelli con cui è più difficile fare i conti, o anche e semplicemente: stare.

Saper far counseling è saper riconoscere le relazioni esistenti tra quanto il cliente pensa, sente ed agisce e l’intero quadro problematico rispetto al quale lo stesso cliente chiede aiuto.

Saper far counseling vuol dire, quindi, saper dar valore a ciò che il cliente pensa, sente e fa.

Saper far counseling è saper aiutare i propri clienti ad accorgersi di quanto, cosa e come stiano pensando, sentendo ed agendo.

Saper far counseling è saperli aiutare a scoprire come tutto ciò stia insieme e come interagisca con le difficoltà che stanno vivendo.

Saper far counseling è saper avere una presenza attenta, consapevole e interattiva con chi chiede aiuto.

Saper far counseling corrisponde cioè ad un saper stare in relazione, in contatto empatico con le persone a cui si offre il proprio aiuto professionale; vuol dire sapersi coinvolgere nella relazione con i propri clienti, senza farsene travolgere, mantenendo la propria autonomia e indipendenza.

Saper far counseling vuol dire saper incontrare l’altro, suscitando in lui sentimenti di fiducia, riconoscimento, rassicurazione, conforto.

Saper far counseling è saper accompagnare i propri clienti in percorsi di sviluppo di consapevolezza personale tali da metterli in condizione di meglio affrontare i loro problemi e, magari, risolverli.

Infine, almeno da un punto di vista professionale, a nulla servirebbe saper far counseling senza saper gestire le operazioni di marketing personale funzionali al procacciamento del proprio lavoro.

 

2. A cosa serve “saper far counseling”?

Saper far counseling serve ad aiutarsi e ad aiutare a meglio gestire ogni situazione di crisi, piccola o grande, dell’esistenza, propria e altrui.

Serve ad aiutare, in modo sano, maturo ed efficace, chiunque si ritrovi ad affrontare una qualsivoglia, piccola o grande, difficoltà del vivere, così come serve ad aiutare se stessi, in analoghe circostanze.

Ogni volta che ci ritroviamo ad affrontare una situazione di crisi personale, piccola o grande, nel campo degli affetti e delle relazioni professionali; ogni volta che ci ritroviamo a dover gestire una difficile situazione di cambiamento, personale o professionale, di qualsiasi genere; ogni volta che dobbiamo prendere una decisione e non sappiamo bene quale; sapendo far counseling sapremo aiutarci ad affrontare positivamente ciascuna di queste situazioni, così come sapremo aiutare con buoni risultati chi, ritrovandosi in una di queste situazioni, si rivolgesse a noi per farsi aiutare.

 

3. Cosa caratterizza il “saper far counseling”?

Il saper far counseling è caratterizzato, innanzitutto, dalle qualità umane di chi fa proprio questo sapere.

Umiltà, coraggio, forza d’animo, fiducia nelle potenzialità umane, quelle buone, viste come istanze  che, se valorizzate, saranno in grado di produrre buone realizzazioni di sé, benessere, felicità.

Queste potenzialità, chi sa fare counseling, le considera bisogni che chiedono d’essere soddisfatti; tra questi individuiamo, innanzitutto, i bisogni di:

crescita, sviluppo, maturazione, affermazione e realizzazione personale, creatività, intelligenza,  consapevolezza, responsabilità, debolezza e forza, l’intera gamma delle emozioni e dei sentimenti umani, la capacità di pensare e di agire e quella di sentire, nel senso di “propriocezione”, percezione sensoriale di quanto si muove in noi, in collegamento con gli accadimenti in cui siamo coinvolti, con cui siamo in contatto.

“Sentire, vale a dire percepire ciò di cui siamo fatti, ciò che ha vita e si muove in noi”  è questa la potenzialità umana la cui valorizzazione più caratterizza il saper far counseling.

La capacità di “sentire” è ciò che caratterizza il “saper far counseling”.

Saper far counseling vuol dire sapere cosa fare del proprio sentire e come valorizzarlo in chiave relazionale.

Il saper far counseling è caratterizzato dalla fiducia riposta in tutte le potenzialità umane e dalla capacità di valorizzarle, cioè dal saper stimolare positivamente i sensi, i pensieri e i sentimenti dei propri clienti, affinché loro stessi possano meglio entrare in contatto con queste proprie potenzialità, riconoscerle come bisogni ed attivarsi per soddisfarli.

Ma, più di tutto, il saper far counseling è caratterizzato dal “Sentire, vale a dire dal percepire ciò di cui siamo fatti, ciò che ha vita e si muove in noi”.

Il “sentire” di cui qui si parla risulta da una particolarissima capacità d’ascolto.

Il senso comune considera il saper ascoltare come funzione della capacità di prestare attenzione e saper capire quello che gli altri dicono.

Un senso più acuto del “saper ascoltare” aggiunge, alla capacità di capire quello che gli altri dicono, quella di saperne cogliere i contenuti correlati di sentimenti, bisogni, desideri, volontà, norme e valori culturali.

Nel senso comune tali capacità di ascolto sono considerate, soprattutto, una funzione cognitiva:

  • attraverso le nostre funzioni uditive riceviamo segnali acustici formalizzati in parole e frasi, che decodifichiamo e interpretiamo, assegnando a queste precisi significati;
  • con la vista andiamo alla ricerca della “segnaletica” non verbale della comunicazione altrui, riconoscendone gli elementi ed assegnandovi specifici significati;
  • con l’immaginazione ci identifichiamo con gli stati mentali e sentimentali degli altri e, così, empatizziamo con loro, arrivando noi stessi a riconoscere ciò che provano loro, sentendolo riecheggiare in noi stessi.

Soprattutto, quindi, decodifichiamo, interpretiamo, immaginiamo e ci auto-condizioniamo per empatizzare, per arrivare cioè a provare quelle emozioni e quei sentimenti che noi stessi abbiamo deciso che stanno provando gli altri e, da questi, ci facciamo guidare nella gestione delle nostre relazioni, così da poter dire che sappiamo ascoltare.

Certo, molte volte, ci azzecchiamo!!!

Molte volte, però, no!

Siamo “vittime” di dinamiche psicologiche tutte nostre, che ci portano a “prendere fischi per fiaschi”, ad immaginare, interpretare, dedurre istanze di pensiero e di sentimento che, più che riguardare gli altri, riguardano noi stessi.

La Gestalt, come scuola di psicologia, chiama “interruzioni di contatto” (vedi nota 1 a piè di pagina) tali dinamiche psicologiche, perché ci impediscono di stare in relazione con l’altro, in modo presente, consapevole e responsabile, capace cioè di farci riconoscere cosa stia realisticamente accadendo in noi e nell’altro, come tutto ciò interagisca e cosa e come fare per meglio gestirlo, producendo più sane e funzionali interazioni tra noi stessi e gli altri; in grado cioè di produrre un miglioramento dei nostri e degli altrui stati di malessere/benessere.

L’interruzione di contatto è un rischio tanto più alto quanto più il nostro “ascolto” è identificato, sostanzialmente, con il  “voler capire quello che gli altri dicono”.

Tanto più vogliamo “capire”, tanto meno “ascoltiamo”.

Il “capire” è una funzione mentale.

L’ascolto del counseling è una funzione sensoriale, di propriocezione, la percezione di ciò che si muove ed agita in noi.

Una percezione sensoriale, quindi, che possiamo stimolare in vario modo, ma che, soprattutto, attiviamo prestando attenzione a ciò che sentiamo in noi stessi, mettendoci ad ascoltarlo.

Questo è l’ascolto del counseling, è un mettersi in ascolto di ciò che risuona in noi, quando accogliamo ciò che l’altro ci offre, con i suoi racconti, con l’intera complessità della sua comunicazione, verbale e non.

Mettendoci in ascolto (propriocettivamente), prestando attenzione a, ed in contatto con, quanto l’altro ci sta comunicando, sentiamo l’effetto che questo produce in noi.

Ascoltare tale effetto aumenta qualitativamente il funzionamento dei nostri neuroni a specchio, quelli che riflettono gli stati d’animo altrui, migliorando la nostra empatia.

Ciò che “sentiamo” è l’istanza principale che orienta il nostro fare counseling ed è un’istanza diversa dal “pensare”.

L’ascolto del counseling è un processo che parte dall’attenzione che rivolgiamo a ciò che “lo stare in relazione, in contatto, con l’altro e con ciò che ci comunica” ci fa sentire.

È un ascolto che necessita di quattro sostegni:

  1. l’attenzione cognitiva rivolta all’altro e alla sua comunicazione,
  2. l’accoglienza di quanto, e come, ci viene comunicato,
  3. l’attenzione sensoriale, propriocettiva, (alias l’ascolto) di quanto accade in noi nel prestare attenzione all’altro e alla sua comunicazione,
  4. la sospensione del giudizio.

Questi quattro sostegni sono tutti importanti, ma il terzo (l’attenzione sensoriale, propriocettiva, di quanto accade in noi nel prestare attenzione all’altro e alla sua comunicazione) è il più importante.

È indispensabile, perché, a differenza degli altri, non è “solo” leva di consapevolezza, è anche il “fulcro” in cui si incuneano tutte le leve della nostra consapevolezza.

È la rampa su cui l’attenzione cognitiva si poggia, per essere rielaborata e sviluppata.

È il solvente che rende chiaro e lucido il pensare, riflettere, immaginare, progettare.

È l’energia positiva che rende vive e particolarmente efficaci le nostre funzioni cognitive.

È la leva delle nostre intuizioni

È ciò che caratterizza il nostro fare counseling.

È una competenza che non si studia sui libri, la si forma e sviluppa allenandola, con l’aiuto di maestri esperti.

 

4. Cosa rende specifico il “saper far counseling”?

Ciò che rende specifico il “saper far counseling” è il suo essere centrato sulla capacità di accogliere e di ascoltare ciò che viene accolto, fornendo di tutto ciò un particolare tipo di feedback.

Quella dell’ascolto è la funzione universalmente riconosciuta del counseling.

Ciò che non viene quasi mai precisato è “cosa viene ascoltato e come?”

Ascoltiamo “come ci fa stare” ciò che accogliamo.

Ascoltiamo “come stiamo” con ciò che accogliamo.

Per questo non vi è ascolto senza accoglienza.

Fare counseling vuol dire innanzitutto accogliere chi viene a chiedere aiuto, per aiutarlo ad attivare le proprie risorse, interiori ed esteriori, come chiave di volta per meglio affrontare le difficoltà che sta vivendo.

L’accoglienza di cui parliamo non è certo solo quella del ricevere i propri clienti, con modalità gentili e accomodanti (che certo adottiamo!).

L’accoglienza di cui qui si parla è soprattutto quella del saper prendere ciò che l’altro porta di sé, tenerlo con noi, facendogli posto dentro di noi, per assaporarne gli effetti.

A “ciò che l’altro porta di sé”, e a tutto ciò che ci comunica,  facciamo spazio dentro di noi, accogliendolo in noi per poterlo ascoltare, prestando attenzione a ciò che ci fa sentire.

È un’attenzione/ascolto di tipo propriocettivo.

Accogliamo quanto l’altro ci porta e accogliamo cosa sentiamo rispetto a ciò che l’altro riporta:

  • i suoi pensieri, i suoi sentimenti, le sue emozioni.

Ascoltiamo come ci sentiamo nell’accoglierne i modi:

  • delicati o irruenti, pacifici o conflittuali, timorosi o spavaldi, diffidenti o comunque essi siano.

Ascoltiamo cosa sentiamo e come ci sentiamo accogliendo l’universo di valori e riferimenti culturali/educativi, che i nostri clienti esprimono, implicitamente o esplicitamente, nel raccontarci i loro problemi e le loro difficoltà.

Ascoltiamo tutto ciò per “metabolizzarlo”, per farne una nostra esperienza e condividerla con il nostro cliente, “restituendone”, esprimendoli, gli effetti di senso/sentimento che la cosa ha avuto per noi.

Questa “restituzione” è ciò che chiamiamo “feedback”.

La gestione di questa tipologia di feedback e ciò che rende specifico il “saper far counseling”.

Feedback è un termine inglese la cui traduzione letterale è “retroazione”, ovvero il ritorno degli effetti di una certa azione, di un certo comportamento, su chi quella stessa azione, quello stesso comportamento, ha messo in atto.

Ma gli “effetti di ritorno” possono essere di vario tipo. Tanto vale precisarne i più consueti.

Spesso il feedback è equiparato al giudizio.

Quante volte chiediamo un feedback su di un nostro operato, intendendo, aspettandoci e ricevendo, rispetto allo stesso, una qualche forma di valutazione?

  • “mi dai un feedback su come sono andato?”

Siamo soliti chiedere dopo una qualche nostra prestazione, carica di nostre aspettative.

Un feedback più evoluto è quello che dà un coach o un bravo maestro:

  • si concentra sulla descrizione della prestazione, valorizzandone gli aspetti positivi ed esortando a migliorarne le parti più deboli.

Ci sono poi i feedback che ripropongono gli accadimenti in esame, rielaborandone sintatticamente i contenuti, rispetto a come sono riportati da chi li ha vissuti, per rappresentarli da altri punti di vista ed arricchirne i possibili significati.

Esempio:

  • da: “mi ha dato uno schiaffo”
  • a: “quindi, mi stai dicendo che hai preso uno schiaffo?”.

Un altro tipo di feedback è l’interpretazione dei perché dell’operato in questione:

  • faccio una certa cosa, oppure mi accade, la racconto, chiedo un feedback, mi vengono spiegati i perché l’avrei fatta, o mi è accaduta.

Esempio:

  • “mi trovo sempre in mezzo ai guai”
  • “perché non sei capace di chiedere aiuto!”

Insomma, se non specifichiamo le caratteristiche dei nostri feedback, non possiamo sapere di cosa stiamo parlando.

I feedback, nel counseling, NON sono giudicanti, NON interpretano, NON prescrivono NÉ danno consigli.

Utilizzano certamente forme di comunicazione efficace (esempio la riformulazione), ma ciò che li caratterizza è l’essere espressione dell’esperienza di sentimento e di senso vissuta nell’identificarsi, nel calarsi immaginariamente negli accadimenti riportati, e nei loro protagonisti.

Le domande a cui un counselor risponde, formulando i propri feedback, appartengono alla seguente tipologia:

  • Cosa mi fa sentire, cosa provo, se divento il protagonista di ciò che il mio cliente mi sta raccontando? (stessa domanda, diventando a rotazione, uno dopo l’altro, ciascun partecipante degli accadimenti riportati)
  • Cosa dice questo di me?
  • In che direzione mi suggerisce di muovermi?
  • A cosa posso dare più valore?
  • Come posso farlo?
  • Di quali bisogni, presenti nel campo, mi accorgo?
  • Chi li sta vivendo?
  • Quello che stanno facendo è funzionale alla loro soddisfazione?
  • Quali sentimenti aleggiano?
  • Quello che sto facendo (sono sempre identificato nel protagonista del racconto o in qualcun altro che dello stesso ha parte) a cosa mi serve?
  • Sono sicuro di non poter far meglio?
  • Cosa mi impedisce di farlo?
  • Come me lo impedisco?

Un’attenzione particolare, nella formulazione di questi feedback, è quella di non confondere il “sentire” con il “pensare”.

Un counselor, quando dice “sento”, si riferisce a qualcosa che ha a che fare con i propri sensi.

NON dice frasi tipo “sento che ce la farai”. Perché questo è un pensiero, è una previsione, è il camuffamento di una speranza (sperare è un sentimento!); un pensiero NON è un sentimento (pur avendone sempre quantità importanti collegate).

Ogni volta che scambiamo per sentimento un nostro pensiero, intorbidiamo i nostri e gli altrui stati di consapevolezza.

NON stiamo facendo, quindi, counseling, essendo il counseling una relazione d’aiuto centrata sul miglioramento degli stati di consapevolezza in gioco.

Un bravo counselor, se proprio dovesse considerare opportuno dire al proprio cliente ciò che comunemente si intende con “sento che ce la farai”, direbbe qualcosa del genere: “ho buoni motivi per pensare che tu ce la possa fare (e qui li elencherebbe) e, quindi, confido che tu ce la possa fare; se decidessi di farlo, credo te ne renderesti conto anche tu e potremmo così esserne tutti e due contenti. Ma se rimani nella tua indecisione, continuerai a subire tutto quello che mi dici di voler cambiare. Cosa ti trattiene dal passare all’azione? Di cosa hai ancora bisogno per farlo?”

Altro esempio:

  • Ad un cliente che dovesse dichiarare: “mi sento incapace”, un bravo counselor risponderebbe invitandolo a distinguere gli elementi di giudizio da quelli di sentimento, inscritti nella sua affermazione.
  • “mi sento incapace” è, ovviamente, l’espressione di un pensiero/giudizio su di sé.
  • Come ci si senta a pensarsi/giudicarsi incapaci non è esplicitato nell’affermazione “mi sento incapace”.
  • Abbiamo paura o proviamo rabbia?
  • Magari tutte e due le cose.
  • Siamo tristi? Ci sentiamo impotenti?

Confrontare il cliente su tali questioni è uno degli aspetti centrali del lavoro di consapevolezza, che noi counselor offriamo ai nostri clienti.

I feedback nel counseling sono la materia di maggior valore che il counselor scambia con i propri clienti.

Riceviamo, accogliamo ed ascoltiamo quanto ci viene riportato.

Ci identifichiamo nelle sue parti, facendone una nostra esperienza, restituendone i contenuti di sentimento e senso/significato, che  hanno avuto per noi.

Fondamentale aver chiaro, e chiarire al cliente, che ciò che abbiamo provato e riconosciuto come significativo, immergendoci (immaginariamente) noi stessi nei vissuti riportati dal nostro cliente, è tutta materia nostra, riguarda noi e la nostra soggettività, parla, fenomenologicamente (vedi nota 2 a piè di pagina) del nostro modo di stare al mondo ed in vita.

Chiediamo al cliente se (anche solo per gioco, come esercitazione di consapevolezza) può identificarsi nei contenuti dei nostri feedback.

Cosa gli succede se lo fa? (la domanda non è retorica, richiede una risposta).

Una tale tipologia di feedback, insieme alle sue modalità di gestione, ha la potenzialità di attivare inaspettati processi di consapevolezza, centrati sul riconoscimento/accettazione di emozioni/sentimenti negati, sulla scoperta di nuovi, possibili ed allettanti, orizzonti di pensieri ed azioni, sulla stimolazione di nuovi stati d’animo, più sostenenti buoni sviluppi, perché caratterizzati da sentimenti quali la fiducia, la speranza, l’eccitazione.

Ma la capacità di gestire, positivamente, tali feedback è una competenza che può essere appresa solo allenandola, esercitandola sotto la guida di trainer esperti.

Troppo difficile accorgersi delle nostre contaminazioni di pensiero e sentimento, se non c’è qualcuno in grado di farcele notare.

Troppo difficile imparare a riconoscere ciò che è nostro (in materia di dinamiche psicologiche e comportamentali), distinguendolo da quello che è dell’altro.

Impossibile imparare ad “accogliere”, nei termini qui sopra presentati, senza sperimentarlo con l’aiuto di un “maestro”.

Impossibile imparare ad “ascoltare”, senza aver imparato ad accogliere quello che c’è da ascoltare.

Impossibile riuscire a “sentire ciò che, accogliendolo, ascoltiamo”, senza aver sperimentato questa tipologia d’ascolto, allenandola sotto la guida di trainer esperti.

È questa l’esperienza che caratterizza la formazione in counseling, prima, il fare counseling, dopo.

È questo ciò che rende possibile il far counseling, rendendolo specifico:

la capacità di gestire dei feedback, che altro non sono che

  • “espressione dell’esperienza di sentimento e di senso vissuta nell’identificarsi, nel calarsi immaginariamente negli accadimenti riportati, e nei loro protagonisti”.

Come fare ad accogliere, ad ascoltare e a dare questa tipologia di feedback è la “materia prima” trattata in ogni percorso di formazione in counseling, nella sua valenza di “Pragmacounseling”!

Tale “materia prima” è ciò che, più avanti, in questo libro, chiameremo: “Yogging”.

 

5. Come si apprende il “saper far counseling”?

  1. imparando ad ascoltare, allenando le proprie capacità di accoglienza/ascolto,
  2. imparando a comunicare efficacemente, in modo gentile e non violento,
  3. imparando a dare i feedback, secondo le specifiche modalità del counseling,
  4. “lavorando” continuativamente su se stessi,
  5. Studiando, per imparare a conoscere l’uomo, nei suoi aspetti fondamentali di funzionamento; cioè studiando una particolare materia, che potremmo chiamare “Natura e Cultura Umana”,
  6. ricevendo supervisione.

Come già presentato, il saper far counseling è reso specifico, innanzitutto, dalla capacità di ascoltare e di appoggiare il proprio operato su ciò che si sente.

Saper far counseling vuol dire saper sostenere, nei propri clienti, lo sviluppo di quei processi di consapevolezza che permetteranno loro di meglio affrontare le difficoltà che stanno vivendo, rispetto alle quali stanno chiedendo aiuto.

Un processo di consapevolezza è una successione di accadimenti, tra di loro funzionalmente collegati, che riguardano i tre piani della nostra esistenza, quelli del:

  1. sentire
  2. pensare
  3. agire

La buona funzionalità di un processo di consapevolezza è quella di spingere chi lo sta vivendo verso azioni, pensieri e sentimenti, in grado di promuovere, per lo stesso soggetto, il miglior stato di soddisfazione e benessere esistenziale possibile.

La buona funzionalità di un processo di consapevolezza è data dal suo naturale fluire, agevolato dalla qualità del “contatto” che con esso mantiene chi lo sta vivendo.

La qualità di tale contatto è funzione di quanto e come ciò che sentiamo, pensiamo ed agiamo, ed ogni relativa loro correlazione/integrazione, ci sia chiara.

Un chiaro riconoscimento di tali dinamiche è quanto ci sostiene e/o orienta nella gestione dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti e comportamenti.

Saper far counseling vuol dire, molto, saper aver fiducia nei processi di consapevolezza e nei loro esiti, assegnandosi esclusivamente il compito di aiutare i propri clienti ad attivarli e portarli avanti, fiduciosi che tanto basterà per permettere loro di meglio affrontare le difficoltà che stanno vivendo, fino, se possibile, a risolverle.

Come si attiva e sostiene lo sviluppo di un processo di consapevolezza?

Rivolgendosi, prestando attenzione, concentrandosi su ciò che sentiamo, pensiamo, facciamo.

Ogni volta che lo facciamo, se scopriamo qualcosa, lì può attivarsi un nostro processo di consapevolezza, relativo:

  • allo stato di un nostro bisogno,
  • a come ne stiamo impedendo la soddisfazione,
  • a come potremmo procedere per porvi rimedio.

Rivolgersi, prestare attenzione, concentrarsi su ciò che sentiamo, pensiamo, facciamo sono le principali “pratiche” del counseling e del suo apprenderne la capacità di farlo.

Propongo di chiamare “Yogging” l’intera struttura di tali pratiche.

Lo yogging è una delle due gambe su cui camminano, fluendo e sviluppandosi, i processi di consapevolezza attivati nel counseling.

L’altra gamba è la relazione counselor cliente, gestita dal counselor attraverso modalità in grado di attivare e mantenere attivo un buon contatto con i processi di consapevolezza stessi sui quali e con i quali si sta lavorando.

Tali modalità sono, principalmente, quelle:

  • dell’accoglienza/ascolto (come già visto),
  • di forme di comunicazione efficace, centrate sulla gentilezza e su di una particolare gestione dei feedback.

Per quanto riguarda la questione qui in oggetto, quella del “come si apprende il saper far counseling?”, più dettagliatamente e compiutamente, verrà affrontata nel capitolo 5 del presente libro: “La formazione in counseling. Lo “Yogging” come pratiche di Yoga S.P.A. (lo Yoga del Sentire, del Pensare, dell’Agire)”.

Per ora, anticipo che il termine “Yogging” è un neologismo che ho coniato per aiutarmi a rappresentare lo spirito della formazione in counseling, e del suo farlo.

Volevo poter disporre di una parola in grado di rappresentare, oserei dire ontologicamente, l’essenza del counseling, il suo consistere.

Cos’è il counseling? In cosa consiste?

Il counseling è una relazione d’aiuto professionale, alla quale ricorriamo per meglio affrontare qualsiasi problematica esistenziale.

Chi fa counseling, applica in chiave relazionale un sistema di pratiche, che possiamo chiamare di Yogging.

Per molto tempo mi sono interrogato sulla possibilità di denominare le attività di counseling, con un nome in grado di rappresentarne gli elementi identificativi e specifici.

Mi dicevo:

“ci vuole un nome che, salvaguardando gli elementi caratteristici del Counseling,  ne veicoli espressamente la sostanziale diversità dalle attività specifiche degli psicologi,  aiutando noi counselor a farci uscire dal penoso stato di guerra in cui un certo mondo della psicologia continua a tenerci”.

Ci è voluta una sessione di Yoga della risata, condotta nella mia scuola IN Counseling da un’allieva tirocinante, per accendermi la giusta lampadina.

Dello Yoga ho immediatamente visto l’intenzione/funzione di “legare” tutto ciò che sollecita ed attiva; un “legare” agito in chiave di miglioramento e sviluppo delle funzioni psicofisiche di chi lo pratica.

Mi sono detto:

Anch’io quando faccio Counseling faccio qualcosa di simile!

Cosa lego?

Lego il mio “sentire”, il mio “pensare”, il mio “agire”, al “sentire”, al “pensare” e all’ “agire” dell’altro.

Eureka! il Counseling può essere visto come lo Yoga del “Sentire”, del “Pensare”, dell’ “Agire”; questa cosa lo qualifica ancor più come “PragmaCounseling”!

Dallo “Yoga del Sentire-Pensare-Agire” al termine “Yogging” la strada è stata breve e, a Te che leggi, spero ne risulteranno chiare le ragioni ed i col-legamenti.

Arrivo all’idea dello “Yogging” in qualità di counselor, e uomo, con alle spalle un’esperienza di crescita personale, che, riassunta nei suoi versanti di formazione e lavoro, inizia con studi umanistici, prosegue professionalmente con occupazioni fortemente colorate dalla gestione di relazioni interpersonali, si sviluppa in specializzazioni di Coaching e di Counseling.

Arrivo a dare forma al concetto di Yogging, e ad usarne il termine in qualità di significante, in risposta a due necessità:

  1. affrancarsi dai mortiferi effetti della guerra, che un incerto numero di psicologi italiani da anni muove contro il mondo del counseling professionistico;
  2. dare maggiore e piena dignità ad uno specifico e particolare modello di counseling, centrato su una visione olistica dell’esistenza e sull’acquisizione ed applicazione di competenze principalmente pratiche.

Lo Yogging è un “insieme sistemico di pratiche varie” messe in atto strategicamente al fine di promuovere  lo sviluppo della nostra “consapevolezza emotiva”, vista come chiave di volta per l’individuazione e l’attivazione di pensieri e comportamenti in grado di migliorare lo stato delle cose presenti nella nostra vita, ogni volta che ci ritroviamo in una qualche situazione di difficoltà esistenziale, individuale, di coppia, di gruppo.

La “Consapevolezza emotiva”, a cui qui faccio riferimento, è quello stato dell’essere personale, funzione dell’ascolto propriocettivo e dell’associata rielaborazione cognitiva, che ci permette  il riconoscimento di emozioni, sentimenti e sensazioni fisiche, nonché delle dinamiche di pensiero e di comportamento a queste collegate.

Con “Insieme sistemico di pratiche varie” mi riferisco ad attività ed esercitazioni di vario tipo e natura (individuali, di coppia, di gruppo), spesso di carattere simbolico; esercitazioni fisiche, sensoriali, dialogiche, artistiche, intellettuali, meditative; esercitazioni sistemicamente organizzate e gestite per:

  1. far emergere, nel “qui e ora” del nostro fare Yogging, le emozioni, i sentimenti, le sensazioni, collegate alle difficoltà esistenziali che si vogliono affrontare;
  2. analizzarne e studiarne le relazioni con le associate dinamiche di pensiero e di comportamento che hanno accompagnato l’insorgenza delle difficoltà che si vogliono superare e che ancora ne ostacolano la risoluzione;
  3. individuare strategie di uscita e di risoluzione o, almeno, di miglioramento della situazione.

Fare Yogging vuol dire lavorare sulla propria e sull’altrui consapevolezza emotiva, per attivarne le correlate dinamiche intelligenti di pensiero, comportamento e sentimento.

Vuol dire valorizzare la propria e l’altrui intelligenza emotiva, attraverso una serie di pratiche di “Yoga-S.P.A.”: lo “Yoga del Sentire, del Pensare e dell’Agire”.

La parola Yoga deriva dalla radice sanscrita «Yug» che significa unire, legare assieme, soggiogare, usare ed applicare, dirigere e concentrare l’attenzione.

Facendo Yogging leghiamo, adeguatamente e funzionalmente, il nostro “Sentire-Pensare-Agire”; lo facciamo diventare una sorta di “sistema operativo psico-fisico” in grado di produrre, alla bisogna, quello sviluppo di intelligenza emotiva necessaria per individuare/scoprire come meglio affrontare le difficoltà che stiamo vivendo, muovendoci verso il nostro miglior benessere esistenziale possibile.

La condivisione professionale dello Yogging, con un cliente, è quanto qualifica la relazione di Counseling.

Nella mia esperienza di counselor, e di formatore di counselor, riconosco che il comune denominatore di chi mi chiede aiuto ad affrontare le proprie difficoltà, consiste nel non riconoscere, e/o nel non saper come fare a gestire, le proprie emozioni, collegandole a più funzionali atteggiamenti mentali e comportamentali.

La relazione di counseling, per chi ne è cliente, è un’esperienza di apprendimento di come poter meglio integrare i propri pensieri, i propri comportamenti e le proprie emozioni, in vista del miglioramento dello stato di difficoltà esistenziali che sta affrontando.

La cosa avviene in forza del saper far “Yogging” del counselor, un sapere che viene condiviso col cliente, che ne beneficia degli effetti.

In quale modo chiamare, se non arte, il saper far leva sulle emozioni per attivare e sostenere lo sviluppo di processi di consapevolezza e di crescita personale?!

Lo Yogging è un’arte psico-fisica, che consiste nella capacità di integrare funzionalmente pensieri-sentimenti-azioni in vista del miglioramento delle capacità soggettive di far fronte alle difficoltà del vivere, piccole e grandi; un’arte il cui esercizio produce benessere.

Un’arte di cui noi counselor siamo esperti e che applichiamo professionalmente per aiutare i nostri clienti.

Lo Yogging è l’anima del Counseling; un Counseling visto come attività professionale-relazionale, di aiuto esistenziale; un Counseling che nasce dalla rielaborazione di tradizioni e pratiche della Filosofia classica e moderna, occidentale ed orientale; un Counseling che riprende ed arricchisce intuizioni e prassi di tipo Pedagogico, sviluppandosi in contatto con tutto il “ground culturale” umanistico della storia dell’arte e delle scienze sociali; un Counseling che accoglie  ed utilizza alcune tra le conoscenze messe a punto ed offerte all’umanità intera dalla Psicologia e Psicoterapia moderna, nonché dalla tradizione culturale-religiosa orientale e dalle sue pratiche meditative-ascetiche.

Lo Yogging, lo “Yoga del Sentire, del Pensare, dell’Agire”,  è uno strumento di crescita personale ed un modo per affrontare ogni difficoltà del vivere.

Può essere utilizzato in proprio e/o come strumento d’aiuto professionale.

È organizzato intorno, e grazie, a specifiche conoscenze, esperienze e codici comportamentali, distinti e distinguibili da ogni altra attività umana, anche se in contatto con molte di queste!

Arrivo, creativamente,  ad individuare il termine “Yogging”, per le funzioni qui presentate, mosso da due influenze:

  1. Quella “spirituale” delle filosofie yoggiche orientali, di stampo meditativo.
  2. Quella del counseling professionale statunitense e delle sue derivate italiane; un counseling visto non certo, riduttivamente, come semplice competenza psicologica, ma come particolare relazione d’aiuto professionale, organizzata intorno a quanto di buono la cultura storico-filosofica-pedagogica e la moderna psicologia-umanistica occidentale ha saputo proporre come mezzo per aiutare l’uomo a meglio affrontare le proprie difficoltà del vivere.

Queste due influenze sono declinate semanticamente nel neologismo “Yogging”, che ha come radice il termine “Yoga” e come desinenza il termine inglese “ing”.

La radice “Yoga” attesta i collegamenti con la cultura filosofica-meditativa-religiosa orientale.

La desinenza “ing” vuole essere, innanzitutto, un preciso tributo al Counseling, come termine significante una precisa relazione d’aiuto professionale: quel Counseling nato negli Stati Uniti d’America, ai primi del ‘900, in collegamento con l’intera storia della cultura filosofica-pedagogica occidentale e sviluppatosi in seguito, in tutto il mondo, grazie al prezioso apporto (e scippo) di alcune correnti psicoterapeutiche di stampo umanistico (questo tema è meglio precisato nel prossimo capitolo, sulla storia del counseling).

La desinenza “ing” agganciata alla radice “Yoga” vuole rappresentare, più in generale, l’integrazione “oriente-occidente” dello Yogging: un’attività figlia della tradizione culturale occidentale, che incontra cultura, filosofie e pratiche  appartenenti alla tradizione classica orientale e a queste si lega.

Della “storia” di questa integrazione, segnata dalla nascita del Counseling, dai suoi sviluppi e dal suo “ricomporsi” come struttura di pratiche che possiamo chiamare di “Yogging”,  vedremo le tracce nel prossimo capitolo di questo libro.

Alle pratiche stesse di “Yoga-S.P.A.”, invece, viene dedicato l’intero ultimo capitolo.

Posso ora concludere questo sottocapitolo, rispondendo alla domanda che lo intitola  (Come si apprende il saper far counseling?), con la seguente risposta:

  • Allenandosi allo Yogging,
  • Approfondendo la conoscenza dell’uomo, nelle sue dinamiche esistenziali,
  • Imparando a comunicare, efficacemente, in modo non violento.

 

 6. Quali risultati produce il “saper far counseling”?

Quando, alle prese con una qualche difficoltà esistenziale, chiediamo aiuto ad un bravo counselor, un professionista cioè che sa fare counseling, ci apriamo ad un’esperienza che ci permetterà di:

  • vivere un cambiamento di stato d’animo, collegato all’insorgenza e allo sviluppo, in noi stessi, di un sentimento di fiducia nelle nostre possibilità di riuscire a far fronte alle difficoltà per le quali stiamo chiedendo aiuto;
  • avere una più chiara visione del quadro problematico in cui ci ritroviamo;
  • migliorare il nostro senso di responsabilità personale e la capacità di declinarla più efficacemente,
  • attivare e sviluppare quei processi di consapevolezza personale, che ci aiuteranno a meglio affrontare le difficoltà che stiamo vivendo;

Ancor più interessanti sono i risultati, associabili al “saper far counseling”, per chi diventa counselor e si dedica al counseling come attività centrale della propria esistenza.

Tra questi risultati, segnaliamo:

  • un netto miglioramento degli stati di consapevolezza personali (chiara visione, chiari sentimenti, chiare azioni);
  • un’importante valorizzazione delle proprie responsabilità e delle loro funzioni,
  • un miglioramento delle capacità di comunicazione, maggior forza, coraggio e capacità di gestire situazioni relazionali difficili;
  • la fiducia del “sentire”: quel saper stare con pazienza nel processo del sentire, fiduciosi del fatto che prestando attenzione, ascoltando, connettendosi con ciò che sentiamo (propriocettivamente), emergerà in noi la comprensione e la capacità del “cosa fare e come”, per meglio rispondere a ciò cui si è chiamati dalla, e nella, nostra vita;
  • una buona capacità di concentrazione;
  • una confortante propensione ad agire con saggezza;
  • un’interessante attitudine alla pulizia delle proprie afflizioni mentali (convinzioni limitanti);
  • una sostenente abitudine alla rielaborazione dei propri sentimenti ostacolanti;
  • una personalità più aperta, compassionevole, comprensiva ed empatica;
  • una più che significativa valorizzazione della propria “presenza”, quel saper esserci e stare nelle circostanze della vita, soprattutto in quelle in cui il contatto con l’altro, con l’ambiente, risulta essere più complicato e difficile.

 

7. Come si attesta e certifica il “saper far counseling”?

Fermo restando che l’attestazione/certificazione di maggior valore, di un qualsivoglia saper fare, non può che essere data dall’evidenza di ogni sua positiva messa in opera, oggi, in Italia, relativamente al counseling, esistono due tipi di attestazione/certificazione:

  1. vi sono “Scuole di Counseling”, che gestiscono percorsi formativi in counseling, la cui idoneità è riconosciuta da almeno una tra le associazioni nazionali di counselor operanti in Italia; tali scuole rilasciano un diploma, che attesta il buon esito dell’esperienza formativa in counseling svolta seguendo le proprie attività didattiche;
  2. successivamente, le associazioni nazionali di counselor certificano le competenze professionali dei propri associati, per il tramite di un esame d’accesso all’associazione stessa e di periodici controlli sull’aggiornamento professionale.

Viviamo in un contesto storico sociale molto complesso, in cui disporre di  buone credenziali di riconoscimento del proprio valore professionale può agevolarne il proporlo ed offrire un utile criterio di selezione a chi lo sta ricercando.

La possibilità di ottenere una certificazione di valore delle nostre competenze di counseling è un’istanza motivazionale di particolare importanza per noi counselor, ci “obbliga” a seguire specifiche attività di formazione e di aggiornamento professionale.

Allo stato attuale, in Italia, la questione delle attestazioni/certificazioni delle competenze di counseling funziona cosi:

  1. La gran parte dei counselor italiani sono iscritti ad associazioni nazionali di counselor, che hanno come scopo principale quello di promuovere il counseling e qualificare l’operato dei propri associati.
  2. Tutte le associazioni nazionali di counselor richiedono ai propri soci determinati requisiti, e verificano che gli stessi siano mantenuti nel tempo. Tali requisiti sono:
  3. Un’età anagrafica minima di 23 anni.
  4. Un diploma di scuola media superiore.
  5. Un diploma di counseling conseguito presso un ente formativo riconosciuto dall’associazione stessa (che riconosce solo quegli enti che a loro volta si impegnano, formalmente, a rispettare specifici parametri formativi).
  6. Un aggiornamento e supervisione professionale continua.
  7. Un’assicurazione personale di responsabilità civile, collegata al proprio operato professionale di counselor.
  8. Il superamento di un esame di ammissione per l’iscrizione alla associazione stessa.
  9. Rispettati tali requisiti, il counselor può associarsi e rinnovare la propria associazione, annualmente.
  10. L’associazione nazionale rilascia un certificato di competenza professionale in counseling, che risulta essere il più importante, formale, riconoscimento dell’identità di counselor, che oggi è possibile ottenere in Italia.

Per quasi tutte le associazioni nazionali di counselor, il rilascio di tale certificato di competenza professionale in counseling non prevede, però, il superamento di un esame  pratico in cui il “saper far counseling” sia sottoposto a verifica (questo non accade in AICo! Associazione nazionale di counselor che gestisce i propri esami d’ammissione esclusivamente attraverso l’organizzazione di prove pratiche, riguardanti la gestione di vere e proprie sessioni di counseling).

L’esame di ammissione, per l’iscrizione ad una associazione nazionale di counselor, consiste, per la quasi totalità di queste, oltre alla presentazione dei titoli di studio richiesti, in una o più prove d’esame, di carattere teorico, in alcuni casi sul “cos’è il counseling e come lo si esercita”, nella gran parte dei casi, invece, sulla conoscenza dei vari regolamenti associativi e sugli aspetti giuridici che riguardano il counseling in Italia.

Le reali capacità di fare counseling di chi richiede di associarsi non vengono esaminate, rimandando questa responsabilità agli enti formativi in counseling.

Ma la verifica dell’operato di tali enti formativi, ad opera delle associazioni nazionali di counselor che li riconoscono, è solo di carattere formale, burocratico-amministrativo: è sufficiente che questi presentino un proprio progetto di formazione in counseling conforme ai parametri richiesti dall’associazione (che tali parametri siano rispettati in pratica, però, non è verificato da nessuno).

Eppure basterebbe che ogni associazione nazionale di counselor organizzasse un proprio esame d’ammissione costituito, anche, da una prova pratica (una semplice sessione di counseling) e, se ad esaminarla ci fosse una commissione di counselor esperti, immediatamente si riconoscerebbero le competenze dell’esaminando.

Si rovescerebbe così il principio secondo il quale, “se hai seguito il percorso di formazione di una scuola da noi riconosciuta, che si uniforma ai nostri parametri formativi, sai far counseling”, preferendo quello del “se mi dimostri di saper far counseling, vuol dire che hai seguito un percorso formativo ad hoc”.

L’associazione nazionale di counselor che adottasse questo secondo principio, risolverebbe, anche e in automatico, la questione di come controllare l’operato e la serietà delle scuole che ha riconosciuto.

Come?

In un modo semplicemente ovvio:

  1. L’associazione nazionale di counselor rilascia il certificato di competenza professionale di counseling a chi dimostra di “saper far counseling” superando un esame pratico in cui questo saper fare è sottoposto a verifica;
  2. Se questo esame è superato, vuol dire che la scuola che ha rilasciato il diploma di counseling, necessario per essere ammesso a questo stesso esame, svolge bene il proprio operato formativo, confermando il valore dei suoi parametri, allineati a quanto preposto dall’associazione stessa;
  3. Le scuole i cui allievi diplomati non superano (oltre una certa quantità) l’esame associativo, perdono il riconoscimento dell’associazione stessa.

Saper far counseling è funzione della capacità di stare con quello che c’è, in contatto con una “materia” con la quale è difficile stare; perché lo starvi è doloroso, è frustrante e non ci offre via d’uscita.

Questa capacità non può non essere verificata praticamente, osservandola e valutandola in una sua dimostrazione organizzata ad hoc.

Lo stesso setting d’esame è una situazione in cui è difficile stare.

Chi non ci sa stare che counselor è?!

Tornando alla domanda che intitola il presente capitolo, “Come si attesta/certifica una competenza professionale, alias un ‘saper fare’? ”

Le nostre risposte non possono che essere, quindi e principalmente:

  1. Dall’evidenza dei risultati, testimoniati da chi ne ha beneficiato;
  2. Dalla dimostrazione pratica delle proprie abilità di counseling, effettuata in una sessione d’esame, pubblica, di counseling.

Tali risposte rinviano alla necessità di una capillare diffusione delle abilità di counseling tra l’intera popolazione italiana.

Sarebbe questo un orizzonte in grado di illuminare la coscienza di ogni persona di buona volontà: un contributo di umanità e di sviluppo di civiltà incommensurabile.

La capillare diffusione delle abilità di counseling è una responsabilità di ogni counselor e, in primis, di ogni ente formativo in counseling, per non parlare di quanto questa dovrebbe essere una responsabilità prioritaria di ogni associazione nazionale di counselor.

Una buona diffusione delle abilità di counseling, o almeno del sapere cosa siano, tra la popolazione, creerebbe una condizione generale in cui sarebbe più facile, per tutti, riconoscere le capacità professionali del counselor a cui ci si ritrovasse a chiedere aiuto.

Concludo questo capitolo con una riflessione.

Dare un nome a ciò su cui poggia l’insieme delle abilità di counseling, aiuterebbe noi counselor a rendere più facilmente individuabile la nostra professione.

“Chi sono i counselor?

Ah, sono quelli che fanno Yogging!”

La stranezza è che noi counselor ci siamo formati su di un insieme di “pratiche”, che sono poi quelle che applichiamo col nostro fare counseling, a cui nessuno ha ancora mai pensato di dare un nome!

Ora, chiunque abbia studiato un po’ o abbia fatto un po’ tesoro della propria esperienza di vita, sa benissimo che ciò che non ha nome NON ESISTE.

Questo è proprio un bel paradosso: ciò che più e meglio qualifica ed identifica il nostro saper far Counseling NON HA NOME e così ci neghiamo la possibilità più semplice di rivendicarlo come un qualcosa di bello, buono, utile ed importante.

Insomma: se ciò che caratterizza ogni intervento di Counseling è l’agire del Counselor in funzione della migliore integrazione possibile di ciò che “pensa”, ciò che “sente”, ciò che “fa” il proprio cliente, relativamente alla gestione dei problemi rispetto ai quali sta chiedendo aiuto, come non dare un nome all’insieme di “pratiche” alle quali un counselor ricorre per ottenere l’integrazione del “Sentire”, del “Pensare” e dell’ “Agire dei propri clienti?

La mia proposta è di chiamarlo Yogging.

Allo Yogging verrà dedicato l’intero capitolo 4, del presente progetto; come puoi vedere dall’indice pubbicato in:

“Pragmacounseling. Manuale per la formazione in counseling”.

CONTATTAMI.

Nota 1) : Una prima presentazione delle “interruzioni di contatto” la troviamo in F. Perls, “L’approccio della Gestalt”, Astrolabio, Roma, 1977, quando ci parla dei meccanismi di base della nevrosi: introiezione, proiezione, confluenza, retroflessione. Molto interessante, anche, quanto proposto sulla stessa materia in P. Clarkson, “Gestalt Counseling”, Sovera 1992. In questo testo le interruzioni di contatto vengono analizzate nei loro rapporti con i processi di consapevolezza che sostengono i cicli di soddisfazione dei nostri bisogni. Alla prima classificazione di Perls, la Clarkson aggiunge altri tre meccanismi nevrotici: la desensibilizzazione, la deflessione e l’egotismo.
Nota 2) :La Fenomenologia è lo studio delle manifestazioni che un accadimento può assumere, nella percezione di chi lo osserva o di chi ne è parte in causa. Fenomenologicamente, quindi, uno stesso accadimento può avere sensi e significati diversi, in collegamento agli individui che tale accadimento osservano o vivono. Sulla materia, un testo di grande valore è quello di P. Quattrini, “Fenomenologia dell’esperienza”, Zephyro, Milano, 2007.

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